“Noi siamo la marea”

di José de Arcangelo

Presentato in concorso al 34° Torino Film Festival e vincitore del Premio del Pubblico, “Noi siamo la marea” (Wir sind die Flut) è un intrigante dramma esistenziale fra thriller e fantascienza, scienza e paranormale, sceneggiato da Nadine Gorttmann e diretto dal tedesco Sebastian Hilger, al suo secondo lungometraggio.

Quindici anni fa – il 15 aprile 1994 – l’oceano è sparito (l’alta marea non è più tornata lasciando 5 km di spiaggia) dalla costa di Windholm, in Germania. E così pure i bambini del posto. Il giovane fisico Micha (il Max Mauff de “L’onda”) vorrebbe condurre ricerche approfondite su questo fenomeno inspiegabile, ma necessiterebbe della borsa di studio che gli è stata negata, visto che la zona è stata recintata, il villaggio isolato e controllato dall’esercito.

Comunque decide di partire, seguito da Jana (Lana Cooper), ex collega e compagna, figlia del rettore dell’università, il professor Feuerstein (Max Herbrechter), in cui lavora. Ad attendere i due, un mistero da svelare e i fantasmi del loro passato in comune, anzi della loro infanzia.

Un coinvolgente ‘mistery’ – come viene definito dagli americani -, cupo e complesso, suggestivo e inquietante, che da un lato porta in mente i vecchi film di fantascienza anni Cinquanta e dall’altro ha come riferimento l’Andrej Tarkovskij di “Stalker” (1979) più che quello di “Solaris”, perché il mistero viene custodito e difeso, non solo dalle autorità ma soprattutto dalla collettività, comunque tutti ostili verso i giovani ricercatori.

Infatti, tutto è legato ai rapporti vita e morte, sogni e passioni che trasformano in mistero anche la nostra stessa esistenza e soprattutto quella delle nuove generazioni, i nostri rapporti col passato e con il futuro. E se il finale può lasciare perplessi e/o confusi, “Noi siamo la marea” ci fa riflettere sulle scelte e sulla ricerca non solo scientifica, ma anche e soprattutto esistenziale dell’ultima generazione, quella chiamata ‘Y’. E come tradizione nel cinema tedesco, il film può sembrare lento (dura solo 84’) per chi non è abituato a lasciarsi coinvolgere nella riflessione (narrazione) esistenziale.

“Ci chiamano la ‘generazione Y – scrive il regista nelle note -; ci hanno cresciuti facendoci credere di essere speciali e in grado di cambiare il mondo con le nostre idee e le nostre scelte. Ma continuiamo a sbattere contro porte chiuse. Siamo sempre in attesa del prossimo contratto a tempo determinato, del prossimo subaffitto, della prossima relazione a breve termine. Siamo intrappolati tra le incertezze. […] E’ questa la vita, oppure deve ancora cominciare? E in tal caso quando comincerà? […] Cambierà mai qualcosa? E come  cambierà? Il mio film parla della delusione di un’intera generazione. E della sua determinazione ad andare comunque  avanti”.

Nel cast anche Gro Swantje Kohlhof (Hanna), Roland Koch (Karl), Hildegard Schroedter (Sophie), Waldemar Hooge (Danil), Mikke Emil Rasch (Matti), Ulrike Huebschmann (Dekanin Arndt), Marcell Kaiser (Oskar), Michael Epp (soldato Mike). La fotografia – che riproduce le grigie atmosfere del nord Europa – è di Simon Vu, il montaggio di Linda Bosch e le musiche originali di Leonard Petersen.

Nelle sale italiane dal 21 giugno distribuito da Mariposa Cinematografica e 30 Holding in collaborazione con German Films.