“Dogman”

di José de Arcangelo

In concorso al 71° Festival di Cannes, il nuovo film di Matteo Garrone, ispirato alle vicende di cronaca nera del ‘Canaro’ della Magliana, “Dogman” è un dramma sconvolgente, duro e crudo, su sottomissione e umiliazione – crescenti – e riscatto, una sorta di variazione dell’eterna lotta fra Davide e Golia. Più che una vendetta, quella di Marcello è una lotta per la sopravvivenza, per salvare quella esistenza dedicata soprattutto agli amati cani e all’adorata figlia Alida, quella che Simone si avvia sempre più a distruggere. Ma è anche quella di un uomo condannato alla solitudine perché nessuno si assume la responsabilità di aiutarlo (ed aiutarsi), anzi, lasciando sulle sue spalle il compito di sconfiggere il ‘male’, per poi ‘lavarsi le mani’ e chiudergli le porte in faccia.

La storia è più o meno conosciuta da tutti, anche se Garrone – con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso – l’ha adattata alla sua visione, dove i cani sono i testimoni della bestia che c’è in noi, l’uomo. In una visionaria periferia tra metropoli e natura selvaggia, dove l’unica legge sembra essere quella del più forte, il mingherlino e mite Marcello (una vera rivelazione, Marcello Fonte) divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toeletta per cani, l’amore per la figlia Alida (Alida Baldari Calabria), e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino (irriconoscibile Edoardo Pesce), ex pugile che terrorizza l’intero quartiere tra violenze e furti. Ma dopo l’ennesima sopraffazione – finito in prigione per colpa del suo ‘amico’ -, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello elaborerà una vendetta dall’esito inaspettato per tutti.

“Come è capitato spesso nei miei film – afferma nelle note il regista -, anche all’origine di ‘Dogman’ c’è una suggestione visiva, un’immagine, un ribaltamento di prospettive: quella di alcuni cani, chiusi in gabbia, che assistono come testimoni all’esplodere della bestialità umana… un’immagine che risale a oltre dieci anni fa, quando per la prima volta ho pensato di girare questo film. Ma era davvero ‘questo’ film?”

Infatti, l’opera si discosta e si distacca dal fatto di cronaca ‘locale’ per trasformarlo nel racconto universale dell’uomo alle prese con delle decisioni e dei problemi, una sorta di Candido (vedi la prima parte dedicata al suo amore per i cani) catapultato nell’inferno di Simoncino, da cui non riuscirà più a uscire.

“E’ un film che – prosegue l’autore -, seppure attraverso una storia ‘estrema’, ci mette di fronte a qualcosa che ci riguarda tutti: le conseguenze delle scelte che facciamo quotidianamente per sopravvivere, dei sì che diciamo e che ci portano a non poter più dire di no, dello scarto tra chi siamo e chi pensiamo di essere. In questo interrogarci nel profondo, nell’accostarsi alla perdita dell’innocenza di un uomo, credo sia un film universale, ‘etico’ e non moralistico: anche per questo tengo molto a sottolineare la distanza dal fatto di cronaca che lo ha soltanto liberamente ispirato. Tutto, a cominciare dai luoghi, dai personaggi, dalle loro psicologie, è stato trasfigurato”.

E ci è riuscito in pieno perché “Dogman” emoziona e commuove, intriga e invita a riflettere, diventando un altro “racconto dei racconti” contemporaneo e universale.

Nel cast anche la veterana Nunzia Schiano (madre di Simone), Adamo Dionisi (Franco), Francesco Acquaroli (Francesco) e Gianluca Gobbi (ristoratore). La fotografia è di Nicolaj Bruel, il montaggio di Marco Spoletini, le scenografie di Dimitri Capuani, i costumi di Massimo Cantini Parrini e le musiche di Michele Braga.

Nelle sale italiane dal 17 maggio presentato da O1 Distribution