“Lazzaro felice”

di José de Arcangelo

Ecco, dopo il trionfo a Cannes – Palma d’Oro per la Miglior sceneggiatura (anche quando è il suo punto più debole), ex aequo con “Three Faces” di Panahi – “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher, è un apologo sulla bontà (santità) che il luogo comune vuole scemenza o ingenuità, e ha tanti riferimenti illustri, in primis il ‘realismo magico’ del duo De Sica-Zavattini al capolavoro di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli”, e addirittura il “Nazarin” (non solo) di Luis Buñuel. Ai quali l’autrice aggiunge Pasolini e il Rossellini di “Paisà”.

E’ la storia di Lazzaro (l’esordiente Adriano Tardiolo), un contadino non ancora ventenne, talmente buono da poter sembrare stupido, appunto, e Tancredi (Luca Chikovani e Tommaso Ragno da adulto), giovane come lui, ma viziato dalla sua immaginazione. E della loro amicizia che nasce vera, nel bel mezzo di trame segrete e menzogne. Un’amicizia che, luminosa e giovane, è la prima, per il candido (il riferimento al Candide di Voltaire non è casuale) Lazzaro, e attraverserà intatta (almeno per lui) il tempo che passa e le conseguenze dirompenti della fine di un ‘grande inganno’, portando Lazzaro in città, enorme, grigia e vuota, alla ricerca di Tancredi.

E’ senz’altro il film più ambizioso della regista italiana, già autrice dei premiati “Corpo Celeste” (Nastro d’Argento e Ciak d’oro alla Miglior opera prima) e “Le meraviglie” (Grand Prix a Cannes), ma stavolta il suo stile, dopo una prima parte che coinvolge e intriga, traballa e non è del tutto coerente fino alla fine. La vicenda ‘cristologica’ di Lazzaro subisce il salto spazio-temporale della seconda parte (la realtà prevale sulla fiaba), e il ‘medioevo prossimo venturo’ mostra i suoi lati più prevedibili. E comunque, “Lazzaro felice” è un buon film, soprattutto per quanto riguarda ‘nascita e crescita’ di un santo contemporaneo che, probabilmente, ha ancora meno spazio in questo nostro mondo dove la generosità e la fiducia negli altri vengono tacciate di stupidità, appunto, e dove la sua condanna è già segnata, come per ogni santo e martire.

“Lazzaro felice è la storia di una piccola santità – afferma l’autrice nelle note – senza miracoli, senza poteri o superpoteri, senza effetti speciali: la santità dello stare al mondo e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente credere negli altri esseri umani. Racconta la possibilità della bontà, che gli uomini da sempre ignorano, ma che si ripresenta e li interroga come qualcosa che poteva essere e non abbiamo voluto”.

“E’ un manifesto politico – aggiunge Rohrwacher -, è una fiaba sulla storia d’Italia degli ultimi cinquant’anni, è una canzone”. Ovviamente senza lieto fine.

La regista si è ispirata a un fatto reale, la vicenda di una Marchesa del centro Italia che, approfittando dell’isolamento di alcune sue proprietà, aveva mantenuto i suoi contadini all’oscuro della fine della mezzadria. Quando finalmente per legge tutti gli accordi mezzadrili ancora in corso, nel 1982, furono convertiti in contratti di affitto o lavoro salariato, la ‘Marchesa delle sigarette’ (nei suoi campi si coltivava soprattutto tabacco) fece finta di niente e per qualche anno i suoi contadini continuarono a vivere in una condizione semi-servile mentre l’abolizione della mezzadria trasformava secoli di sfruttamento in veri contratti tra pari. Oggi i nuovi servi-schiavi sono gli immigrati, ma non solo.

Gli altri attori professionisti del film: Agnese Graziani (Antonia giovane), Alba Rohrwacher (Antonia adulta), lo spagnolo Sergi Lopez (Ultimo), Natalino Balasso (Nicola) e la partecipazione di Nicoletta Braschi nel ruolo della Marchesa Alfonsina de Luna, e con Pasqualina Scuncia (suora) e Carlo ‘Carletto’ Tarmani (Carletto).

Nelle sale italiane dal 31 maggio presentato da O1 Distribution