La provincia del nord: civismo, cultura, cortesia

 di Lorenzo Stella

  Salutare, chiedere permesso, ringraziare non sono comportamenti legati direttamente al censo, tanto meno per nesso causale. Eppure la frequenza con la quale capita di riscontrarli dopo qualche giorno di permanenza nella provincia veneta colpisce, provenendo da Roma, come se ci si trovasse non solo a qualche centinaio di chilometri di distanza ma proprio all’estero, forse in Svizzera o addirittura in un’epoca diversa, nell’Impero Asburgico. Si percepisce un senso della comunità, della collettività, del prossimo e del rispetto reciproco nettamente diversi rispetto all’urbanizzazione selvaggia, caotica, anarchica della capitale. E viene da chiedersi come mai nel dibattito pubblico, tra valori perennemente propagandati e indubbiamente importanti come la solidarietà o la sostenibilità, l’educazione civica – e, ancor più semplicemente, la buona educazione – non trovino un posto adeguato.

  Il Veneto, come e ancor più di altre regioni d’Italia quali la Toscana, eredita un’importante tradizione storica di stato-regione governato da un’autorità forte ma anche, in qualche misura, progressista. E le associa quella di un impero commerciale tra i più rilevanti che siano mai esistiti sulla faccia della Terra. Di questi patrimoni, il territorio odierno conserva la memoria in un livello di reddito e di ricchezza notevole, di cui si percepiscono facilmente i segni dalla qualità dei servizi, oltre e più che dai beni privati. Un po’ come se vivessimo in una sorta di socialdemocrazia scandinava (un modello socio-politico curiosamente in crisi, a proposito).

  Per qualche decennio e fino a qualche tempo fa la difesa di questo format è passata per una forte rivendicazione autonomistica, poi la politica ha preso strade. Oggi, anzi, capita spesso che l’erba di altri vicini settentrionali appaia ai padani più verde della propria: si ascoltano frequentemente sfoghi di invidia, per esempio dei veneti verso i trentini e di questi verso gli altoatesini, così come lamentele per una reale o presunta decadenza rispetto al passato che in parte è da attribuire a mero nostalgismo e in parte trova oggettivo riscontro nelle serrande abbassate di tanti negozi del centro.

  Il Nord non è meglio del Sud. Anche qui l’inciviltà e la miopia tipiche dell’Italia hanno lasciato il segno, per esempio nell’orrenda quanto inutile devastazione del territorio operata a colpi di villette e capannoni industriali, questi ultimi ormai in parte inutilizzati o sotto utilizzati. Oppure nel proliferare di un’imprenditoria furbetta che campa di quotidiano e di ordinaria amministrazione. Il nostro, si sa, è un paese a macchie di leopardo: ma mentre scendendo verso il Mezzogiorno sono le aree più avanzate dal punto di vista culturale e socio-economico a spiccare come oasi o isole, a queste latitudini il rapporto è inverso e spiccano le zone di degrado, come via Anelli a Padova o tante periferie di Milano e Torino. E comunque, altrettanto vero sul piano statistico è che la vita in provincia sia di qualità migliore rispetto a quella metropolitana.

  Sono discorsi che ci facciamo da decenni: pertanto, purtroppo, dobbiamo arrenderci a considerarli la diagnosi di una patologia cronica. Eppure, ripetiamo, appare incomprensibile come vengano sottovalutate o ignorate minutaglie quali la buona educazione, il garbo, la creanza, pratiche quali chiedere scusa e permesso, rispettare il prossimo, le precedenze, i diritti altrui. Piccole, vecchie cosette di ottimo gusto che costano quasi nulla, durano un momento ma fanno le nostre giornate e quindi la nostra vita. Che dovrebbero tornare a diventare priorità nel dibattito ma soprattutto nell’azione della politica, della famiglia, della scuola e della società.