All’Opera di Roma Billy Budd o dell’innocenza sconfitta

di Ivana Musiani

Da poco preceduto dall’assegnazione madrilena di quello che è ritenuto l’oscar della lirica (International Opera Award), è approdato – mai verbo uscito involontariamente dalla penna fu più pertinente – per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma il Billy Budd di Benjamin Britten. Come dire: un successo annunciato, che però alla prima recita riservata al pubblico giovanile è andato ben oltre le previsioni. Applausi senza fine, pubblico che non si decideva ad andarsene, come incollato alle poltrone (ahimé, quante sfondate), e per finire, i miei due affiatati vicini, che dopo essersi spellati le mani e arrochita la gola a forza di bravò, essendo il loro entusiasmo ancora incontenibile, si sono stretti in un caloroso abbraccio.

  Com’è noto, Billy Budd discende dal romanzo di Melville, la riduzione a libretto è dovuta a E.M. Foster, l’autore di Passaggio in India e Eric Crozier, scelto per le sue esperienze drammaturgiche, entrambi amicissimi del compositore. L’opera era stata commissionata dal Covent Garden nel 1951 e rappresentata con successo nel dicembre dello stesso anno. La speditezza della lavorazione va certamente  ascritta al quotidiano scambio di idee tra Britten, Foster e Crozier, un po’ com’era avvenuto per il duo Prokofiev-Eisenstein  a proposito del Nevskij. Alle tematiche espresse da Melville: l’ingiustizia, il male che prevarica il bene, Britten volle aggiungere quelle sue, in particolare il suo pacifismo, prepotentemente  presente in altre sue opere, come il War Requiem.

  Precisi riferimenti storici condizionano la vicenda del giovane marinaio imbarcato su una nave da guerra inglese nel momento in cui la Francia rivoluzionaria e regicida spaventa l’Europa,  ma più di tutti il Regno Unito, dove già un ammutinamento si era verificato a causa delle durissime condizioni di vita in cui  veniva tenuto l’equipaggio. E si temeva che altri esempi potessero verificarsi, sull’onda delle idee di libertà uguaglianza e fraternità diffuse dalla rivoluzione. Bastava solo una scintilla. Ed ecco che sull’Indomitable sbarca il giovane Billy Budd,  marinaio per sua scelta, mentre il resto della ciurma era stato strappato a forza dalle pacifiche occupazioni  e dalle famiglie per ingrossare le file della Marina britannica.

  Billy Budd  conquista subito la benevolenza di tutti, dalla ciurma al capitano: la giovane età, una bellezza che attrae invece di suscitare invidia, insieme a un’aura d’innocenza fanno del giovane marinaio una sorta d’incarnazione del bene. Purtroppo sulla nave alberga anche il male, nella figura del brutale maestro d’armi Claggart, odiato da tutti. La sua apparizione, preceduta da accordi cupi e tenebrosi, fa venire in mente quella di Scarpia nel primo atto di Tosca, ma c’è anche molto di Jago nella sua rabbia distruttiva di tutto ciò che sa di bellezza, innocenza, felicità. E, per distruggere Billy Budd, Claggart si serve di false prove che indicherebbero nel marinaio un pericoloso promotore di ammutinamenti. Condotto davanti al capitano, invitato a discolparsi,  il ragazzo, colto da momentanea balbuzie, non riesce a pronunciare un discorso coerente. Di fronte al sarcasmo di Claggart non riesce a trattenersi: gli sferra un pugno, che  risulterà mortale. Ed ecco che Billy il buono, Billy l’innocente, per quell’attimo di perdita di controllo dovrà venire impiccato, i regolamenti della Marina parlano chiaro. E’ vero che c’è stata provocazione, il capitano lo sa, potrebbe salvarlo. E’ sul punto di farlo, ma poi dopo un lungo monologo finisce di lasciar perdere e niente  potrà più sottrarre il ragazzo all’impiccagione. E’ un momento in cui un’altra situazione si affaccia fugace ma prepotente alla memoria: è quando, nell’Eugenio Onieghin di Ciaicovski, due amici stanno per battersi a duello per futili motivi, e uno di essi vorrebbe andare dall’altro per fare la pace, dirgli che in fondo è stata tutta una sciocchezza. Poi scrolla il capo, dice niet, e va dritto a morire. Di archetipi come questi ricordati se ne possano rintracciare altri, per esempio come quando nel Don Carlos di Verdi re Filippo vorrebbe salvare il marchese di Posa, ma il Grande Inquisitore lo dissuade nel nome delle leggi ecclesiastiche.

  E mentre la ciurma per poco non si ammutina sul serio, e tutti piangono l’imminenza dell’esecuzione, Bill corre sereno alla morte, dispiacendosi per il dolore di chi resta, benedicendo il capitano che fu buono con lui. A ulteriore conferma, la  carezza sul suo capo nel momento di avviarsi al pennone da cui verrà impiccati. Sono lunghi momenti, lentamente scanditi da una musica solenne e implacabile,  che fanno trattenere il fiato, neanche si trattasse d’un thriller.

  L’allestimento abolisce parrucche e ulteriori ammennicoli settecenteschi, con tanto di guadagnato per un impatto più diretto con la vicenda e con la stessa musica di Britten. Chloe Obolensky ha rivestito gli ufficiali con divise senza storia e la ciurma raccogliticcia non può che presentarsi con abbigliamento casual. Come dalle cronache della vigilia, cento marinai sono presenti sulla scena, e oltre agli ufficiali ci sono anche  bambini lavoratori, come a quei tempi sulle  navi. Ovviamente, insomma, nessuna presenza femminile, ma per una curiosa legge del contrappasso a far muovere quello stuolo di uomini è una donna, Deborah Warner, regista shakespeariana di lungo corso, formidabile nel riuscire, tra l’altro,  a trasformare in attore ogni singolo componente del coro, magistralmente istruito  da Roberto Gabbiani. Le scene di Michael Levine accentuano l’atmosfera claustrofobica della nave con nebbie che la avvolgono tutta, eliminando la visione del mare. Tutto il bene possibile delle prima parti, che interagiscono come una squadra affiatatissima, da Jacques Imbrailo che è un collaudatissimo Billy Budd  (l’allestimento è una coproduzione con il Teatro Real di Madrid e il Covent Garden di Londra), Phillip Addis come capitano Vere, John Relyea nei panni del feroce Claggart e i numerosi altri bravissimo comprimari. E per finire lui, James Conlon, l’artefice numero uno della serata, che Britten deve proprio averlo nel sangue, avendo già splendidamente diretto nella capitale, negli ultimi anni, tre lavori del compositore inglese. E naturalmente, bravissima l’orchestra dell’Opera sotto la sua bacchetta. Per concludere, uno spettacolo di quelli che restano nella memoria, assolutamente da non mancare.

 

Le repliche

giovedì 11 maggio ore 20.00,

sabato 12 ore 18.00,

domenica 13 ore 16,30,

martedì 15 ore 18.00

 

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