Le giovani e brave registe russe e i loro “Sguardi femminili” fra docu-film e drammi familiari a Pesaro 54

dall’inviato José de Arcangelo

PESARO, 21 giugno – Incontro con le registe russe, protagoniste del consueto  “Sguardi femminili” che, in quest’edizione ben si colloca accanto alla sezione “We Want Cinema – Sguardi di donne nel cinema italiano”, curato da Laura Buffoni con proiezioni ma anche col volume omonimo (Saggi Marsilio). I film, tra documentario e finzione, sono quasi tutti opere prime o seconde, molto intense e particolarmente riuscite. Tutte autrici, perché spesso anche sceneggiatrici, giovani, belle e brave, anche se loro non si considerano più tali, perché trentenni o poco più, e non lo dimostrano.

“Pagani” di Lera Surkova è tratto dall’omonima pièce di Anna Jablonskaja, “personalità molto forte, morta a soli 29 anni – dice una delle tre protagoniste, Tatjana Vladimirova (la nonna) – rappresentata  in un teatro di Mosca di 50/60 posti, e poi abbiamo fatto il film che in realtà è molto diverso perché si tratta di uno spettacolo molto complicato e difficile, portato sullo schermo dallo stesso gruppo di attori”. Infatti, i complessi contenuti dell’opera sollevano interrogativi riguardanti la fede e la religione senza estremismi, ma anche senza soggezione e con una buona dose d’ironia.

“Bisogna amare le persone/personaggi – afferma Svetlana Cernikova, autrice del cortometraggio “Colera” -, io viaggio tantissimo e traggo spunti dai ricordi del passato. Infatti, il mio film parla dell’amore e della memoria, attraverso un pescatore che decide di incontrare lo spettro della moglie morta ma ancora amata”.

In bilico tra fiaba dark e cruda realtà, tra natura ed esistenza, è invece il suggestivo “La rete” di Aleksandra Streljanaja, che racconta di un giovane arrivato in un villaggio sul Mar Bianco, alla ricerca di una ragazza scappata dalla città. Un vecchio gli fa vedere la strada, ma dovranno affrontare dure prove durante il loro ‘viaggio’.

“Io e il mio gruppo – dichiara l’autrice – abbiamo l’abitudine di lavorare insieme per conoscerci meglio, capire meglio com’è lavorare assieme lontano da casa (è stato girato nell’estremo nord dove, oltre il freddo glaciale, ci sono gli orsi ndr.). Erano tutti liberi senza orari né regole precise. E’ stato un po’ folle ma in senso buono, per vedere cosa di utile veniva fuori. Alla base del film c’è l’origine della vita nel nord, rappresentato dal vecchio, lontano dal mondo. Tanto che a volte non potevamo tornare in albergo, e dove bisogna tenere sempre un fuoco acceso per tenere lontani gli orsi che vanno sempre a indagare se è rimasto qualcosa dal pranzo. La natura è il grande motore che ti aiuta a creare, gli eroi provengono da quei posti sperduti, ma nel mio prossimo film vedremo la loro forza di sopravvivere in città”.

“Armonia” di Lidia Sejnina è un vero documentario, ma particolare, perché la regista riprende la storia di Nina Petrovna, da tempo abituata a vivere da sola nel silenzio e nell’ordine, ma un giorno non riesce più a sbrigare le faccende domestiche ed è costretta a ospitare la nipote Nadia e quattro pronipoti chiassosi e disturbatori. Però non c’è nessun commento, sono i personaggi a ‘vivere’ la loro vita quotidiana, mentre la regista la racconta attraverso un ottimo lavoro di montaggio.

“Il mio documentario è molto strano – precisa Sejnina -, ma ne esistono varie tipologie. Io sono una psicoterapeuta e riutilizzo questa mia competenza nel documentario. Il mio primo lavoro era sulla mia famiglia (“Mamma” ndr.), e l’ho fatto senza sapere se sarebbe stato visto né da quale pubblico, quasi fosse stato per me stessa. Poi ho capito che le tematiche che ti riguardano da vicino riescono anche a colpire il pubblico. E’ stata una scoperta del tutto inaspettata per me e ho capito che i giovani possono trovare persino benessere dalla tua opera”.

Anche il bellissimo e commovente “Nell’occhio del ciclone” di Lisa Kozlova, segue le vicende della dodicenne Natascia che sa che ‘in caso di calamità naturale bisogna raccogliere oggetti di valore, chiudere a chiave tutto e salire sul tetto’. Infatti, una bufera di neve, un ciclone che arriva per un po’ nella sua cittadina, accompagna l’alternarsi frenetico delle sue vicende: la prima rissa, il cuore infranto e il passaggio impercettibile dall’infanzia all’adolescenza.

“La mia formazione è lontana dal cinema – confessa Kozlova -, sono una geografa che per caso ho studiato regia di documentari e allora non ne avevo visto nemmeno uno! Cerchiamo e scegliamo dei personaggi protagonisti e poi li seguiamo nella vita, sono loro stessi a segnare la strada. Questo ti permette di avvicinarsi il più possibile al protagonista, ovviamente non professionista, e non c’è nemmeno una sceneggiatura alla base. Lei si esprime e io condivido”. E la ragazzina è straordinaria, una vera forza della natura, e non viene giudicata.

Quello della regista, aggiunge Kozlova, “è una professione difficile in Russia, in maniera particolare nel documentario, perché manca il sostegno non solo istituzionale, sono pochissimi i produttori disposti a finanziarli, e poi c’è la censura nei dialoghi – il linguaggio osceno (le parolacce più comuni vengono sostituite dal bip come in tivù ndr.) – che nel nostro caso diventano marginali e perdono valore. E’ una restrizione molto forte, non possiamo scegliere personaggi in base a come parlano, perché il nostro è un contatto ravvicinato basato sulla spontaneità”.

Poi parlano di registi di ieri e oggi, ma non sono delle cinefile, e della grande Kira Muratova, nemmeno tanto lontana, solo la Cernikova dice: “Consiglio di vedere i suoi film, è una grande regista, i suoi sono dialoghi fra persone vere e i suoi film riguardano sia il ridere che il piangere, sono molto reali nella loro stranezza”.

E dei maestri del cinema sovietico, con Eizenstejn in testa – la Streljanova afferma – Hanno lasciato il segno, un contesto storico così ricco non poteva che riflettersi nella tradizione odierna, per noi è fondamentale, fanno parte della memoria collettiva; dall’altro lato è la loro opera è così vasta che ognuno può ritrovarsi in una sorta di caleidoscopio dove l’immagine è un vasto mare”.

“Prendiamo l’anima russa – dichiara la Sejnina – come gli americani l’anima americana e gli italiani l’italiana. Le nostre sono piccole storie personali e se riescono a coinvolgere una più ampia anima russa ben venga, ma rifletterla nelle nostre opere sarebbe creare un grande falso, mentre dal privato si riesce ad arrivare verso il collettivo, persino al nazionale o universale”.