A proposito del cinema delle donne italiane, dal convegno tenutosi alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro

di José de Arcangelo

Proprio l’ultimo giorno della 54.a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, al Centro Arti Visive Pescheria, si è tenuta la tavola rotonda “We Want Cinema – Sguardi di donne nel cinema italiano”, che ha affrontato con professioniste del settore il ruolo delle donne all’interno dell’industria cinematografica. L’incontro partiva dalla presentazione del libro (Saggi Marsilio) che ha dato il titolo alla tavola rotonda nonché alla sezione omonima, e di cui alcune delle presenti al convegno hanno contribuito con saggi, dati e opinioni. All’evento hanno preso parte Sonia Bergamasco, Laura Buffoni (curatrice del volume), Paola Casella, Giada Colagrande, Antonietta De Lillo, Ilaria Fraioli, Cristiana Paternò, Patrizia Pistagnesi e Roberta Torre.

“Secondo uno studio del CNR – esordisce la ricercatrice Ilaria A. De Pascalis – le registe italiane sono poche, la presenza delle donne tra il 15 e il 25%, ma riguarda l’intero settore audiovisivo. Però tra l’opera prima e la seconda c’è una specie di tagliola che riguarda soprattutto il budget”.

Molti sono stati poi i punti toccati dalle esperte, che hanno delineato con acume un panorama in cui le maestranze femminili hanno ancora difficoltà nel trovare i mezzi ideali per fare il loro cinema e nel sostegno che non sembra arrivare neanche da una critica a maggioranza maschile. Come ha spiegato Paola Casella, giornalista e critica cinematografica: “Ci sono due aspetti del cinema al femminile con cui le autrici donne sanno approcciarsi con unicità. Non necessariamente con opere migliori di altre, ma sicuramente più stimolanti. Questi aspetti sono la maternità e la sessualità. Temi che ancora spaventano e mettono in crisi alcuni critici. Il cinema al femminile viene poi percepito come minore, piccolo e marginale dall’assetto industriale e non c’è motivo perché questo avvenga. E per quanto riguarda il movimento Me Too, bisognerebbe smetterla di dire che la situazione è sempre stata così e usare quell’energia per cambiare le cose.”

Anche Cristiana Paternò, sempre giornalista e critica, riflette sulla differenza che le donne possono portare al cinema: “Parlare del cinema delle donne è difficile perché tutte sono diverse, ognuna ha un suo sguardo e una propria modalità di racconto. Non si tratta infatti di etichettarlo, ma di mettere in primo piano il fatto che tratta di determinate tematiche.” – e continua – “Il libro sembrerebbe legato ai fatti di attualità, ma queste sono riflessioni che partono da molto prima di Me Too e il resto. Già nel 2001 in una convention di Pesaro si notava quante poche erano le registe donne italiane e quanto fossero poche conosciute. Ed anche la critica e l’accademia deve essere ripensata in quanto ambito fondamentale, che troppo spesso essendo prettamente maschile svalutano lavori che escono dal seminato della solita emotività”.

Le ha fatto eco anche la Bergamasco, spiegando quanto sia complicata anche la stessa rappresentazione femminile al cinema: “Sento da anni la difficoltà di trovare storie in cui la donna venga raccontata nella sua complessità, senza che sia completamente vittima. Bisogna accettare la complessità della donna, metterla a fuoco, ma a farlo non deve essere per forza una donna, il mio è un discorso artistico più che di genere”.

Ed è anche per questo che nasce la raccolta We Want Cinema, di cui ha parlato la stessa curatrice Laura Buffoni: “Questo lavoro l’ho pensato come se si trattasse di un lavoro di montaggio che accostasse diversi sguardi femminili. Il libro racconta tutto il cinema delle donne in Italia. Non è un modo per ghettizzarci ma per dire che ci siamo anche noi”.

“Ho sempre pensato che il comandare fosse donna – confessa la regista milanese Roberta Torre – , esiste da sempre all’interno della famiglia alla base di ogni società. Quando sono entrata nel cinema dovevo comandare per la mia visione del mondo e della creatività. Forse per questo all’inizio ho fatto meno fatica di altre, anche perché avevo l’energia e l’incoscienza della giovinezza, ma intorno a me c’era un codice diverso, il furto delle idee delle donne, un fatto concepito, che ‘si può fare’ gli uomini e se ne appropriano senza pudore”.

 

“Dopo il David di Donatello (nel 1998 per “Tano da morire”, ora ne ha vinto uno su 5 nomination per “Riccardo va all’inferno” ndr.) – prosegue – il ‘codice’ è stato in parte abbattuto ma sulla strada di un’autonomia produttiva perché ‘per ragioni economiche’ è sempre difficile aggiudicarsi un budget adeguato, se si vuole crescere non si può ridurre le riprese a sei settimane, abbiamo bisogno di tempo, ho sempre cercato l’interlocutore adatto, perché avevo anche dei ‘padri’ (cinematografici ndr.) castranti. E allora era impensabile andare al Festival di Venezia col primo film, era una questione generazionale, e la mia è quella di mezzo”.

“Negli ultimi dieci anni – ribatte la collega Antonietta De Lillo – sono passata al film partecipato, una scelta artistica e produttiva sostenuta da una collettività, perché dobbiamo avere una rete. Un’iniziativa nata in America con la Women in Film che riunisce tutte le lavoratrici dello spettacolo, cinema, tivù, media; una lobby chiara ed esplicita che fa pressione perché tutto sia regolare, in un mondo più equilibrato che interessi anche gli uomini. In questo noi donne siamo più coraggiose, quasi dei kamikaze, e riusciremo a fare un cinema veramente femminile. Il femminismo prima faceva più paura, con mio fratello, lui patriarcale e io matriarcale, non ho più voluto contrappormi ma conoscerlo. Si dice che ‘dietro un grande uomo c’è una grande donna’, oggi si potrebbe dire che ‘dietro una grande donna c’è un grande uomo’. Vogliamo il cinema ma anche la politica. Non hanno mai chiesto a Sorrentino di fare un cinema maschile, perché si dà per scontato che sia prerogativa degli uomini.”.

“Bisogna fare una riflessione sulla natura del nostro ruolo – spiega l’autrice Giada Colagrande -, le donne vengono identificate con Venere, mentre gli uomini con Marte che però è anche dio della guerra, ma per dirigere non necessariamente bisogna far la guerra. Credo si tratti di una condivisione, di coordinare le varie collaborazioni. All’inizio non mi identificavo nel ruolo di regista nonostante volesse incarnare un mio ruolo. In scena con loro (è anche protagonista dei suoi film ndr.) volevo offrire una rappresentazione più intima, perché col passar degli anni si riesce a identificare nel ruolo secondo una modalità maschile”.

 “Anch’io faccio parte della generazione di mezzo – chiosa la montatrice Ilaria Fraioli, fedele collaboratrice di Alina Marazzi, che insegna anche montaggio -, lavorare su film strettamente legati all’esperienza personale dell’autrice o dell’autore porta a utilizzare la memoria non per ripercorrere i fatti ma per interpretare meglio la loro storia. Oggi forse è aumentata la libertà nel lavoro, ma le candidature delle donne ai premi restano basse, due ai Nastri d’Argento e 1 su 15 ai David di Donatello. E’ vero c’è stata un’evoluzione di tendenza negli ultimi anni ma ci deve essere la volontà di cambiare veramente. Io temo per le mie ‘figlie’ (le allieve ndr.), visto che se la situazione non cambia non riusciranno a lavorare”.

Un incontro che ha confermato la volontà di portare testimonianze di un cinema femminile che può e deve essere protetto, svincolato dal potere stabilito, muovendosi nella prospettiva di un futuro più facile, ma soprattutto più giusto per le nostre figlie. Maternità, LGBT, pornografia, censura, desiderio e le iniziative dell’associazione di cui ha esposto i principi la De Lillo: un convegno essenziale che deve continuare e che parlerà al di fuori del Festival di Pesaro con il libro “We Want Cinema”. E in rassegna sono stati proiettati “Amori che non sanno stare al mondo” di Francesca Comencini, “Film d’amore e d’anarchia…” di Lina Wertmuller, “Padre” di Giada Cologrande, “Riccardo va all’inferno” di Roberta Torre, “Vogliamo anche le rose” di Alina Marazzi, “Figlia mia” di Laura Bispuri e, in chiusura, “Diva!” di Francesco Patierno, ma tutto al femminile perché tratto dall’autobiografia di Valentina Cortese, interpretata da otto attrici italiane che le danno corpo e voce.