La Mostra del Nuovo Cinema celebra il novantenne Marc’O, “attore ma non autore”

dall’inviato José de Arcangelo

PESARO, 20 giugno – Oggi è stata la giornata di Marc’O (all’anagrafe Marc-Gilbert Guillaumin), il regista francese considerato uno dei grandi artisti d’avanguardia del Novecento, al quale la Mostra del Nuovo Cinema dedica una personale completa. Però lui stesso dichiara – come racconta il curatore della rassegna Donatello Fumarola – “L’espressione ‘avanguardia’ non mi è mai piaciuta. Il suo senso metaforico riporta immediatamente a una deprimente immagine militare: l’avanguardia, considerata come élite della truppa”.

Così come non ama le etichette, infatti, ha dichiarato stamattina all’incontro – al Centro Arti Visive Pescheria -, “non sono un autore ma un attore stimolato dalla vita nell’ambiente e dalle persone che frequentavo allora (negli anni ’50 a Parigi ndr.) all’American Center, i cosiddetti beatnik ed è lì dove ho cominciato a fare teatro, a scrivere e altro. Per me è importante essere attori nel senso di compiere atti e reagire a situazioni estreme, è questa l’essenza che ha dato un ordine alla mia vita”.

Poi racconta gli incontri con Boris Vian e André Breton, Guy Debord e Gil J. Wolman, quest’ultimo lo spinse a diventare produttore di “Traité de bave et d’eternité”, di Isidore Isou nel 1951, quando ancora non sapeva niente di cinema, “ma conoscevo il regista – riprende – e poi quelli della Nouvelle Vague, però è stato Jean Cocteau ha instillarmi il desiderio di fare cinema e con il primo film ‘Closed Vision’ mi sono ritrovato a Cannes – presentato niente meno che da Luis Bunuel – in compagnia di Léon Vickman, mandato a Parigi da Howard Hughes per vedere la situazione del cinema in Francia”. E a quel suo primo film parteciparono nomi poi diventati noti nel cinema francese come il direttore della fotografia e del montaggio Jean-Gabriel Albicocco, negli anni ’60 diventato a sua volta regista, e il musicista Roger Calmel.

“E’ stato il mio esame di maturità – afferma -, poi ho continuato a lavorare in teatro,  un testo sulla sollevazione dei giovani (il titolo della ‘rivista’ era, appunto, ‘Le Soulèvement de la jeunesse’ ndr.), anche in senso politico, e si era creato un importante movimento intorno a questa visione, che continuava una teorizzazione per la costruzione di uno strumento politico. La mia costatazione è stata che la partecipazione degli attori è importantissima, argomento di cui avevo parlato con Jacques Rivette. Per me è importante la recitazione perché permette di scavare nella psicologia dei personaggi. Importante è stato l’incontro col poeta greco Nanos Valaoritis perché ho portato in scena una sua pièce che mi ha permesso di approfondire questo discorso più nel teatro che nel cinema. Altro fatto importante è stata la scelta come protagonista di un’attrice di colore, dato che nessuno capiva la mia scelta e tutti si chiedevano ‘dov’è la tematica razzista’ che in realtà non c’era. Ma l’attrice, tornata negli Usa per un film, poi vinse la Palma d’oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile, e quando abbiamo ripreso lo spettacolo avevamo sempre la sala piena”.

“Ho lavorato spesso nel teatro musicale – continua – ed è stata una scuola per tantissimi artisti di tutto il mondo. Allora eravamo tutti amici, Jean Eustache, Eric Rohmer, e poi gli attori Pierre Clementi, Bulle Ogier, Jean-Pierre Kalfon che hanno lavorato nella versione musical a teatro di ‘Les Idoles’ nel 1965, di cui ho fatto il film omonimo due anni dopo con le stesse persone. E’ stato un fenomeno molto vivace”.

Il film infatti ha compiuto 50 anni ed è stato proposto a Pesaro nella versione integrale appena restaurata e proiettata per la prima volta fuori dalla Francia. Un musical particolare, visionario e anticipatore delle mode, gli stili e l’ideologia del ’68, che proprio nell’anno della contestazione non venne proiettato né a Cannes né alla Mostra del Nuovo Cinema, come era stato programmato e si credeva finora.

“La trasmissione della conoscenza non è possibile – risponde a proposito di quanti dicono che il suo cinema sia in qualche modo didattico -, la connessione nasce da uno scambio, e l’esperienza esiste a prescindere. E’ l’interlocutore che mi determina, non possiedo sapere, è l’autore in me che è alla ricerca costante di conoscenza, cercare e reagire con qualcuno, infatti, credo solo nell’incontro e nello scambio”.

Marc’O si era trasferito in Italia, spinto da Daniel Cohn-Bendit e Jean-Luc Godard per “Vento dell’est” ma poi non se ne fece niente, però realizza nelle campagne reggiane, dopo lo spettacolo “Guerra e consumi”, il film “L’impossibilità di recitare Elettra oggi”, variante colta e libertario de “Les idoles”. Fra teatro e cinema, nel 1973 gira con Dominique Issermann il suo terzo e ultimo lungometraggio in Marocco, “Tam Aut”, una sorta di documentario antropologico, senza commento né didascalie dove fa vedere e ascoltare balli e musiche tradizionali del paese africano, e nel 1978 per il Groupe Recherche Image dell’INA “Flash Rouge”, un’opera rock tanto politica di essere ridotta dalla censura a 15’.

Fermatosi per un periodo in Italia, il regista continua il suo percorso fra teatro e cinema, parole e musica, ancora oggi, insieme a Cristina Bertelli e grazie al digitale, a realizzare dei progetti per Les Périphériques vous parlent’, come “Citoyen en France” e “Sensibilité aux conditions iniziale”,, fra impegno civile, politico ed ecologico.