Arriva nei cinema la sorprendente opera prima dei fratelli D’Innocenzo “La terra dell’abbastanza”

di José de Arcangelo

Una sorprendente opera prima – reduce della sezione Panorama all’ultima Berlinale -, da ogni punto di vista, è “La terra dell’abbastanza” dei fratelli (gemelli) D’Innocenzo (Fabio & Damiano) che racconta ancora una volta la periferia (romana) ma con sguardo e linguaggio diversi. Il film uscirà nelle sale italiane il 7 giugno prossimo.

“E’ un titolo democratico – esordisce Fabio alla presentazione stampa romana alla Casa del Cinema – perché offre al più ampio pubblico di interpretare e scoprire il significato, ci siamo trovati dentro il grigio del nostro tempo dove tutto non è troppo né poco. Il riferimento collettivo e personale è il neorealismo dell’età d’oro, di una generazione che usciva dalla guerra, noi siamo in mezzo, di fronte a una crisi morale ed etica molto forte che eredità del ventennio berlusconiano che ti spinge a cercare uno status symbol ridicolo, che non serve ad altro che a dare un enorme senso di frustrazione. E tocca al pubblico di colmare quello che noi abbiamo lasciato in sospeso”.

Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano di “Tutto quello che vuoi”) sono due giovani amici della periferia di Roma. Bravi ragazzi, fino al momento in cui, guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di fuggire. La tragedia si trasforma in un apparente colpo, almeno per il padre di Manolo: l’uomo che hanno ucciso è un pentito appartenente a un clan della zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati un ruolo, il rispetto e il denaro che non hanno mai avuto. Un biglietto d’entrata per l’inferno che scambiano per un lasciapassare verso il paradiso.

“Di solito sono i maestri che rubano – dichiarano su riferimenti e citazioni -, ma per rubare da loro bisogna avere chiaro quello che si vuole raccontare; riguardo alla storia il riferimento è il Ferrara (Abel) di “Fratelli” e “Il cattivo tenente”,  il dualismo dolorante dei suoi personaggi. Abbiamo girato a Ponte di Nona, una periferia che si prestava benissimo alla storia, in qualche modo magica e piena di colori che ricorda sia Pasolini che Tim Burton, e rappresenta una sorta di gioco adolescenziale”.

“Fabio è più condizionato da molto neorealismo – dice Damiano -, ma sul set usiamo un linguaggio attuale, lavoriamo d’istinto, se la storia funziona non bisogna complicarla cercando di spettacolarizzarla. La stessa storia ti dice come raccontarla. I riferimenti sono Pasolini, Zavattini, il Rossellini di ‘Paisà’, altri di natura pittorica figurativa, la fotografia, Francis Bacon. Ma alcune scene, come ‘l’entrata all’inferno di Mirko’, sconfessano il realismo, soprattutto come gusto”.

I due fratelli registi hanno trascorso la loro infanzia nei sobborghi di Roma, dedicandosi alla pittura, scrivendo poesie e scattando fotografie, tutti elementi che contribuiscono alla creazione artistica, e nel loro film si vede e si sente, tanto da dimostrare una raggiunta maturità in campo.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà –  i gemelli autori citano Italo Calvino -; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, dargli spazio”.

“Il lavoro l’abbiamo fatto tutto sui provini – dichiara Olivetti, Carpenzano era assente alla presentazione perché sul set -, il primo è durato 17’, con loro che mi dicevano cosa dovevo fare. Non so come ho fatto ma ho fatto tutto quello che mi hanno chiesto. Una sensazione particolare durata due mesi e crescendo insieme a tutto il cast, tutti eccezionali e a leggere tutti i giorni in camerino sia con Max che con Milena (Mancini che interpreta sua madre ndr.)”.

“Tutto nasce dalla scrittura – ribatte Tortora -, era già scritto quello che era il mio personaggio, un disperato che cerca una strada per il figlio, e mi son detto ‘lo posso fare perché è dentro di me’. Non ha colpa di nulla, se rinascesse farebbe le stesse cose. Apprezzo chi usa le riprese senza interruzione (i fratelli usano il piano sequenza ndr.), di tipo teatrale, fermarla interrompe i tempi interpretativi che non possono essere rimontati”.

“Alessia è una donna che ha avuto il figlio molto giovane – afferma la Mancini che si candida a diversi premi per la sua interpretazione – ed è cresciuta con lui. Già dal provino ho cercato e trovato l’equilibrio fisico ed emotivo, seguendo le fondamentali indicazioni dei due per costruire una madre-amica, impotente davanti alle occasioni sia positive che negative”.

“Cruciali, per l’impianto narrativo – concludono i gemelli ventinovenni -, sono le figure genitoriali dei due ragazzi protagonisti, che seppur collocate agli opposti sono entrambe vittime dell’inesorabile spirale tragica che non accenna a fermarsi: quella di un padre più immaturo dei protagonisti, che spinge il figlio su un treno che lui ha perso e che si ostina a inseguire e quella di una madre che il treno invece cerca invano di fermarlo. Per quel che riguarda la violenza è sempre brutta, la mostriamo in campo lungo perché è sciatta, semplice come la vita”.