Il cugino d’America

  Mi chiamo Alfredo, ma per gli amici sono Fred, all’americana. Le persone con cui ho a che fare – gente rozza, maleducata – preferiscono invece rivolgersi a me con il nome di Ascensore. E sempre con accenti esasperati o irosi: “Ma quand’è che arriva quel maledetto Ascensore?”.  Oppure: “Vuoi scommettere che il dannatissimo Ascensore si è di nuovo bloccato?”.

  Dicono che funziono male perché sono diventato vecchio. E’ vero, non sono più tanto giovane, ma se solo lo volessi potrei arrivare all’ultimo piano con la velocità d’un treno. Sono io che me la prendo comoda, perché non voglio finire i miei giorni al servizio degli inquilini d’un palazzotto vecchiotto e dignitoso di otto piani sito nel quartiere Prati in Roma. Appena avrò racimolato i soldi per il viaggio, mi trasferirò a New York per prendere il posto di mio cugino Tommy. Lui fa servizio in un grattacielo di ottanta piani nella Quinta Strada e, a forza di sentir decantare le bellezze di Roma da quelli che ne facevano ritorno, mi ha proposto uno scambio: il suo grattacielo contro il mio palazzotto.

  Figuratevi la mia contentezza, poter evadere dalla mediocrità dei miei attuali otto piani per raggiungerne dieci volte tanti in un colpo solo, con un lift in divisa da generale che mi annuncia ad ogni fermata, bella gente che sale e che scende, tutto tirato a lucido, specchi, moquette, niente cani, niente cicche sul pavimento. Mica come qui, dove la portinaia si limita ad una passatine al centro  lasciandomi regolarmente sporco agli angoli e dove Vespina – che il cimurro se la porti nel paradiso dei cani – mi irrora di pipì ogni volta che la padrona la porta a spasso. Non ho forse ragione a mettermi in sciopero appena sento da lontano il suo odioso abbaiare? Lo stesso faccio il sabato, quando avvisto nell’atrio le brave massaie oppresse da dozzine di sacchetti di plastica da cui tracimano le verdure e la frutta di stagione. Oh, la gioia maligna di quando le sento gemere, distrutte: “Che fatalità, questo  Ascensore si guasta sempre di sabato, proprio il giorno della spesa per tutta la settimana”. Se sapessero che sono io, la loro fatalità!

  Mettere insieme il denaro per il biglietto aereo è un’impresa molto difficile per uno come me dalla libertà d’azione molto limitata. Una volta mi balenò persino l’idea di rapinare l’inquilino dell’ultimo piano, essendo venuto a conoscenza di un suo grosso prelievo in contanti: ma, dopo, come avrei fatto a dileguarmi?

  Così, mi limito a rubacchiare monetine dalle tasche dei miei passeggeri, però sono oramai parecchi anni che ne vado imbottendo il mio fondo: è questa, sono costretto ad ammettere, una delle principali ragioni della mia lentezza.

Lusso1

  Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta! Mi trovo a New York, sulla Quinta Strada, ho preso il posto di mio cugino Tommy. Finalmente ho conosciuto l’ebbrezza dell’alta velocità e dei lunghi percorsi; ogni giorno mi scorticano da cima a fondo per tenermi lustro, mi deodorano in continuazione, i pochi cani che trasporto hanno tutti il pedigree e non si prendono le confidenze di Vespina. Nessuno però si accorge di me, hanno tutti una fretta maledetta, e se solo mi fermassi un attimo per attirare la loro attenzione, mi manderebbero immediatamente in rottamazione. Non che rimpianga il mio vecchio palazzotto in Prati, ma neppure sono le soddisfazioni che mi aspettavo.

  In compenso, ricevo molte lettere da parte di mio cugino Tommy, che non finisce più di ringraziarmi, dice di aver scoperto finalmente la dimensione umana e di non esser mai stato così bene in salute: l’ulcera di cui soffriva a New York è regredita e anche l’esaurimento nervoso gli è passato (io invece comincio ad accusare sia l’una che l’altro). Addirittura si dichiara grato alla portinaia perché, con la sua scarsa propensione alla pulizia, non lo strapazza come ora stanno facendo con me. Adora le massaie del sabato perché, dice, con i loro acquisti di mercato gli portano gli odori della campagna. Avendo poi conosciuto soltanto cagnette sofisticatissime, va pazzo per Vespina, anche se lei non ha perduto le sue deplorevoli abitudini.

  Si è ambientato così bene nel mio vecchio palazzotto,  che oramai le sue lettere non le firma più Tommy ma Tommaso.

Mamma Oca