L’avventurosa storia del grammofono

di Ivana Musiani

  Si trovava ai piedi di una tigre di gesso, circondato da collane di vari colori e di varie epoche, braccialetti d’argento e di plastica, tazzine di Limoges e di Laveno, statuine di biscuit, borsette da sera di perline e altri  innumerevoli oggetti i cui antichi proprietari riposavano da lungo in pace: un libro. Il titolo diceva tanto, ma di quel tanto molto poco: “La musica e il disco”. I F.lli Bocca, Milano editori, non si erano neanche preoccupati di mettere in copertina il nome dell’autore per intero, che risultava essere  un certo  F.W. Gaisberg. Per saperne di più, non rimaneva che acquistarlo. Dai fregi sulla copertina e dal nome della casa editrice da tempo estinta, doveva essere una rarità. Indispensabile l’acquisto. La signora che ci accolse  non doveva avere molti clienti, dal momento che c’informò di averlo letto tutto e, dalle notizie fornite, l’acquisto del libro si dimostrò una vera occasione, tanto da farci vergognare dell’esiguità del prezzo richiesto, quasi un regalo. E infatti lo era: la signora aveva apprezzato il nostro interesse.

  Dalla prefazione veniamo a sapere uno soltanto dei due nomi puntati di Gaisberg, la effe che sta per Fred, mentre del vu doppio non reca traccia.  Il libro uscì in America nel 1943, da noi nel 1949, ma comincia da molto lontano: “Chi rammenti la città di Washington così com’era cinquant’anni fa la considererà il luogo più adatto per la nascita di un’industria pittoresca e romantica qual è l’industria del grammofono.  Negli ultimi dieci anni del secolo era ancora una pacifica città cresciuta troppo in fretta con i suoi 180 mila abitanti, 80 mila dei quali neri. In primavera il Potomac allagava la zona più bassa della città, chiamata Swamppoodle, e ogni volta l’inondazione durava una settimana. I membri del Congresso traghettavano Pennsylvania Avenue in barca dalla Casa Bianca al Campidoglio. Era cosa comune vedere mandrie e greggi condotte lungo  la maestosa Massachusetts Avenue (il Viale degli Ambasciatore), verso il mercato”.

  Ci è bastato questo incipit per renderci conto di aver messo le mani su un documento raro, colmo di notizie esclusive, e che era un peccato mortale tenercele tutte per noi, dal momento che un’altra copia del libro era difficilmente rintracciabile. E allora, ecco in quel contesto un giovane emigrato, Emile Berliner, giunto da  Hannover con la famiglia, che per guadagnarsi da vivere fa il commesso in un negozio di stoffe. Nel frattempo, sta mettendo a punto un meccanismo per agevolare l’invenzione di Bell (sarà il microfono),  oltre a tentare di realizzare l’idea di incidere i suoni su un disco piatto invece che su un cilindro: e sarà il grammofono. Qui entra anche in scena  Gaisberg, allora ventenne, che conosciuto l’inventore e ottenutane la fiducia, lo affiancherà nei successivi anni di messa a punto del disco. Le prime incisioni sono canzoncine, poesiole, che vanno a ruba perché tutti stupiscono della chiarezza del suono.  Da qui l’ambizione di reclutare cantanti celebri, e a questo scopo Gaisberg viene inviato in Europa.

Gramofono-DC0806_m

  La piazza più disponibile si rivela la Russia, dove il solerte Gaisberg scopre che la musica popolare si presta a diventare un buon incentivo di vendite: “Durante le lunghe vacanze pasquali feci una puntata a Nijni Novgorod e giù  per il Volga in vaporetto sino a Kazan, per incidere qualche centinaio di dischi di musica tartara. Fu interessante il pranzo a base di pesce, sul ponte del vaporetto, mentre i battellieri cenciosi e seminudi caricavano cantando sacchi di farina e di cemento. Dimenticherò mai lo slancio ritmico con cui i verdi cocomeri venivano scaricati dal ponte in una barca? Si udiva musica da ogni parte. I cosacchi sui loro forti cavallini villosi attraversavano la strada intonando canzoni da soldati; il loro capo, con una voce molto acuta da tenore, cantava quattro versi, e il coro di un centinaio di voci maschili rispondeva con il ritornello. Era grandioso”.

  Va da sé che Gaisberg, oltre al reclutamento, aveva anche dovuto imparare le tecniche dell’incisione, ma ne era così preoccupato che le notti che precedevano qualcuna di queste non riusciva a dormire: “Pensate alla mia responsabilità. Se sbagliavo, il disco di una prima donna poteva essere perduto per la posterità. In quei tempi di divismo, gli artisti erano impazienti e chiedere a una cantante di ripetere un’aria per un errore non suo poteva provocare un tale attacco di nervi da rovinare la seduta. E per di più tutta la colpa sarebbe stata mia”.

  Agli inizi del Novecento, i grandi cantanti consideravano ancora il grammofono come un giocattolo, per cui non si scomodavano a recarsi nelle sale d’incisione, ma dovevano i tecnici raggiungerli nei loro alberghi con tutto l’armamentario. Oppure chiedevano cifre colossali, come fece Caruso, e quando Gaisberg comunicò l’importo alla casa madre in America, gli dissero di lasciar perdere, ma lui non se la sentì di obbedire, e fu una fortuna per tutti: per il cantante, che nei vent’anni in cui fu sotto contratto arrivò a guadagnare quasi un milione di sterline, mentre per l’industria fu il doppio.

  A questo punto l’Europa non bastava più: per aprire nuovi mercati, Gaisberg fu inviato in India a registrare musiche del posto, e successivamente in Cina e in Giappone.  Scoppia la prima guerra mondiale, e “naturalmente fu un disastro per un’impresa internazionale come la nostra”, però già nella primavera del 1918 è già a Milano a firmare un contratto con il ventottenne Beniamino Gigli,  “che cantò i suoi primi dieci dischi in uniforme da soldato di fanteria”. Negli anni successivi, ebbe molte frequentazioni con il cantante, apprezzate non solo dal punto di vista artistico: “Si mangia bene, in casa Gigli. A colazione egli fa notare con fierezza che la maggior parte dei cibi provengono dalla sua fattoria di Recanati: burro, uova, polli, farina, formaggi, persino  gli eccellenti salami e il prosciutto, oltre alla frutta e, naturalmente ai vini di svariate qualità, tutti schietti e deliziosi”.  E ancora: “Il suo svago consiste nel fare il mecenate nella sua città natale di Recanati, dove, nel mese di agosto, allestisce a sue spese due opere alle quali partecipa anche lui”.

  Il libro sarebbe un lunga galleria di nomi famosi prima e tra le due guerre, tra cantanti, direttori d’orchestra, strumentisti, se non fosse per lo spirito d’osservazione e l’umorismo che caratterizza l’autore, per non parlare della sua posizione privilegiata. Come quando, nel momento d’iniziare l’incisione di Tosca, viene improvvisamente a mancare il soprano che doveva sostenere il ruolo. Il tenore era Gigli, che suggerisce la giovane Maria Caniglia. La trovano addormentata e la svegliano. “E’ scoppiato un incendio? Stavo facendo un bel sogno”. Nonostante protesti che non canta Tosca da mesi la imbarcano su un taxi e la portano in sala d’incisione, dove il direttore d’orchestra dà subito l’attacco. Probabilmente avrà cantato credendosi ancora nel mezzo d’un sogno. Poi c’era Scialiapin, che piantò a metà un concerto perché il direttore non rispettava i suoi tempi. Il grande basso russo, poiché il suo cachet era molto più alto di quello del direttore, era convinto che quest’ultimo dovesse tener dietro ai suoi tempi, e non il contrario. E l’irriguardosa moglie di Richard Strauss, che quando lui stava terminando di comporre Dafne, gli gridò: “Su, fa’ in fretta, smettila con queste sciocchezze, dobbiamo uscire a far compere”.  E Rubinstein che non si spostava mai senza il suo pappagallo e quando seppe delle leggi razziali in Italia mandò dalla Francia un violento telegramma a Mussolini… E tanti, tanti altri episodi che mettono a fuoco la personalità d’un artista come neanche un saggio riesce a fare, e che nessuna biografia che si rispetti riporta.