“L’Arte della fuga”

di José de Arcangelo

Da qualche anno, nel periodo maggio/giugno, escono tante commedie francesi di ogni genere e qualità e, tra le tante già uscite e in arrivo sugli schermi italiani, ecco “L’arte della fuga” di Brice Cauvin (“De particulier à particulier”), adattamento ‘alla francese’ del romanzo dell’americano Stephen McCauley, firmato dal regista con Raphaelle Desplechin-Valbrune, con la collaborazione dello stesso McCauley e dell’attrice-sceneggiatrice-regista Agnès Jaoui, soprattutto per i dialoghi (purtroppo non sempre apprezzabili nella versione doppiata) e per evitare gli ‘americanismi’, anche interprete.

Una commedia brillante-sentimentale, con una sottile ironia, dall’impianto pseudo teatrale (gli esterni di Parigi e Bruxelles fanno da sfondo) e dove la fuga del titolo è quella dalle ‘responsabilità’ di coppia (non solo), soprattutto tentata dai maschi. Narra la storia di tre fratelli in crisi, maestri nell’arte di fuggire alle proprie responsabilità, appunto.

Antoine (Laurent Lafitte de la Comédie Françoise) vive con Adar, forse comprerà con lui una casa, ma sogna l’ex Alexis; Louis (Nicolas Bedos) è innamorata di Mathilde, che incontra a Bruxelles dove lavora, ma sta per sposarsi con Julie per accontentare i genitori, e soprattutto il padre; Gérard (Benjamin Biolay), disoccupato e testardo, sogna il ritorno della moglie Helen che lo ha lasciato, ma forse cadrà tra le braccia della materna ed esplosiva Ariel (Jaoui).

Tre uomini confusi e disorientati, tre fratelli molto legati tra loro, insofferenti ma subalterni agli ossessivi genitori (i veterani e impagabili Marie-Christine Barrault e Guy Marchand, star anni ’70-‘80), un modello di coppia che nonostante tutto resiste, come il loro negozio di abbigliamento maschile, sull’orlo del fallimento.

“Adattare un romanzo straniero – ha dichiarato il regista – non è semplice. Ci siamo resi conto di quanto il lavoro necessitasse di un adattamento culturale: i francesi non si esprimono affatto come gli americani. Allora abbiamo chiuso il libro e siamo partiti da quello che ci interessava: la personalità di questi tre fratelli. Ci siamo ingegnati a trasformare questo materiale in una sceneggiatura molto francese, che significava una totale riscrittura dei dialoghi e delle situazioni. Poi naturalmente abbiamo riletto tutto il romanzo fino alla fine per verificare che non avessimo dimenticato delle scene saporite…”.

Lo scrittore americano ha detto: “Brice Cauvin ha saputo mantenere l’essenza del mio romanzo e nello stesso tempo ha dato ai personaggi una nuova profondità. Il risultato è un film pieno di ironia ed emozione e sono fiero di avervi preso parte. Se il signor Cauvin volesse scrivere il mio prossimo romanzo al posto mio ne sarei molto felice”.

Nel cast anche Bruno Putzulu (Adar), Arthur Igual (Alexis), Elodie Frégé (Julie), Didier Flamand (Chastenet), Judith El Zein (Hélène), Alice Belaidi (Franette), Julien Baumgartner (responsabile finanziario), Vincent Lecuyer (Zoltan Romain Gilbert), Erwan Marinopoulos (agente immobiliare), Melchior Nolte (Paul) e Irène Jacob nel ruolo di Mathilde.

Nelle sale italiane dal 31 maggio distribuito da Kitchen Film

HANNO DETTO

“L’arte della fuga seduce per l’eleganza e la meticolosità di questo trattato sentimentale, che si nutre meno di grandi effusioni che di piccoli gesti allusivi, come la scena di nudo muta e superba, per raccontare la riconciliazione della coppia. In questo stile classico americano, Brice Cauvin unisce un linguaggio più diretto e boulevardier” (Les Inrocks).

“Tutti questi personaggi, anche i più fuggevoli, riflettono una messa in scena apparentemente fluttuante con il variare dei sentimenti, ma che si rivela precisa al millimetro. A volte, sembra di vedere il Woody Allen ‘Hannah e le sorelle’: la crudeltà non è la stessa, il calore dello sguardo, sì. E l’arte di cesellare dialoghi brillanti che lasciano trasparire la profondità. E’ che il regista ha un dono che manca a molti dei suoi colleghi: lo charme” (Telerama).

“Brice Cauvin offre qui un bellissimo ritratto di una famiglia disfunzionale, ma amorevole (normale, cioè), oltre alla cronaca delle miserie quotidiane della vita di coppia, in uno stile sobrio ma efficace, il tutto servito da attori di talento che danno naturalezza ai personaggi. Ci affezioniamo a questi ragazzi che sono un po’ confusi e mediocri, perché in fondo, sembrano molto simili a noi. E nonostante un tema che certo non è nuovo – la crisi esistenziale – in questa famiglia non ci annoiamo” (LaPresse.ca).