Joaquin Phoenix e Lynne Ramsay presentano “A Beautiful Day” premiato al 70° Festival di Cannes

di José de Arcangelo

Premio alla Miglior sceneggiatura e al Miglior attore protagonista (Joaquin Phoenix) al 70° Festival di Cannes, arriva nelle sale italiane il 1° maggio, “A Beautiful Day” (titolo europeo) di Lynne Ramsay – già apprezzata anche da noi per “…E ora parliamo di Kevin” -, e nell’attesa sono approdati a Roma l’autrice e il protagonista per presentarlo. Ispirato al racconto breve di Jonathan Ames, “You Were Never Really Here” (titolo originale), narra la storia di un tormentato ex marine e agente Fbi, Joe, disposto a sacrificarsi pur di salvare delle vite innocenti, spesso delle ragazzine. Ma un giorno viene contattato da un famoso politico newyorkese che crede che sua figlia Nina sia stata rapita da un’organizzazioni e che sia stata costretta a prostituirsi…

“Non ne ho idea – esordisce la Ramsay sul cinema che preferisce -, amo il cinema, anche i film spettacolari della Marvel; ma io voglio raccontare una storia dove musica, montaggio, recitazione si amalgamano per ottenere il miglior risultato”.

“Sono felice di tornare a Roma – ribatte Phoenix -, ma in realtà sul personaggio non so granché. Sono partito dalla sceneggiatura (della stessa regista ndr,), ma abbiamo avute infinite chiacchierate con Lynne che, a volte, non portavano da nessuna parte ma ogni tanto veniva fuori un’idea. Ho studiato il cervello del bambino, come si sviluppa e come la violenza fisica influenzi il ragionamento, l’impatto che provoca sul modo di ragionare. Lynne è partita da lì, poi quando il cervello si muove nel mondo degli adulti, abbiamo capito che Joe non ragionava, non prendeva delle decisioni, come accade col martello (lo usa come arma per caso ndr.); mi faceva sentire dei file audio dei fuochi di artificio e mi diceva ‘è questo che Joe sente dentro di sé’. E’ stato un lento processo fatto insieme”.

“Il libro è stato l’inizio, la partenza – precisa l’autrice -, ho cambiato molte cose, anche nel finale, il rapporto con la madre, e altre le ho sviluppate o inserite, ad esempio la sequenza del lago. E’ stata fonte d’ispirazione della sceneggiatura che si è sviluppata con l’apporto del direttore della fotografia, dello scenografo e Joaquin con cui c’è stato uno scambio continuo”.

“Non capisco perché agli attori si fanno sempre domande sui genitori e sulla famiglia – chiosa Phoenix a proposito di una frase del padre del protagonista che torna nei flashback -, a me i miei genitori dicevano ‘non fare agli altri quello che non vorreste facessero a te’,  ma anche ‘segui sempre la tua c… di verità’, forse non proprio in questo modo, ma a me piace farlo”.

“Il riferimento a ‘Psycho’ non c’è nel libro – spiega la scozzese Ramsay -, è un’idea che in un certo senso ho preso da mia madre che vede sempre in tivù dei thriller a tutto volume perché non sente bene. E Joaquin ha improvvisato la reazione (mima l’accoltellamento sotto la doccia ndr.) che poi è finita del film”.

“In realtà non lo so, è qualcosa che venuto fuori strada facendo – afferma il protagonista -, c’è una parte buona in Joe che era già presente e messa in luce da Lynne, ma non ne ero consapevole. Quando ti concentri su una scena importante devi mostrare entrambi i lati del personaggio, non solo la parte violenta ma anche quella buona, l’eterno conflitto che prova, la lotta che vive ogni giorno; l’amore, la tenerezza e la frustrazione che prova per la madre anziana e malata. A volte nella stessa scena troviamo violenza e bontà”.

“Ho scritto la sceneggiatura in Grecia – ricorda l’autrice -, a Santorini dove c’è un silenzio totale, perché non ci sono nemmeno le macchine, ma quando scrivo mi piace citare anche i suoni e la musica. Poi a New York ho sentito parte della musica (ottima di Jonny Greenwood ndr.) e mi sembrava il suono dell’inferno. La musica diventa quasi un personaggio all’interno del film, ti fa credere che debba succedere qualcosa, ma poi ti porta da un’altra parte. Avevamo pochi soldi (è un film indipendente ndr.), io gli davo 5/10’ di girato e lui componeva un motivo oppure lui mi mandava dei file audio e poi tagliavamo e montavamo in base alla musica. E’ stato una specie di dono che ci ha fatto”.

“Non ho ascoltato la musica prima e neanche adesso – ribatte l’attore, tre nomination per “Il gladiatore”, “Quando l’amore brucia l’anima – Walk the Line” e “The Master” – è raro che un attore lo faccia perché di solito vengono composte dopo che il film è stato girato. Quello che ho sentito è il rumore di New York dove ho vissuto e non ci vivo più, ma non ricordavo i suoni della città. E poi il suono del martello che usavo per distruggere ogni cosa trovavo durante le riprese”.

“Non sono abituato a decidere riguardo alla dimensione della produzione – confessa – non dico sì o no, dipende tutto dalla gente che lo fa, dalla storia e dal regista, se Lynne facesse un film da 300milioni di dollari sarei interessato a farlo, quello che conta è la sostanza. Questo film è stato molto difficile, con un ritmo serrato, cercando di realizzare il più possibile in poco tempo, qualcosa di diverso, migliore e la ringrazio. Io ho dato 70 ore di merda, poi lei le ha passate al setaccio ed è venuto fuori qualcosa di positivo”.

“Non è affatto vero che sono state 70 ore – ribatte la Ramsey -, il fatto è che era un materiale difficile da scegliere e da tagliare perché tutto buono, a cui hanno collaborato tante persone, dai professionisti alla giovane troupe di neolaureati della Columbia University, magari con poca esperienza ma che si è buttata a capofitto con entusiasmo nella realizzazione. Un’esperienza che avrei voluto non finisse mai. Ora mi piacerebbe fare una commedia”.

E conclude sull’accoglienza del film in America: “C’è stata un’accoglienza ‘in silenzio’, ma positiva, sono state fatte delle domande sull’argomento e se ne è parlato anche su Me Too, che credo abbia apprezzato un film complesso, non semplicistico, realizzato con onestà, spero anche qui”.