Giovanna è donna

Manuela Faella

  Scrivendo anche io, capisco l’urgenza di non fermarsi, di voler dire tutto, di girare e rigirare il coltello nella piaga, fino a che quello che si dice diventa fastidioso, eccessivo, ridondante, soffocante. Ma forse è proprio lì che Giovanna Cristina Vivinetto voleva arrivare con la sua raccolta ‘Dolore minimo’ (editore Interlinea): a provocare una sorta di rigetto, di rifiuto, di nausea. È una necessità, un’impellenza comprensibile, degna di comprensione e di tutto il rispetto. È la forza che spinge chi ha urgenza di condividere: in questo caso, l’esperienza sconvolgente di un cambio di sesso. Il troppo diventa necessario, a volte.

  Però oltre questa storia, una volta assimilata e digerita, si può trovare in questa raccolta, annidata tra le parentesi, la poesia con la P maiuscola:

Per acquietare il male che lo assale
Il poeta lo canta. Ne fa bella
mostra nei suoi versi per sbugiardarlo
quasi a gridargli in faccia l’infinita
Piccolezza della sua minacciosità.
Il poeta ha per se l’arma della luce
A rischiarare i vuoti d’ombra
Le fessure dove s’annida, il male.
Potrai dirmi che si è deboli
Mettendo a nudo i vasi incrinati.
La tavola di legno che balla.
Il punto del muro che non regge.
[…] eppure è proprio
del poeta indicare col dito
la ferita. I lembi ammalati
Che non chiudono.
Anche se tu non assisti
Ti sussurra comunque
un segreto Che non puoi avere.
Così il mio male si estingue
Su ogni mio verso. Lo canto,
Lo urlo per liberarlo dal groviglio
Di pelle che ha contagiato.

La Poesia che, per esempio, si rivolge a un amore qualunque, che prescinde da sesso e da mutazioni:

[…] Ma poi la metro si ferma. Tu
Scendi nei tuoi passi frettolosi
Ed io rimango con un grumo
Di parole che non riesco a dire. […]

La poesia di Giovanna mi ha procurato, sin dalla prima pagina del libro, la stessa sensazione inondante di stupore, incredulità, sorpresa, ammirazione che provai leggendo per la prima volta ‘La presenza di Orfeo’ di Alda Merini. Merini aveva 19 anni quando la scrisse, più o meno l’età di Giovanna. L’età non conta sempre, ma in questi casi si. Vent’anni sono troppo pochi per sentire con questa profondità, per utilizzare la lingua italiana con così tanta consapevolezza, per vedere oltre la ‘normalità’.

  Al di là della sua storia del suo dolore minimo ‘non comune’, della sua morte e rinascita, si scopre nell’autrice una lucidità rara. E un raro coraggio. Leggendo, riemergendo dalla sua vita si trova la poesia, quella rivolta a tutti, quella che va oltre la sua storia, quella che può salvare la vita. Lì si abbraccia il dolore che si fa amico, come lei consiglia coi suoi versi, cosicché diventi più leggero, da portare in spalla. Alla fine quel dolore quasi fa compagnia e non se ne fa più a meno, quasi gli vuoi bene.

  Il mio augurio per Giovanna è che possa riversare la stessa capacità letteraria altrove, in altri luoghi della vita, verso altri scenari, dentro la sua anima che ormai è donna, verso la nostra sensibilità, così diversa, verso il nostro essere così complesso, verso la profondità tipicamente femmina, verso il nostro modo di filtrare le immagini che gli occhi percepiscono. Non vanno forse “i tuoi dilemmi oltre la tua carne”, come lei scrive? Ecco, Giovanna deve ora superare la carne, il corpo straziato. Ora è donna, e come donna la si può ascoltare, perché con la sua forza poetica parli dei nostri incubi, delle nostre gabbie, delle nostre inquietudini, del dolore-gioia che solo le donne possono vivere. La sua scelta e il tuo parto sono compiuti, ora può regalarci la sua visione odierna per andare oltre. I nostri dilemmi vanno ben oltre la carne, non importa più se orina in piedi o seduta, ora può abbandonare il suo trapasso, la sua metamorfosi e andare oltre l’approdo, alla sua nuova vita.
Le faccio i complimenti e gli auguri, perché la sua vita non sarà semplice, ma almeno sarà vera. Poi, quando la seconda morte – quella da cui non si rinasce – arriverà, tutti potremo dire insieme che l’ultima morte arriva per tutti, morirò anche io prima o poi per l’ultima volta, ci ho fatto pace, tanto vale morire avendo provato a vivere. Ognuno con le sue insidie, per capire dove andare.