“La terra dell’abbastanza”

di José de Arcangelo

Un esordio folgorante per i fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo con “La terra dell’abbastanza”, da loro scritto e diretto. Una storia, anzi la discesa all’inferno, di due ragazzi di periferia (anche i gemelli registi sono nati e cresciuti in borgata). Un noir duro e crudo al punto giusto dove gli autori, i cui riferimenti sono il neorealismo e il cinema di Abel Ferrara, sorprendono per la maturità professionale e intellettuale. Un romanzo di formazione che rimarrà incompiuto ma che diventa universale.

Mirko (la rivelazione Matteo Olivetti) e Manolo (l’Andrea Carpenzano di “Tutto quello che vuoi”) sono due giovani amici della periferia romana. Guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di fuggire. Ma la tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna secondo il padre di Manolo (un inedito Max Tortora): l’uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati la possibilità di entrare a farne parte. La loro vita è davvero sul punto di cambiare.

Una storia di periferia vera e sconvolgente, dura e cruda al punto giusto, che affronta una realtà quotidiana, in questa nostra società contemporanea che offre ben poche certezze – nel bene e nel male – non solo alle nuove generazioni – nate durante il ventennio berlusconiano – fra crisi economica, morale e sociale.

“Con questo film – scrivono nelle note i gemelli D’Innocenzo – volevamo raccontare com’è maledettamente facile assuefarsi al male. I due ragazzi protagonisti uccidono involontariamente un uomo e scelgono la via più facile, quella del silenzio, ma i fantasmi di quest’evento non gli lasciano tregua. Così cominciano a corazzarsi dai sensi di colpa. Credono sia più facile accumulare ulteriore carico di disumanizzazione invece che ripulirsi di quanto è accaduto. Quando si apre lo spiraglio dell’attività criminale vedono miracolosamente concretizzarsi la pista alternativa della quale credono di avere bisogno: abituarsi al male. Al punto da non sentire più niente, coscienza compresa”.

E gli autori esprimono tutto questo con credibilità e realismo, originalità e sentimento, proponendo anche due ritratti genitoriali che, sebbene completamente diversi, sono entrambi vittime di una tragedia annunciata. Il padre di Mirko è più immaturo del figlio e lo spinge su un treno che, forse, lui ha perso; mentre la madre di Manolo (un’intensa Milena Mancini), quel treno cerca invano di fermarlo.

Ottima la resa tecnica, dato che i registi hanno voluto una troupe di tutto rispetto: dal direttore della fotografia Paolo Carnera al montatore Marco Spoletini, dal costumista Massimo Cantini Parrini (fresco del premio David di Donatello) allo scenografo Paolo Bonfini; dal compositore Toni Bruna al tecnico del suono Maricetta Lombardo.

Nelle sale italiane dal 7 giugno distribuito da Adler Entertainment