Ermanno Olmi, un maestro di umanità e poesia del cinema mondiale

di José de Arcangelo

Scomparso un altro maestro del cinema italiano e mondiale, Ermanno Olmi il narratore della vita quotidiana, dell’uomo, dei suoi sogni e delle sue miserie. Uno sguardo sacrale, spesso poetico, cristiano e pacifista, mai del tutto pessimistico, ma aperto alla speranza che il nostro mondo e l’uomo stesso possano cambiare. Forse, una fiducia estrema nel genere umano al quale, comunque, non negava il lato oscuro.

L’aspirante cristiano – come definiva se stesso – diceva che ormai il comandamento  biblico “ama il prossimo tuo come te stesso” dovrebbe suonare nella nostra epoca “ama il prossimo tuo più di te stesso”. E perciò uno dei suoi ultimi film, “Cento chiodi”, è una parabola cristologica in chiave contemporanea, anche se può sembrare addirittura banale.

Per quasi trent’anni, i suoi film di finzioni sono stati affidati ad attori non professionisti che davano credibilità a storie e personaggi che parlavano della gente comune, di fatti quotidiani e sociali in cui la maggior parte degli stessi spettatori potevano identificarsi.

Nato a Bergamo (i genitori poi si sono trasferiti a Treviglio, in Lombardia), il 24 luglio 1931 – e morto il 5 maggio (ma è stata notificata il 7) 2018, ad Asiago (Veneto) -, Ermanno Olmi inizia la sua carriera all’Edison-Volta, mentre frequenta il corso di arte drammatica. Da fattorino a organizzatore delle attività ricreative, passa poi ad occuparsi della realizzazione di numerosi documentari industriali.

Ma è nel 1959 che Olmi debutta nel lungometraggio con “Il tempo si è fermato”, l’amicizia fra uno studente e il guardiano di una diga, nell’isolamento e nella solitudine dell’alta montagna. Nel 1961 arriva l’affermazione con “Il posto” (prodotto dalla casa di produzione 22 dicembre, fondata da Olmi stesso con un gruppo di amici), accolto calorosamente dalla critica. Il film ruota intorno alle aspirazioni di due giovani alle prese con il loro primo impiego. Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia la pellicola si aggiudica il premio Pasinetti della critica, l’Ocic e il Premio Città di Imola, successivamente il David di Donatello per la regia e il premio Sutherland Trophy del British Film Institute. Nel successivo “I fidanzati” (1963) si ritrovano ancora l’attenzione alle cose semplici della vita, nel mondo operaio; il tutto intessuto da una vena intimista. Presentato, in concorso, al Festival di Cannes vince ancora un premio Ocic.

Due anni dopo firma “E venne un uomo”, una lucida e ‘realistica’ biografia del Papa Buono, Giovanni XXIII – ispirata al suo diario -, nella quale non si lascia trascinare dal convenzionale agiografismo, ma il film, comunque, lo etichetta quale ‘regista cattolico’. Un premio collaterale, il Timone d’oro, a Venezia. Nel 1967 inizia la sua collaborazione con Rai1 con il film tv “La cotta” e diversi corto e lungometraggio, non solo documentari. Per il grande schermo gira il film a episodi “Racconti di giovani amori”, che include alcuni cortometraggi televisivi, e segue dopo “Un certo giorno” (1968), storia di un pubblicitario rampante che cerca il successo e le avventure extraconiugali ma, quando investe un operaio, è costretto a riflettere sulla sua vacua esistenza.

Continua la sua collaborazione con la Rai, per cui realizza, tra pochi altri, “I recuperanti” (1970), scritto con Mario Rigoni Stern e Tullio Kezich, su un reduce della Seconda guerra mondiale che torna all’Altopiano di Asiago dalla campagna italiana in Russia. Torna al cinema con “Durante l’estate” (1971), una favola contemporanea su un insegnante milanese, appassionato di araldica, che attribuisce titoli nobiliari a chi possiede nobiltà d’animo. Così, quando incontra una giovane venditrice di cui s’innamora, la proclama principessa. Presentato, in concorso, al Chicago International Film Festival 1973.

Proprio del 1973, è “La circostanza” che narra di una signora borghese che vive in una famiglia arida di affetti. Ma un giorno si prende cura di un ferito, durante un incidente, e la sua esistenza cambia completamente. Presentato in concorso ai Festival di Chicago e San Sebastian, dove si aggiudica una Menzione Speciale. L’anno successivo torna in televisione per la miniserie “Alcide De Gasperi”.

Quattro anni dopo firma il film della sua consacrazione internazionale, il capolavoro “L’albero dei zoccoli” (1978) che vince la Palma d’Oro a Cannes e il francese César per il Miglior Film Straniero e altri 16 premi nazionali (il David di Donatello e 6 Nastri d’Argento) e internazionali. Ambientato nel 1897, in una cascina del bergamasco  – parlato in dialetto, il film uscì con i sottotitoli e successivamente doppiato -, narra le storie incrociate di quattro famiglie contadine fra vita e amori, ingiustizie e lavoro. Il tramonto di un mondo, fra poesia e crudezza, amore e rispetto, un omaggio che poco dopo verrà completamente travolto dalla rivoluzione industriale e, quindi, dall’emigrazione oltreoceano

 

A quel punto, Olmi da Milano si trasferisce ad Asiago, dove risiederà fino alla fine. Nel 1982 fonda a Bassano del Grappa la scuola Ipotesi Cinema dove si formeranno nuove leve del nostro cinema. Nello stesso anno torna a lavorare per la Rai però stavolta per un film per il grande schermo “Camminacammina”, allegoria della storia dei Re Magi. Continua a girare documentari, oltre ad alcuni spot televisivi.

Dopo la dura battaglia contro una grave malattia, la sindrome di Guillain-Barré, che lo tiene a lungo lontano dal set, nel 1987 il Maestro torna a dirigere una pellicola, il claustrofobico e favolistico “Lunga vita alla signora!”, che vince al Festival di Venezia il Leone d’argento, una sorta di romanzo di formazione, allegoria satirica contro – secondo l’autore – “tutti coloro che, ricchi o poveri, belli e brutti, vendono le loro anime”.

Ormai in grande forma, l’anno dopo firma la bellissima trasposizione del racconto di Joseph Roth “La leggenda del santo bevitore”, adattato a quattro mani con Tullio Kezich. E vince il Leone d’oro a Venezia. Per la prima volta, Olmi riesce a vincere la scommessa di poter fare una pellicola per il mercato internazionale – prodotta da Cecchi Gori -, girata in inglese e interpretata dall’olandese Rutger Hauer, ormai star hollywoodiana; ambientata a Parigi. Inoltre, il film vince quattro David di Donatello, incluso per il miglior film, due Nastri d’Argento e altri sei premi.

Tra il 1989 e il 1992 gira ancora altri documentari, tra cui un episodio di “12 registi per 12 città” e “Imago Urbis”. E’ del 1993, “Il segreto del bosco vecchio”, dal romanzo di Dino Buzzati, da lui stesso adattato, e interpretato da Paolo Villaggio. Favola ecologica e omaggio alla natura che non convinse la critica, anche perché il regista fa parlare animali e alberi ( “come Disney” è l’accusa), ma comunque il film ha il fascino poetico tipico dell’autore. E fa vincere a Dante Spinotti il David di Donatello e un Ciak d’oro per la fotografia, mentre Villaggio si aggiudica il Nastro d’Argento.

Un anno dopo gira il primo tv-movie del progetto sulla Bibbia, prodotto da Rai e Lux Vide, “Genesi: la Creazione e il Diluvio”, seguito da altri documentari. Ma è con lo splendido “Il mestiere delle armi” che Olmi si riconferma il maestro del cinema che è, firmando un lucido capolavoro sull’Uomo in guerra, storico e senza tempo, dove emergono violenza e bellezza,  riflessioni e sentimenti universali. 9 tra i principali David di Donatello, 2 Golden Globe Italia, 3 Nastri d’Argento e altri 6 premi internazionali.

Anche la Cina di “Cantando dietro i paraventi” (2003), con Bud Spencer e Jun Ichikawa, è senza tempo in un Oriente di fantasia per raccontare la leggenda di una donna, imperatrice e pirata, tra guerra e potere, favola ed epica. 3 David di Donatello e 4 Nastri d’Argento. Nel 2004 firma uno dei tre episodi ambientati in treno di “Tickets”, firmato con Abbas Kiarostami e Ken Loach. Annunciato da Olmi stesso come il suo ultimo di finzione, ecco “Cento chiodi” (2007) con Raz Degan. 5 premi nazionali e nel 2008, al Festival di Venezia, riceve il Leone d’oro alla Carriera.

La promessa sui documentari viene mantenuta nel 2009 con “Terra madre”, il corto “Il premio” e “Rupi del vino”, ma “Il villaggio di cartone” (2011), fonde ancora documentario e finzione, e affronta la tragedia degli immigranti che, con quattro pezzi di compensato, creano un villaggio, dentro quello della chiesa istituzionale. Nel 2013 l’Università di Padova gli conferisce la laurea honoris causa in Scienze Umane e Pedagogiche per “la sua azione di valorizzazione delle radici culturali, della memoria, delle tradizioni, della grande storia e dell’esperienza quotidiana e delle piccole cose”.

Un documentario è “La moviola”, segmento di “Venezia 70: future reloaded”, girato per celebrare il 70° Festival di Venezia (2013), seguito da “Torneranno i prati” (2014), film realizzato in occasione del centenario dell’inizio della Grande Guerra, con attori professionisti. Un episodio che rievoca la guerra di trincea, per parlarne dell’assurdità di giovani costretti a distruggere qualcuno come loro, ma che nemmeno conoscono. “I prati sono sempre tornati – diceva il regista -, anche dopo la più feroce delle guerre ma, purtroppo, è una storia che si ripete. Bisogna cambiare il corso della storia o la storia cambierà noi”.

Nel 2015 gira il documentario “Il pianeta che ci ospita”, mentre nel 2017 firma quello che resterà il suo ultimo lavoro “Vedete, sono uno di voi” sul Cardinale Carlo Maria Martini.

Olmi era sposato con Loredana Detto, che era stata la protagonista femminile de “Il posto”, mentre il figlio Fabio, è stato il direttore della fotografia dei suoi ultimi lavori, e la figlia Elisabetta è produttrice.