Al Palladium di Roma, dal 29 al 31 maggio, arrivano “Le Cosmicomiche – La Boutique del Mistero”

Per tre giorni, dal 29 al 31 maggio – il Teatro Palladium ospita il Teatro Out Off di Milano con “Le Cosmicomiche / La Boutique del Mistero”, un progetto di Lorenzo Loris che mette in relazione parte del mondo letterario di Calvino con quello di Dino Buzzati e che vede protagonisti Paolo Bessegato e Pietro Bontempo.

Negli ultimi anni, dopo aver portato in scena la prosa potente di Testori, l’espressionismo di Gadda, la finezza intellettuale di Pasolini, Loris si è accostato alla scrittura di Italo Calvino, mettendo in scena la scorsa stagione alcuni racconti tratti dalla raccolta “Gli amori difficili”. In Italo Calvino non c’è l’espressionismo di Gadda né la visceralità di Testori ma, al contrario, è un autore cristallino, uno scrittore moderno che auspica un mondo letterario senza “soggetto”.  La leggerezza a cui lo scrittore ligure dedicò una delle celebri “Lezioni Americane”, serve per conseguire la chiarezza in un mondo dominato dal caos. Con la sua opera fantastica ha aperto all’universo letterario la possibilità di usare strumenti utopici per affrontare la crudezza del mondo.

Ora, con questo nuovo spettacolo che prosegue il ciclo dedicato alla Letteratura Italiana dei grandi autori del Novecento, il regista conduce lo spettatore a misurarsi con un’avvincente trasposizione teatrale di un incontro mai avvenuto tra i due grandi narratori del Novecento e lo guida alla scoperta di nuovi modi d’immedesimazione nei mondi intellettuali e sentimentali evocati dalle loro creazioni letterarie. Che, tra l’altro, si combinano in modo sorprendente con la forza espressiva e con il ritmo proprio del loro materializzarsi sulle tavole del palcoscenico.

Calvino e Buzzati costruiscono la narrazione da un assunto fantastico: sovente i loro racconti nascono da un presupposto decisamente non realistico.

Nelle pagine di Buzzati, il destino è sempre in agguato e si manifesta ovunque. Si pensi alle amate montagne e ai boschi dei primi lavori, luoghi d’iniziazione e di scoperta, oppure alla solitudine del deserto, come luogo dell’attesa e dell’impossibile. E si pensi a Milano, la sua Milano, grande metropoli tentacolare e crogiolo di vite segrete, di sogni, di illusioni e di disperazioni, vero e proprio luogo del mistero e del quotidiano, stregata babele, girone infernale di turpitudini, di occulti prodigi e di inconfessate miserie.

In Calvino il fantastico è una trama leggera intrecciata nel vuoto. Per Buzzati il fantastico ha un peso, un’ancora gettata nel reale. Nei suoi racconti spesso lo spazio è duro e  non coinvolgente ed avvolge i personaggi con un vento di tristezza. Il fantastico di Calvino è ricco di colori sgargianti, quello di Buzzati ha i colori della terra. Entrambi tuttavia  giungono ad una ulteriore convergenza rappresentata da una vena ironica. Che lascia spazio ad un sorriso liberatorio.

Note di regia

In generale nei racconti di Buzzati prevale lo sguardo sull’essere umano, un’ottica psicologica e filosofica, spesso anche affettuosa, sulla condizione umana; mentre in Calvino la prospettiva sembra quasi evoluzionistica, sul genere umano come specie, e, di riflesso, su quella del mondo in cui viviamo.

Ma naturalmente le diversità e le affinità fra i due scrittori sono ben più sfumate.

A costo di qualche minima schematizzazione,  ho cercato di  raccapezzarmi spesso su come farle fluire e collegarle in uno spettacolo unico.

Una considerazione da fare, forse di una qualche fecondità, è sul tempo dei racconti, sugli archi narrativi, che quasi sempre coincide con la vita umana individuale per Buzzati, mentre sono spesso molto più ampie le prospettive temporali di Calvino, evoluzionistiche appunto. La maggior parte di  tutti questi racconti ha in comune un taglio surreale, o uno sguardo magico, che è ciò che li tiene assieme in prima battuta, anche se lo scritto di Calvino sull’opera di Buzzati,  datato 1980, mi sembra che costituisca una traccia unificante  fra questi due grandi scrittori, sufficiente di per sé a spiegare il senso dell’accostamento, nonostante la varietà delle tematizzazioni e degli approdi narrativi cui giungono entrambi.

Così infatti, professa: “Ero  nell’età in cui Poe regnava sul mio Pantheon così  come aveva regnato su quello di  Buzzati.  Devo dire che  lo stampo del racconto  buzzatiano ,  preciso come un meccanismo  che si tende dal principio  alla  fine in un crescendo d’ attesa, di premonizione, d’angoscia, di  paura, diventando un crescendo di  realtà, diede forma al mio  modo di concepire una narrazione. Tanto  che quando, appena finita la  guerra, mi misi a  scrivere storie che passavano per  neorealiste, era l’insorgere d’angoscia  di  paura, d’irrealtà delle situazioni  buzzatiane che operava in me come  modello.

In  seguito scrittori più problematici e più  densi di coscienza intellettuale ebbero  su di me un ascendente  che sembrava mettere in ombra  quella prima lezione, ma  si trattava d’un altro  tipo di influenza. L’iperintellettualismo  dei tempi che  seguirono sembrava scivolasse, senza  sfiorarlo, intorno a  quest’uomo asciutto e civilissimo  che vedevamo muoversi imperturbabile e gentile  attraverso le sere milanesi  degli inverni esistenzialisti e ideologici.  Oggi comprendiamo che la  sua misura, nel  mantenersi in una dimensione  artigiana dello scrivere, era la  sua forza; una  dimensione il cui valore  oggi la cultura letteraria  dovrebbe essere in grado di  riconoscere …”.

Quelli di Calvino e di Buzzati sono materiali molto evocativi e spesso poetici, ciascun racconto crea un mondo a sé stante, spesso molto connotato e peculiare.

Ho cercato di metterli assieme seguendo fin qui un istintivo criterio di suggestione che mi ha condotto a sceglierne 4 su 85. Due di Calvino e due di Buzzati.

Ciascuno di essi mi ha parlato profondamente, a modo suo e io ho cercato le chiavi per riunirli in un discorso comune. Vi è tra Buzzati e Calvino una contemporaneità di vita  artistica. Nel mondo di entrambi, intriso di sogno, vi è la perdita della nozione del tempo che è una delle coordinate della vita. Perdere questa coordinata significa infilarsi in un tunnel senza ritorno;  è concesso solo andare avanti verso una meta che si allontana e risulta  indefinita. I loro protagonisti perdono il  senso comune del vivere e si adeguano ad un senso superiore e non accettabile dalla logica, che fanno proprio senza discutere. I loro voli arditi ci portano lontano ma, al tempo stesso, ci permettono “atterraggi sicuri”. Sulle ali delle loro pagine non siamo novelli Icari, ma viaggiatori che fanno rientro con un arricchimento per ciò che hanno sperimentato in virtù di quelle nuove prospettive.

Lo spettacolo inizia con il racconto di Calvino “La distanza della luna”.

Il protagonista  ha un nome bizzarro, palindromo: Qfwfq.  Riferendosi  alla donna che ha amato infiniti anni fa si domanda: “Ma lei? Chiedendomelo ero diviso nei miei timori.” A questi “timori” risponde alla fine Buzzati con il suo “Inviti superflui”.

La chiusa del suo racconto,  è  per certi versi  la risposta ai quesiti d’amore che nel testo d’apertura dello spettacolo si pone  il protagonista di Calvino.

La narrazione teatrale si apre quindi con il desiderio di realizzare il sogno d’amore di un uomo senza tempo Qfwfq, completamente perso per la moglie del capitano, e si chiude con lo stesso desiderio umano vivo e direi quasi quotidiano di essere amato come ognuno oggi vorrebbe, attraverso le parole dell’ anonimo protagonista di Buzzati (in cui non stentiamo a riconoscere la voce dell’autore) con “ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana…”

I due racconti “La memoria del mondo” e “Ragazza che precipita” sono collocati a seguire,  tra il primo suddetto di Calvino e l’ultimo sogno d’amore non realizzato di Buzzati. “Inviti superflui” é il finale quindi,  non solo perché è il più potente e poetico di tutti e tre,  ma perché è il fil rouge, sotterraneo della complessiva narrazione teatrale.

“La memoria del mondo” apre alla disillusione amorosa e irrompe sulla scena prima piano, poi forte, laddove si apprende che lui, unico protagonista, ha fatto fuori la moglie. Non é forse per troppo disamore che ci si patologizza e ci si uccide o uccide l’altro? E poi subito dopo, “Ragazza che precipita” è un respiro, la possibilità che questo amore tanto cercato nei suddetti tre racconti possa essere qui spiegato attraverso la complessità femminile che per l’uomo è sempre una terra da conquistare.

Questo racconto fa da raccordo con i due precedenti e aggancia quello finale e successivo che descrive l’amore assoluto; quello che potrebbe durare ma che non dura, quello che potrebbe fiorire se l’altro soltanto potesse parlare la stessa lingua dell’amato. Ma ahimè, i fiori che a volte potrebbero durare non durano e Buzzati l’aveva ben intuito e forse vissuto. Non è che vogliamo vedere l’amore dappertutto, c’è… Ma si sa che l’oscurità è il colore preferito degli scrittori perché soltanto da lì può levarsi luce nuova e perché la vita dura oltre le distanze, con i suoi bagliori lunari che fanno sì che per il viandante la notte possa essere anche giorno.

(Lorenzo Loris)

Sito web: http://teatropalladium.uniroma3.it/

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