Una donna caritatevole

di Gladis Alicia Pereyra

  Non nevicava da due giorni e il sole splendeva in un cielo levigato. Sui vicoli del paese, la neve in parte si era sciolta e diventata sottili lastre di ghiaccio rendendo pericoloso il transitare. Sulla stradina che portava al cimitero, al posto del ghiaccio, si era creata una fanghiglia altrettanto scivolosa dove le scarpe affondavano. Il lungo corteo avanzava lentamente al seguito della bara, sostenuta da quattro portatori che procedevano con cautela, saggiando il terreno, per evitare il rischio di un disastroso ruzzolone. La tramontana congelava i nasi e arrossava gli occhi che lacrimavano, creando l’equivoco di un dignitoso dolore collettivo che non si concedeva lo sfogo del pianto. Subito dopo la bara venivano i fiori: una corona con la scritta “Tuo figlio e i tuoi nipoti” in lettere dorate su un nastro viola e un cuscino di fiori bianchi pagato con la colletta organizzata da Anna e fatto arrivare, come la corona, dalla vicina cittadina.

  Anna, Agnese e Maria, seguivano i portatori dei fiori e dietro loro s’incolonnava il resto del paese; erano rimasti a casa soltanto quelli che un grave impedimento fisico non aveva permesso di recarsi al funerale.

  Giuseppina se ne andava a novantaquattro anni, comodamente adagiata nella sua bara portata a spalla dall’unico figlio, dai due nipoti e da Benito, lo scemo del paese, un ragazzone cui madre natura aveva dotato di un fisico invidiabile e di una bella testa vuota.

  Anna era forse l’unica che aveva il viso gonfio e arrossato non dal freddo ma dal pianto. Era stata lei a recarsi da Giuseppina appena passata la bufera di neve scatenatasi anzi tempo, dopo un autunno particolarmente mite, prendendo tutti impreparati. Aveva trovato l’anziana a letto con la tosse e la febbre alta. Giuseppina abitava da sola e quel malanno se lo aveva buscato andando a radunare le capre per portarle nella stalla, sotto la bufera e con i soli indumenti che portava in casa.     -Le galline sono corse al pollaio da sole e poi dicono che sono stupide- aveva raccontato ad Anna e le aveva chiesto di non preoccuparsi, lei aveva la pelle dura e non era la prima volta che si buscava l’influenza a causa degli animali. Anna, quarant’anni più giovane di Giuseppina, lavorava per lei da venti, aveva iniziato quasi dieci anni prima di conoscere l’uomo che sarebbe stato suo marito e che, dopo cinque anni di matrimonio, se n’era andato lasciandola sola, senza neanche un figlio a farle compagnia, i suoi genitori erano morti. Viveva in una piccola casa che sorgeva a metà strada tra il casale dell’anziana e le ultime propaggini del paese. In Giuseppina vedeva, non la sua padrona, ma la sua unica parente.

  Giuseppina si sbagliava a sottovalutare ciò che le accadeva, quell’influenza era diversa dalle altre e la febbre non accennava a scendere, anzi, aumentava. Al terzo giorno aveva ceduto e permesso ad Anna di andare a cercare il medico e a chiamare il figlio, che non abitava nel paese.

  Il medico aveva diagnosticato una polmonite e raccomandato di ricoverarla subito. L’ospedale più vicino si trovava nella cittadina dove abitava il figlio ma, nonostante ciò, Giuseppina si era opposta al ricovero decisamente con le poche forse che le restavano: voglio morire in casa mia, dove sono nata, aveva detto ed era stata accontentata. La febbre alta e l’affanno per respirare non le avevano tolto lucidità e, sentendo arrivare la fine, aveva chiesto di far venire don Gregorio per confessarsi e ricevere i sacramenti, voleva morire com’era vissuta, da cristiana in pace con Dio. E così se n’era andata, serenamente nel suo letto, circondata dall’affetto che aveva saputo guadagnarsi nel corso della sua lunga vita. Le ultime parole le aveva sussurrato all’orecchio del figlio: “Cerca in fondo al baule”. Lui aveva promesso che lo avrebbe fatto per accontentarla e poi se n’era dimenticato.

  Anna camminava in mezzo alle altre due donne, anche loro avevano lavorato da ragazze per Giuseppina.  Erano più anziane e più fortunate di lei: entrambe vivevano con il marito, avevano figli ormai sposati e nipoti che frequentavano il liceo. In tutti quegli anni, gli impegni familiari non avevano impedito a Maria e Agnese di recarsi regolarmente a trovare la vecchia padrona e, all’occorrenza, di dare una mano nel lavoro senza pretendere di essere pagate. Appena avevano saputo che Giuseppina era a letto con la polmonite, erano corse ad aiutare Anna che si doveva occupare non solo della malata ma anche degli animali. Per Giuseppina qualsiasi cosa, per loro era come una sorella maggiore.

  Giuseppina era conosciuta e benvoluta da tutto il paese. Non c’era persona in difficoltà che rivolgendosi a lei avesse trovata la porta chiusa. Per lei essere generosa e solidale con il prossimo era naturale e non si aspettava di essere ripagata. Per questo le tre donne erano un po’ arrabbiate con il parroco perché, secondo loro, era stato sbrigativo e alquanto superficiale nel tessere l’elogio funebre della defunta. Erano rimaste sorprese e deluse dalle parche parole con cui don Gregorio aveva celebrato la personalità della donna che ogni giovedì, prima di recarsi al mercato settimanale per sistemare il suo banco, passava per la parrocchia e consegnava gratuitamente formaggio, uova, marmellate e verdure varie che poi il prete distribuiva tra i poveri. “Era una donna caritatevole”, aveva ricordato don Gregorio, e questo era stato il massimo delle lodi con cui aveva onorato la memoria di una donna che per elencare tutti i suoi pregi si sarebbero volute ore. A giudicare dai commenti che avevano sentito uscendo dalla chiesa, le tre amiche non erano le uniche a restare sorprese e non poco indispettite dall’atteggiamento di don Gregorio.

  Mentre camminavano prestando attenzione a non scivolare, si consolavano ricordando la defunta con tutta l’ammirazione, il rispetto e l’affetto che erano mancati nell’elogio funebre di don Gregorio.

  Ai ricordi che nascevano dall’esperienza diretta, si mescolavano altri ereditati dai più anziani che avevano conosciuto Giuseppina giovanissima impegnata in salvare il salvabile dopo il tracollo economico della famiglia. I campi migliori erano stati venduti e il podere si era ridotto a qualche ettaro di terreno intorno al casale. Il padre era caduto in depressione e passava le giornate seduto da qualche parte a bere in solitudine, finché si addormentava. Il fratello maggiore era partito, dicevano per l’America.

  Nella stalla erano rimaste alcune caprette che la madre teneva perché con il latte produceva un particolare formaggio per consumo familiare. Era un formaggio tenero dal gusto delicato, la cui ricetta si tramandava da madre in figlia e che mai era stato prodotto per la vendita. C’erano le galline che fornivano le uova per soddisfare il fabbisogno domestico, e poi il frutteto e l’orto. E da quel poco che si era salvato dal disastro e che fino allora era servito a rifornire la mensa quotidiana, le due donne erano partite per risollevare le sorti della famiglia.

  Giuseppina era riuscita a ottenere un posto al mercato del giovedì. Partivano all’alba su un carretto tirato da un asinello, ceduto in prestito da un vicino compassionevole. Sul piccolo banco, ricoperto da un’immacolata tovaglietta disponevano, con una certa grazia, tre o quattro formaggi che vendevano a peso, alcune dozzine di uova, dei barattoli di marmellate e dei biscotti fatti in casa. All’inizio, conoscendo la loro storia, la gente comprava per aiutarle ma in seguito cominciarono a comprare perché i loro prodotti erano ottimi. Poco a poco la loro attività si era andata consolidando; avevano comprato altre capre e aggiunto alla loro rudimentale attrezzatura per la lavorazione del formaggio, qualche pezzo di seconda mano per incrementare la produzione. Il banco al mercato settimanale era stato allargato, ma ormai la vendita non finiva lì, perché i clienti si recavano sempre più spesso al casale per gli acquisti.

  Con la richiesta in continuo aumento era stato necessario prendere una ragazza come aiutante e poi un’altra e un’altra ancora. In capo a quattro anni i giovani che lavoravano per le due donne erano sei, l’ipoteca che gravava sul casale era stata tolta e i conti erano in ordine. Quello stesso anno era morto il padre. Lo avevano trovato disteso in riva al fiume con la faccia dentro l’acqua, forse era stato un malore o forse era caduto ubriaco in quella posizione e non riuscendo a sollevarsi era morto annegato. Era stato seppellito cristianamente e presto dimenticato, per la moglie e la figlia, da molto tempo, quell’uomo non esisteva più.

  Aveva appena compiuto venticinque anni, quando Giuseppina aveva conosciuto Michele, un giovane impiegato delle poste che da poco era stato trasferito in paese. Il loro amore aveva preso tutti di sorpresa; quella giovane assai carina, con un’attività che rendeva bene, avrebbe potuto aspirare a ben altro fidanzato. Era risaputo che aveva respinto corteggiatori che le offrivano la possibilità di un matrimonio vantaggioso su tutti gli aspetti. Le cattive lingue dicevano che era sposata con il lavoro e sarebbe rimasta zitella. E ora, all’età in cui la maggior parte delle donne avevano già partorito due o tre marmocchi, si fidanzava con un impiegatuccio squattrinato.

  Si erano sposati due anni dopo e l’unico figlio era nato quando Giuseppina si avviava verso i trenta. La luna di miele l’avevano passata in riva a un lago, distante un’ottantina di chilometri dal paese ed era stata la prima e la ultima volta che Giuseppina si era allontanata dal casale.

  Gli anni erano passati serenamente, tutti abbastanza simili, il bambino cresceva, il lavoro aumentava insieme ai guadagni, i prodotti del casale si vendevano in tutti gli alimentari della provincia; i formaggi di Giuseppina erano diventati una specialità della zona. Michele si recava al lavoro in bicicletta e la moglie guidava un furgoncino per recarsi al mercato del giovedì e fare le consegne.

  Il grande dolore Giuseppina lo aveva conosciuto con la morte della madre. Una lunga malattia l’aveva portata via quando ancora era forte e attiva.

  Dopo la scomparsa della madre il carattere di Giuseppina era cambiato, si era fatto meno espansivo, in compenso la sua generosità e la sua propensione ad aiutare gli altri erano aumentati.

  Quella vita che scorreva come un fiume di pianura, era stata sconvolta all’improvviso da una tragedia che aveva tenuto con il fiato sospeso l’intero paese.

  Michele si era pensionato e trascorreva i suoi giorni in un meritato ozio. Giuseppina spesso lo sgridava perché lei continuava a essere sommersa dal lavoro e lui non le dava una mano. Per evitare i suoi rimproveri lui l’accompagnava al mercato e in autunno si recavano insieme al bosco a raccogliere funghi. In alcune sere d’estate Michele andava in paese a bere un bicchiere con gli amici e, qualche volta, lei lo accompagnava. Una sera non era rincasato e in paese nessuno lo aveva visto. Presati dall’angosciata Giuseppina i carabinieri avevano iniziato quello stesso giorno le ricerche, aiutati da una folla di volontari. Il suo corpo era stato ritrovato nel bosco, con una profonda ferita nella testa prodotta, sicuramente, da un colpo di accetta. L’autore del delitto e l’arma usata non si erano mai trovati.

  Michele non aveva nemici tra gli abitanti del borgo, era un uomo rispettato e benvoluto. Non era stato ucciso per derubarlo, in tasca aveva il portafoglio con denaro e documenti. Si era pensato a un vecchio conto in sospeso con qualcuno del suo paese, ma i cugini che ancora abitavano là avevano assicurato che né Michele né la sua famiglia avevano mai avuto inimicizie. La morte di Michele era rimasta un inquietante mistero.

  Il tracollo di Giuseppina dopo la tragedia era stato notevole. Non solo per il dolore che l’aveva prostrata per settimane. Per la prima volta, si era come piegata su se stessa, disinteressandosi persino del lavoro che era rimasto in mano ai suoi dipendenti.

  Quando aveva finalmente superato il lutto sembrava un’altra donna. Era diventata guardinga, timorosa, aveva comprato un altro cane, un pastore tedesco bellissimo e aggressivo, che ringhiava mostrando i denti appena qualcuno si avvicinava troppo alla padrona e lo teneva sempre accanto a sé. Al tramonto si asserragliava in casa con il suo cane e per anni non si era recata a raccogliere funghi nel bosco e quando, finalmente, si era decisa a tornare lo faceva insieme ad altri.

  Anna non ricordava la Giuseppina di prima, aveva cominciato a lavorare da lei anni dopo la tragedia. Sapeva che l’assassino del marito non era mai stato trovato, come mai era stato trovato l’assassino del barbone che Giuseppina aiutava, quello sì lo ricordava, era successo quindici anni prima.

  Quell’uomo era spuntato un giorno sulla piazza del paese senza che nessuno sapesse da dove veniva. Era un uomo scontroso che sicuramente dimostrava più anni di quelli che aveva. Era sporco e puzzolente come tutti i suoi pari. Non parlava con nessuno, si sedeva per terra davanti alla chiesa, metteva accanto a sé un lurido cappellaccio e restava in attesa della carità dei passanti. Il suo aspetto non era rassicurante, a prescindere dalla sporcizia e dal fetore, e la gente lasciava cadere qualche moneta nel cappello più per farlo andar via che per pietà; sapevano che appena racimolava i soldi sufficienti, raccoglieva i suoi stracci e attraversava la piazza diretto all’alimentare a comprare lattine di fagioli, lenticchie, mais, pane in cassetta e, se i soldi bastavano, qualche lattina di tonno o un pezzo di formaggio. Fatta la spessa, scompariva per giorni. Nessuno sapeva dove si rintanasse.

  Durante l’inverno la sua presenza di fronte alla chiesa era diventata sporadica, in seguito si era saputo il perché. Anna ricordava come Giuseppina, dopo aver sorpreso l’uomo aggirarsi nelle vicinanze del casale gli era andata incontro, accompagnata dal cane, con una busta piena di provviste che aveva lasciata per terra a prudenziale distanza dal mendicante ma sufficientemente vicina da essere notata da lui.

  Da quel momento, una volta o due a settimana, l’uomo si piazzava in pieno giorno a un centinaio di metri dal casale e attendeva. Giuseppina preparava le provviste, le metteva in una busta, sempre più grande e andava con il cane a depositarla per terra a metà strada tra il casale e l’uomo. Tutti i lavoranti, con Anna in testa andavano a presenziare al caritatevole atto della padrona. – E non aveva paura che tornasse quando era sola a derubarla – Anna ricordò alle amiche mentre varcavano i cancelli del cimitero-. “Lui vuole solo mangiare ed essere lasciato in pace”, mi rispondeva quando le dicevo di stare attenta. “La roba, i soldi non gli interessano. E’ un poveraccio che non fa male a nessuno e non è utile a nessuno. Un giorno come è arrivato se ne andrà”. Così diceva e alla fine dell’inverno l’uomo scomparve e nessuno si ricordò più di lui. Solo Giuseppina ogni tanto diceva: “Chissà che fine ha fatto” -.

  -Io mi ricordo quando lo trovarono – disse Agnese. -E chi non se lo ricorda – ribatté Maria – in paese non si parlava d’altro. Era stato ucciso nel bosco con un colpo di accetta in testa come il marito di Giuseppina. Eravamo tutti spaventati. Nei paraggi si aggirava un assassino e nessuno sapeva chi fosse -. -Lei rimase sconvolta, me lo ricordo bene- disse Anna – “uno di questi giorni toccherà a me” diceva e sprangava la porta quando noi lavoranti andavamo via e l’apriva il giorno dopo al nostro arrivo. La domenica passavamo a prenderla per andare a messa, perché da sola non ci andava-.

  Erano arrivate davanti alla piccola cappella che Giuseppina aveva fatto costruire e dove riposavano i suoi genitori e il marito. Anna seguendo i suoi pensieri esordì: che sarà degli animali? Il figlio li venderà insieme al casale e alla terra. Giuseppina amava le sue caprette e le sue galline, guai a chi le toccasse, non aveva mai ammazzato una, diceva che meritavano di morire da vecchie dopo una vita di lavoro. Poverine, ora chissà che fine faranno -. Agnese sorrise e le accarezzò una guancia             – Giuseppina ha fatto testamento, che bisogno c’era? Per legge va tutto al figlio e ai nipoti. Ma quando lo ha fatto pensava ai suoi animali e a te-. Anna la guardò senza capire. -Gli animali e tutta l’attrezzatura per fare il formaggio li ha lasciato a te, perché sapeva che tu avresti trattato le sue bestie come avrebbe fatto lei e perché tu, morta lei, saresti rimasta senza denaro e senza lavoro e anche perché qualcuno continuasse a produrre il suo formaggio. La ricetta si tramanda da madre in figlia e tu sei stata come una figlia per Giuseppina -. Anna scoppiò a piangere e le altre due l’abbracciarono e piansero con lei, intanto Giuseppina varcava la soglia della sua nuova dimora.

  Alberto, era giunto al casale dopo il funerale, infreddolito e stanco. Quanto pesava quella bara! Solo la bara perché lei era diventata un mucchietto di ossa e pelle, senza peso. Aveva accumulato stanchezza e sonno in quei dieci giorni passati accanto alla madre morente. Ancora non si capacitava che fosse morta. Era venuto a farle visita venti giorni prima e l’aveva trovata immersa nel lavoro, come il solito, non si accorgeva neppure di avere novantaquattro anni. “Il giorno che mi fermerò morirò” diceva sempre e così era stato. Ora doveva pensare a che fare con il casale e tutto il resto. Non era tanto sicuro di voler vendere, dopo tutto era nato lì, come sua madre, e lì aveva trascorso l’infanzia e parte della giovinezza. La madre aveva pensato a tutto, come sempre, e aveva lasciato gli animali e l’attrezzatura per il formaggio ad Anna, lo aveva informato sul lascito in favore di Anna nel testamento e lui si era detto d’accordo, nonostante spogliasse lui e i suoi figli di una parte consistente dell’eredità. Capiva perché la madre aveva deciso in quel modo, sapeva che lui non avrebbe continuato la sua opera e invece Anna sì. Era una decisione saggia.

  Pensando ad Anna ricordò il suo risentimento nei confronti di don Gregorio e non aveva torto, anche lui si aspettava un elogio funebre che facesse onore alla sua mamma, lei si meritava molto più di quelle quattro parole dette in fretta. Ma quel prete si era comportato in modo strano già dopo aver dato il Viatico alla morente. Era uscito dalla stanza della madre, inquieto, sembrava persino spaventato, gli aveva detto soltanto “Ormai la febbre la fa sragionare, la prego non dia retta ai suoi sproloqui” e se n’era andato salutando appena.

  Uscito il prete, era tornato accanto alla madre e l’aveva trovata con gli occhi chiusi; sul viso, ormai cadaverico, sembrava esser scesa un’immensa pace. Lei aveva percepito la sua presenza, aveva aperto e gli aveva fatto segno di chinarsi. Le aveva avvicinato l’orecchio alla bocca e, nonostante il suo fosse stato un debolissimo sussurro, era riuscito a cogliere bene le parole: “Cerca in fondo al baule”. Quando si era rialzato, lei non c’era più.

  Sollevando il coperchio del baule provò una leggera inquietudine. Che sua madre custodisse un segreto che forse lo riguardava? Sciocchezze, non era lei donna da segreti, se si escludeva la ricetta del formaggio. E poi che segreto poteva custodire che riguardasse lui? Si trattava probabilmente di un ricordo, qualcosa cui teneva particolarmente e desiderava che restasse al figlio. Poi gli sembrò d’indovinare: erano soldi. Un piccolo, o forse non tanto piccolo, gruzzolo non dichiarato al fisco. O forse un altro tipo di tesoretto: gioielli, forse. Lasciò da parte le congetture e si mise all’opera. Il baule conteneva un cumulo di cose in disuso che raccontavano la storia di un’intera vita, Alberto lo svuotava senza badare a quel che estraeva e depositava sul pavimento, la curiosità aveva preso il sopravvento.

  Bastarono pochi minuti per svuotare il baule, ora sul fondo restava solo una scatola avvolta nella carta da pacco, era senz’altro ciò che la madre aveva voluto che trovasse. Alberto la prese e, senza un reale motivo, il cuore accelerò. Non era pesante, l’appoggiò sul pavimento e si fermò un momento. La madre gli aveva detto di cercare in fondo al baule ma non che avrebbe dovuto fare con quel che avrebbe trovato. Intanto apriamo questa scatola e vediamo che c’è dentro, poi si deciderà, pensò, tolse la carta e aprì la scatola. Comparvero un’accetta e una busta di plastica. Faticò a disfare il nodo che chiudeva la busta; quando ci riuscì, lo investì un odore nauseabondo, dentro c’erano due strofinacci di quelli che si usano per asciugare i piatti. Vincendo il ribrezzo e la paura, li tolse dalla busta: entrambi avevano una macchia incartapecorita, scura e coperta di muffa. Sull’angolo pulito, ogni strofinaccio aveva un cartellino fermato da una spilla, su uno si leggeva: “Con questo panno ho pulito l’accetta dal sangue di Michele che ho ucciso il 27 luglio perché ormai era inutile come mio padre” e sull’altro: “5 marzo. Ho ucciso il barbone perché era un uomo inutile come mio padre”. Alberto si alzò e corse fuori in cerca d’aria, non riusciva a respirare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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