Adriana Lecouvreur. Sponsorizzò un esercito per amore del bel Maurizio

  di Ivana Musiani

  E’ tutto vero quel ch’è scritto nel libretto di Arturo Colautti per Cilea (ma, prima ancora, nel dramma di Scribe e Legouvé da cui è ricavato): nomi tutti controllabili all’anagrafe per i commoner e nell’Almanacco del Gotha per quanto attende i  nobili, in più autenticità di fatti e misfatti, esattezza  geografica e  persino   topografica,    cronologia   confermata   sia  dai  lunari d’epoca che dai libri di storia. Insomma, quella di Adriana Lecouvreur è una storia vera, è la storia di una donna sfortunata nel privato quanto celebre e riverita nella vita pubblica: una combinazione che i due abili teatranti francesi non potevano lasciarsi sfuggire, salvo un indispensabile ritocco nel finale. Ma qui la colpa è anche di Adriana: non si può, dopo aver fornito materia  per un dramma fitto di colpi di scena, grandi passioni, furibondi contrasti con colleghe e rivali in amore, amicizie con le più elette menti di Francia, morire – giovane sì, ad appena 38 anni – ma di una comune malattia. E allora, ecco le violette, ecco il veleno occultato nella loro irresistibile fragranza. Avesse saputo che il romantico mazzolino proveniva dalla duchessa di Bouillon, sua  potente rivale, l’avrebbe ceduto alla cameriera senza neanche sfiorarlo. Ma la perfida le aveva fatto credere che il mittente era l’uomo che entrambe si contendevano, ed ecco che la sospirosa Adriana non può fare a meno di tuffare il viso tra le violette, più per ritrovare  il ricordo dell’amato che il loro profumo.

  A suggerire alla collaudata coppia teatrale francese di far calare il sipario sulla loro infelice eroina con quel  patetico quanto esiziale espediente,  dov’esser stato forse un ritratto del celebre François Le Troy, che raffigura Adriana   nei panni di Monima, dall’Andromaca di Racine, giusto nel momento in cui sta per darsi la morte col veleno.

  D’essere risentita con Adriana, la duchessa di Bouillon aveva molte ragioni. Nel libretto di Colautti viene promossa chissà perché principessa, lei che portava un nome che risaliva alle Crociate (anche se, tradotto nella nostra lingua, il significato letterale è brodo). In casa della duchessa, nel corso di una recita privata, Adriana aveva colto l’occasione di un passo della Fedra di Racine che si prestava alla bisogna, per puntarle  l’indice contro  e accusarla di adulterio (giusto com’è riportato  nell’opera di Cilea). Profittare della padronanza del palcoscenico per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, non era certo un gesto dei più eleganti, e la Bouillon fu davvero sul punto  di vendicarsi mettendo in atto  mezzi estremi, ma  saggiamente se ne astenne.

  Osservando i molti ritratti dell’attrice, non si può dire che fosse una bellezza (qualche malevolo, ai suoi tempi, la giudicò persino bruttina), però, a detta dei contemporanei, aveva una grazia e una distinzione tutte particolari, e un’allure  elegante e armoniosa. Bella fronte, bocca piccolina, grandi occhi dallo sguardo intenso. Nell’insieme, emanava un non so che di spirituale che la rendeva unica tra le altre attrici della Comédie. Aveva un fisico snello, al contrario della sua rivale di palcoscenico (la Duclos) e in amore (la Bouillon), entrambe pienotte e con pesante doppio mento. Sapeva conversare e ascoltare, aveva una bella penna e interessi culturali: l’inventario dei beni lasciati nella sua ultima abitazione – tre piani in rue Des Marais, oggi rue Visconti – comprendeva tra l’altro 400 volumi tra storia antica e moderna,  religione,  le opere complete di Rabelais, Molière, Racine, memorialistica, musica, i Caratteri di Teofrasto, che certamente avrà spesso consultato in relazione al suo mestiere di attrice.

  Era nata il 5 aprile 1692 a Damery, una cittadina dello Champagne, da Robert Couvreur e Marie Boily. Il nome Adriana le fu imposto al fonte battesimale. Il padre era in povero cappellaio che, spinto dalle ristrettezze, si trasferì a Parigi con la famiglia quando lei aveva 10 anni.  Abitavano nel quartiere di San Sulpizio, dove  l’Istituto delle Figlie dell’Istruzione Cristiana si occupò della sua educazione Successivamente, il cappellaio si spostò nel quartiere del Tempio, a due passi dalla Comédie Française: un segno del destino, anche se la “chiamata” aveva già raggiunto da tempo la fanciullina. Ne fa fede Voltaire, nei primi versi di  una composizione poetica in forma di lettera, pubblicata sul Mercure nel dicembre 1723:  L’heureux talent dont vous charmez la France / avait en vous brillé dès votre enfance (Il felice talento con cui incantate la Francia, si era manifestato in voi sin dall’infanzia). Nel quartiere c’è un gruppo di ragazzini, come lei posseduti dalla passione del teatro, che mette un piedi spettacoli – in mancanza di meglio – nel retrobottega d’un droghiere. La quattordicenne Adriana si unisce a loro ed è subito primadonna. Anche se la sede è inadeguata, quei giovani non mancano di audacia: la Comédie mette in scena il Poliuto di Racine? E loro spavaldamente le rifanno il verso, e c’è persino chi va dicendo in giro che  sono  più bravi, specialmente una certa Adriana Couvreur. Le voci giungono all’orecchio di Madame Du Gué, una signora dell’alta società, intellettuale e mecenate, che invita la compagnia per una recita nel suo palazzo. Questa volta il pubblico non è composto di bottegai e popolani, Madame Du Gué s’è data molto da fare per la riuscita della serata: il parterre è composto di  nobili della Corte, notabili, scrittori, attori della Comédie. Grande successo della giovane compagnia e applausi particolari per Adriana, tanto che quelli della Comédie, lividi di rabbia, ricorrono  alla forza pubblica per  interrompere le recite nel retrobottega del droghiere.

  Non tutti, però: uno di loro, Le Grand, mediocre artista ma ottimo maestro, si offre di darle lezioni. Venuto poi a conoscenza della situazione sempre più disgraziata del cappellaio, gli  chiede il consenso di avviare la figlia al teatro, procurandole una scrittura presso il teatro di Lille.  Al momento del congedo, il brav’uomo  le suggerisce di far precedere il suo cognome da un Le, così da conferirgli un vago tocco d’aristocrazia. Per una decina di anni, il nome di Adriana Le Couvreur compare sui manifesti dei teatri di provincia, dall’Alsazia alla Lorena, dalla Lorena alla Fiandra: il tempo che le occorre per diventare un’attrice completa prima di affrontare Parigi a fronte alta, ma le sue ambizioni non sono rivolte alla sua persona: il leit motiv che l’accompagna nell’opera di Cilea, sulle parole:

 Io son l’umile ancella
del Genio creator:
lei m’offre la favella,
io lo diffondo al cor…
Del verso io son l’accento,
l’eco de dramma uman,
il fragile strumento
vassallo della man…

  nonostante i non eccelsi versi, non potrebbe descriverla meglio. Ma è già da Lille che comincia la serie degli amori infelici.  Durante un assedio della città, Adriana s’innamora di un suo giovane difensore, che purtroppo viene ucciso pochi mesi dopo l’inizio della loro relazione. Voleva morire anche lei, ma l’arte, la vita, la giovinezza glielo impediscono. A Lunéville, in Lorena,  conosce un altro ufficiale, Philippe Le Roy, ma si trattò d’un rapporto effimero, nonostante la nascita d’una bambina. E qui non si può dire che Adriana mettesse alle strette i suoi amanti. A un’antica fiamma, Henry Clevel, scriveva: “ Con tutto l’affetto che vi porto, mi sentirei disperata se vi vedessi fare per me qualcosa contro voglia. Tenete a mente che non posseggo nulla e che sono oberata di debiti; potrete sempre trovare di meglio altrove. Ho solamente la giovinezza e la volontà, ma questo non aggiusta le cose”. Con il conte François de Klinglin, figlio del pretore regio di Strasburgo, poteva contare su una seria promessa di matrimonio. Da parte di lui è un amore sincero, profondo, ma Adriana esita, dopo tante delusioni. Finalmente si concede, nasce un’altra bambina che il padre riconosce, ma la potente famiglia lo costringe a sposare un partito più vantaggioso. Tuttavia, nonostante fosse una madre nubile, Adriana fu sempre ritenuta più che onesta, di lei come attrice-donna si diceva: “Ha soltanto due figli”, il che può dare un’idea di quale fosse il disordine sentimentale delle colleghe.

  E, finalmente, Parigi, la Comédie: dove, fin dalla sua apparizione, mette in ombre tutte, anche l’osannata Duclos. Il fatto è che Adriana non è solo brava, ha anche portato una ventata di novità nell’ampolloso stile di recitazione degli attori del massimo teatro francese: lungi da lei l’enfasi, l’effetto, la declamazione stentorea a un passo dal canto, le movenze stilizzate  a un passo dalla danza. Adriana, invece, “si rivolgeva innanzitutto al cuore, e lo colpiva con un’intelligenza, una giustezza e un’arte che è impossibile descrivere; animava anche i versi deboli con la finezza e col fuoco della sua recitazione, e i più belli trovavano nuove attrattive nella sua bocca”, scriveva il Mercure de France, giudizio ribadito anche dal Parnasse Français: “Ella aveva un’arte ammirabile per esprimere le  grandi passioni e farle sentire in tutta la loro forza, avendo al massimo grado, come si dice, cuore e sentimento: andava diritto al cuore e colpiva vivamente”.  Non solo: gli abiti che indossava si riferivano sempre all’epoca  delle sue eroine; c’è una statua del Duret che la raffigura col peplo, indumento col quale compariva in scena nelle tragedie di Racine, e a cui l’artista diede il nome di La Tragédie, intendendo che nessuna meglio di lei ne era il simbolo.  Al contrario, mai e poi mai la Duclos  e le altre avrebbero rinunciato a imparruccarsi, esibire i loro  gioielli,  indossare sontuosi broccati (ingioiellati anch’essi), fosse pure nei ruoli di Fedra o Agrippina.

  Al culmine del successo, beniamina dei salotti parigini, Adriana incontra il conte Maurizio di Sassonia. Si racconta che,   tornando a casa di notte, la  carrozza dell’attrice  venga assalita da malviventi. Uno sconosciuto che passava di lì interviene in sua difesa, mettendo fuori combattimento gli aggressori.  Con molte probabilità si tratta d’una leggenda, che però rientrava bene nella tipologia di Maurizio di Sassonia. Ecco come lo descrive De Lescure, il generale amico degli insorti della Vandea: “Era alto e snello. Due grandi occhi azzurri pieni di fuoco sotto le sopracciglia folte e nere rischiaravano il suo viso abbronzato e ne temperavano l’energia, mitigata anche da un sorriso cordiale. La sua forza era proverbiale e ha contribuito alla sua popolarità. Torceva fra le dita uno scudo da sei livres, apriva un ferro da cavallo…”:  insomma, un macho in tutti i sensi, che esercitava un forte ascendente sulle donne e al quale  si guardava bene dal sottrarsi. Era figlio del re di Polonia, nato fuori dal matrimonio ma riconosciuto, avviato al mestiere delle armi fin dall’età di 13 anni. Voleva essere re anche lui, e per tutta la vita inseguì per ogni dove – in tutta Europa,  ma anche nel Madagascar e  nelle terre vergini d’America – un  sogno destinato a non realizzarsi mai. La povera Adriana si spogliò di ori, gioielli, vasellame, quadri e quant’altro di valore, per procurargli un esercito con cui conquistare un purchessia trono, intanto che lui la tradiva con tutte, e facendosi anche sorprendere con la Bouillon nel loro nido d’amore. Lei gli scriveva lettere tenerissime, colme di dolci ma anche amari  rimproveri. Gli ultimi suoi anni furono veramente infelici proprio a causa di Maurizio. E, quando morì, alla sua salma fu negato l’ingresso in chiesa e il funerale religioso in quanto attrice, mentre l’amico Voltaire così esprimeva la propria indignazione: Que direz-vous, race future / lorsque vous apprendrez la flétrissante injure / q’à ces arts désolés font des prêtre cruels? / Un objet digne des autels / est privé de la sepulture. Et dans un champ profane on jette à l’aventure / de ce corps si chéri les restes immortels… (Cosa direte,  future genti, quando saprete dell’infame ingiuria  compiuta da preti crudeli a queste misere spoglie? Un oggetto degno degli altari è privato della sepoltura. E in un campo profano si gettano alla ventura i resti immortali di questo corpo così caro). E se il riferimento a “questo corpo così caro” può indurre, nonostante la triste circostanza, a pensieri maliziosi, ebbene sì:  i biografi sono piuttosto concordi nel dare per certa una breve liaison tra l’attrice e il filosofo, poi tramutatasi in grande amicizia.