Edipo, Edipo!

di Gladis Alicia Pereyra

  Non appena chiuse la porta d’ingresso, percepì il freddo. Accese la luce e il suo umore peggiorò. Disseminati sui mobili del salotto si vedevano camice, maglioni, magliette, una giacca, un pantalone e persino un jeans appallottolato per terra. Li ignorò e passò in cucina.

  Lo spettacolo che vi trovò era desolante. Stoviglie sporche sostavano, accatastate da giorni, su ogni superficie piatta e un nauseabondo odore di cibo in decomposizione impediva di respirare liberamente. Prese dal tavolo un’insalatiera con resti della cena di due sere prima e l’appoggiò su un fornello e, nello spazio guadagnato, posò la busta che aveva in mano e cominciò a tirar fuori la spesa. Comparvero una lattina di zuppa di cereali già pronta, bisognava solo riscaldarla, un pezzo di gorgonzola, una busta d’insalata già lavata, del pane e un vasetto di crema al cioccolato.Problema della cena risolto grazie al supermarket aperto 24 su 24, sette giorni la settimana, con buona pace dei sindacati.

  Lasciò la cucina e nel disimpegno accese il riscaldamento, poi andò in camera ben consapevole di ciò che lo aspettava. Accese l’abatjour e, senza curarsi del caos regnante, si tolse il cappotto e lo appese nell’armadio. L’odore di chiuso e di calzini sporchi lo costrinse a precipitarsi a spalancare la finestra. Lo investi una raffica di vento polare che gli procurò un certo piacere, perché la sentì purificante.

  Dopo pochi minuti cominciarono a sbattere porte; aveva aperto tutte le finestre dell’appartamento e si era lanciato come una furia a raccogliere i panni sporchi e a portali nello sgabuzzino. Corse poi in cucina a mettere piatti, posate e pentole varie nella lavastoviglie, dopo averli liberati dai resti di cibo andato a male. Completò la sommaria opera di pulizia buttando le buste della spazzatura sul balcone, dove altre buste simili le attendevano.

  La cucina era sgombra dalle stoviglie sporche ma l’aspetto inospitale restava, al cattivo odore di poco prima era subentrato quello della zuppa in scatola che mangiava. Per consolarsi pensava che la colf gli aveva detto al telefono che sarebbe tornata tra due giorni; l’influenza, a quanto sembrava, stava passando. Finalmente, al rientro dallo studio, avrebbe trovato l’appartamento in ordine e riscaldato. Ad accoglierlo, però, non ci sarebbero stati il sorriso e il bacio di lei. Allontanò il piatto ormai vuoto della zuppa con un movimento brusco, come avrebbe voluto allontanare quella brutta sensazione di vuoto che si ripresentava subito quando pensava a lei. La sensazione gli aveva fatto passare l’appetito ma si costrinse a mangiare del formaggio e l’insalata, non aveva provato cibo in tutto il giorno e non era giusto per se stesso continuare così: doveva mangiare e comportarsi come se niente fosse successo.

  Con una tazzina di caffè vuota in mano, fissava senza vederle le immagini che si susseguivano sullo schermo del televisore. Non era particolarmente triste e non si sentiva tanto solo. A tenergli compagnia erano ricordi che s’intrecciavano a caso, senza alcun ordine cronologico, girando sempre attorno a un’unica persona, sua madre.
Ricordi, ricordi che sbucavano vivaci da chissà dove, riportandogli scampoli di un passato cui non pensava più, attimi tristi o gioiosi o semplicemente quotidiani, vissuti accanto a lei quando il disastro era ancora lontano. Lei minuta e bellissima che sorvegliava, consigliava, guidava: “Questa giacca non ti sta bene con questo maglione, i colori fanno a pugni.” “Sei sicuro che sia una buona idea dare tutti gli esami più difficili uno dietro l’altro?” “Sì, Laura è incantevole, però, non lo so, c’è qualcosa in lei che non finisce di convincermi…Poi sei così giovane, pensa prima a laurearti.”
Lei che girava per la casa, che la riempiva con le sue risate, con la sua voce, lei china sulla stoffa che ricamava mentre tesseva le sue invisibili ragnatele dove restava intrappolato, come una mosca imprudente, chiunque la avvicinasse. E sì, Emilio era caduto nella trappola, come suo padre e come lui stesso. Per un momento si sentì solidale con l’uomo che gliela aveva rubato e si arrabbiò con la madre.

  Posò la tazzina sul tavolino di vetro e cambiò posizione sul divano. Che sua madre fosse un’incantatrice lo sapeva da molto tempo. Che usasse la sua naturale seduzione per spingere la volontà degli altri nella direzione che aveva deciso lei, non gli sfuggiva, forse se n’era reso conto già da bambino, ma quella dolce tirannia lo rassicurava, gli spianava la strada, lo esonerava dalla fatica del dover decidere che fare della propria vita. Lei, mai imperiosa, sempre dolce e suadente, non ordinava, suggeriva. Era capace di fare in modo che l’altro si convincesse che l’idea fosse sua, che la sua decisione fosse stata presa in piena libertà. A volte si era domandato se fosse consapevole della sua capacità di manipolare la gente e lo facesse intenzionalmente perseguendo i propri fini o se invece agisse spontaneamente, rispondendo a un impulso naturale, senza fini che non fossero il bene degli altri. Se era abbastanza lucido pendeva per la prima ipotesi, quando era irrimediabilmente caduto sotto il suo influsso si convinceva che la seconda fosse quella giusta. In quell’altalena d’ipotesi contrastanti trascorreva i suoi giorni accanto a lei, appagato e riconoscente, sotto la sua calda ala protettrice. Una parte di lui era rimasta ancorata all’infanzia, ignara delle ribellioni adolescenziali e, nonostante ciò, era un adulto responsabile e in carriera. Si poteva dire che avesse saltato una tappa della vita, quella che ci porta a contestare tutto e tutti, in primo luogo i genitori. E’ un atteggiamento antipatico, ma indispensabile per la crescita, che traghetta il bambino dall’infanzia all’età adulta. Un periodo difficile e pericoloso dove tutto è possibile e sbagliare la strada può segnare il resto dell’esistenza. Lui non aveva sbagliato nulla perché si era lasciato docilmente guidare da lei che sapeva, meglio di se stesso, qual era per lui la strada giusta da percorrere.

  Era una perversa situazione di lucido assoggettamento che, da una parte gli toglieva la fatica e la responsabilità di prendere in mano la propria vita e dall’altra gli permetteva di non perdersi completamente nella volontà di lei.

  Dieci anni prima il padre si era ribellato e, tentando di sottrarsi al dominio della moglie, l’aveva tradita e lasciata per un’altra donna. Quanto lei avesse sofferto, quanto fosse stata bruciante la ferita che le era stata inferta, quanto fossero stati grandi lo sdegno e la delusione, il figlio aveva potuto intuirlo dalla sua inappetenza, dal dimagrimento e, soprattutto, da un arrossamento e da un leggero gonfiore degli occhi, che collirio e trucco non riuscivano a mascherare, tracce innegabili di pianti sommessi e di notte passata insonne accanto al grande vuoto nel letto coniugale.

  Aveva odiato il padre, non solo per il dolore arrecato alla madre, si era sentito tradito e abbandonato lui stesso; tuttavia, una parte di sé aveva gioito per l’inaspettata uscita di scena del suo principale rivale. La competizione per accaparrarsi l’attenzione e l’affetto di lei era iniziata con la nascita del figlio. Sua madre gli aveva raccontato ridendo, quanto il padre fosse stato geloso di quel piccolo essere piagnucolone che sembrava lo avesse rimpiazzato nell’affetto esclusivo della moglie.

  Il rapporto tra loro era sempre stato, a dir poco, difficile e il tradimento del padre lo aveva inasprito ulteriormente, soprattutto dopo l’invito a cena in cui, senza avvertirlo e forse cercando maldestramente la sua complicità, gli aveva presentato l’amante.

  Aveva accettato l’invito perché la madre lo aveva pregato; non voleva che le scelte del marito intaccassero il rapporto con il figlio. “E’ sempre tuo padre” gli aveva detto “e lo sarà sempre qualsiasi cosa faccia.” Aveva apprezzato la generosità implicita in quelle parole che mettevano in risalto, per contrasto, l’egoismo e la grettezza di quell’uomo che stentava a chiamare padre.

  Era andato malvolentieri all’appuntamento, senza immaginare quel che lo attendeva. Il padre aveva scelto un tavolo bene in vista e non appena era entrato nel ristorante, aveva notato la donna seduta al suo fianco. Avrebbe voluto fare dietrofront ma si era accorto di essere stato visto ed era andato verso il tavolo preparandosi al peggio.

  Per quasi tutta la cena, era rimasto ostinatamente in silenzio e aveva risposto con monosillabi alle indisponenti domande di quella donna orribile. Avrà avuto una trentina, era alta, bruna, di forte e prosperosa corporatura e di una volgarità ostentata, irritante. Tutto in lei era volgare: dai capelli corvini, palesemente tinti, al trucco pesante, alla bigiotteria poco costosa e appariscente; ma ciò che la rendeva veramente insopportabile era il desiderio di mettersi in mostra parlando a voce alta e ridendo in modo fragoroso. Il suo comportamento era ancora più imbarazzante dell’aspetto fisico. Era uscito dal ristorante nauseato.

  Al rientro, la madre dormiva. Solo la mattina seguente aveva potuto scaricare lo sdegno raccontandole com’era andata la serata. “E’ esattamente l’opposto di te!” aveva esclamato infine. E lei, senza scomporsi, come se tutto ciò che aveva sentito fosse scontato, aveva dichiarato: “Non ne ho mai dubitato” e aveva chiuso l’argomento per sempre.

  Il padre aveva lasciato quella donna ed era tornato, neanche un mese dopo, a chiedere perdono. Lei lo aveva perdonato ma gli aveva negato di rientrare nella sua vita. Non lo aveva cacciato lontano da sé, gli aveva permesso di restare sulla porta, irrimediabilmente avvolto nei fili della sua ragnatela.

  All’epoca lui era un ventitreenne fresco di laurea in giurisprudenza. La facoltà di legge era stata scelta perché lo zio materno, un noto avvocato che vantava le conoscenze giuste, lo avrebbe aiutato a far carriera e così era stato. Ora poteva dirsi più che soddisfatto della posizione raggiunta e aspirare a continuare l’ascesa. Si crogiolò nel pensiero e la gratitudine verso la madre e lo zio gli fece dimenticare che era stato proprio il padre, dalla soglia della vita famigliare dove il suo tradimento lo aveva confinato, a mantenere la casa senza mai lesinare denaro, cosa che gli aveva permesso di fare gavetta nello studio dello zio, senza dover preoccuparsi di guadagnare. Se quest’ultimo pensiero lo sfiorava si rabbuiava e si diceva, con una sorta di gioioso rancore, che quell’uomo aveva fatto soltanto il proprio dovere; ma nella serata trascorsa seduto sul divano, un tale pensiero non si presentò. Continuò, invece, il flusso di ricordi indissolubilmente legati alla figura materna.

  Lei aveva solo diciannove anni più di lui e il suo aspetto leggiadro, delicato, la faceva apparire molto più giovane della sua età. Con un sorriso ricordò come da bambino, quando uscivano senza il padre, trovava sempre qualcuno che gli diceva “che bella sorellina, me la presenti?” o “Abbi cura della tua sorellina”. Lui rideva ma si affrettava a prendere la madre per mano con un gesto che oscillava tra protezione e possesso. Gli anni passavano e continuavano a prenderla per sua sorella. Il sorriso scomparve perché pensando alla giovinezza della madre che, secondo lui, si prolungava nel tempo più del dovuto, andò dritto a imbattersi in Emilio. Quel gerontofilo che si era invaghito di una donna cinque anni più anziana di lui e che per di più aveva oltrepassato la fatidica soglia dei cinquanta da ben due anni.

  Cercò di non pensarci perché la ferita era troppo recente e sanguinava ancora. Lo aveva assalito un’ondata di rabbia e per non lasciarsi sommergere, perché poi sarebbe stato troppo male, si rifugiò nel ricordo di quei dieci anni vissuti solo con lei in perfetta armonia. All’inizio e alla fine di quel decennio di felicità c’era stato un uomo. Un uomo che se ne andava, il padre, e un uomo che arrivava, Emilio. In mezzo l’unico uomo nella vita della madre era stato lui.

  La madre era una donna forte che si era rifiutata di piegarsi alla sofferenza. Il ruolo della donna lasciata e piangente non si addiceva a lei. Le amiche, invitandola a uscire in continuazione, non le avevano permesso di restare chiusa in casa a tormentarsi. Lei si lasciava coinvolgere, mai la sua vita sociale era stata così intensa e a lui era venuto il geloso sospetto che si stesse godendo la sua inaspettata libertà. Poi era tornata a un ritmo di vita più normale, le uscite con le amiche erano diventate meno frequente, senza mai cesare del tutto e aveva più tempo da dedicare al figlio.

  Nonostante il generoso assegno del marito, del quale non aveva mai divorziato, la madre aveva deciso di guadagnare per conto proprio. Non aveva mai lavorato e trovare il primo impiego a quarantadue anni era poco probabile, com’era poco probabile, o meglio, impossibile che una donna come lei si adattasse a lavorare sotto padrone. Cercando un’occupazione redditizia, aveva ricordato che sapeva disegnare piuttosto bene e anche ricamare. Si era iscritta a un corso di ricamo per perfezionarsi e aveva cominciato a ricamare piccoli animali, fiori, frutta sui propri disegni. Con il passare del tempo e un’accanita dedizione, era diventata abilissima nella tecnica del punto pittura che donava al ricamo l’aspetto di un dipinto. Si era trovata davanti un campo sterminato dove era libera di esercitare la propria bravura: paesaggi, piccoli borghi, animali, nature morte, cesti di fiori dalle mille sfumature. La sua specializzazione erano i piccoli arazzi che all’inizio regalava alle amiche; in seguito erano arrivate le prime ordinazioni a pagamento che da allora non avevano cessato di aumentare, insieme al prestigio e alla bravura della ricamatrice.
Si faceva pagare molto bene e non accettava più di un certo numero di ordinazioni, in quel modo aveva del tempo libero da dedicarsi al figlio.

  All’inizio, l’abilità della madre lo aveva sorpreso, poi era diventato il suo entusiasta ammiratore, ma quando dai regali alle amiche era passata alle ordinazioni vere e proprie, aveva temuto si dimenticasse di lui e aveva tentato di ostacolarla. Lei, che aveva intuito le sue paura, lo aveva rassicurato senza bisogno di parole, come sapeva fare lei e tutto si era ricomposto.

  Ricordando quegli anni, seduto sul divano, era pervaso da una tristezza dolce, da una nostalgia che avrebbe potuto rovesciarsi, come gli accadeva spesso, e diventare rabbia, impotenza, desiderio di vendetta. Non accade, però, e lasciò che i ricordi dei bei tempi perduti continuassero a fluire e a tenergli compagnia. Fuori il vento scuoteva gli alberi della strada producendo a tratti inquietanti ululati. L’ambiente si era riscaldato e diventato accogliente, faceva quasi piacere sentire la furia della tormenta scatenarsi all’esterno mentre lui era caldo e al riparo, protetto dai muri come in un grembo.

  Sì, erano stati anni felici; lei ricamava, guadagnava ed era soddisfatta mentre lui si dedicava a far carriera. Avevano affittato una casetta in riva al mare dove passavano i week end e parte delle vacanze. Avevano viaggiato molto insieme: Parigi, Vienna, Stoccolma, Praga e tante città italiane. Stavano pianificando un viaggio a New York, che entrambi desideravano conoscere, quando era iniziato il disastro e il progetto era finito nel nulla.

  Prima che la nostalgia diventasse rabbia, i suoi ricordi cambiarono strada e lo portarono verso le tante donne che aveva frequentato in quegli anni, senza mai decidersi a stabilire un rapporto serio. Non aveva tempo per l’amore e l’idea di sposarsi neppure lo sfiorava. Non era preparato, doveva concentrarsi sulla carriera, era giovane, che fretta aveva? E allora perché comparivano quei ricordi. Erano state, forse, occasioni perdute? No, tutte quelle ragazze non avevano avuto importanza e non erano state poi così tante, semplici distrazioni che gli avevano procurato momentanei piaceri e nient’altro. A smentirlo comparve da chissà dove il nome di Martina. Martina, era da tanto che non pensava a lei. Si tolse le scarpe e cambiò posizione distendendo le gambe sul divano. Martina, a differenza delle altre, lo aveva piantato lei. La rabbia scacciata poco prima, minacciò di ripresentarsi. Era diversa, però, questa era una rabbia vecchia, rancida e un po’ sbiadita. Sentore di un risentimento che non bruciava più. Tentò di allontanare il ricordo, non aveva voglia di rinvangare cose sgradevoli del passato remoto, ne aveva abbastanza con le odierne. Tuttavia, Martina restò lì, fissa come una sfida, e alla fine si arrese e lasciò che venisse fuori tutta la vicenda. Si era innamorato di lei, o forse no, forse lei era stata solo più coinvolgente delle altre. Non aveva avuto il tempo di capire i propri sentimenti perché la madre, che sicuramente aveva intuito qualcosa, aveva dispiegato tutta la sua arte per far fuggire la ragazza. Gli fu impossibile evitare di ricordare la serata che aveva segnato la fine della loro relazione. La madre aveva invitato lo zio avvocato e la moglie a una cenetta in famiglia e gli aveva suggerito di portare Martina e lui c’era cascato. Che la ragazza non fosse simpatica alla madre lo aveva capito, ma ottimisticamente aveva pensato che forse la sua opinione fosse cambiata e l’aveva invitata. Martina, che era intelligente e non le sfuggiva la poca simpatia che ispirava alla madre del suo ragazzo, sulle prime aveva risposto che non se la sentiva poi, vedendo la sua delusione, aveva accettato. Si era vestita con cura, niente jeans, T-Shirt e scarpe da ginnastica, indossava un bel vestito verde chiaro e sandali con i tacchi alti. Non l’aveva mai vista così elegante, era incantevole. Se la sua intenzione era fare bella figura c’era riuscita in pieno: gli zii l’avevano trovata deliziosa. Prima di cena avevano preso un aperitivo in piedi chiacchierando, l’atmosfera era cordiale, distesa, Martina sembrava a suo agio. A un certo punto la madre prendendola in disparte le aveva detto con un tono di voce che voleva essere confidenziale ma era alto abbastanza perché gli altri sentissero: “Il tuo vestito è delizioso, veramente carino, peccato questo verdino insulso che non ti dona, un vero peccato perché il taglio è perfetto.” La zia che, ovviamente, aveva sentito era intervenuta: “Ma no! Il verde si adatta al colore degli occhi, non darle retta cara, ti sta benissimo! La ragazza era diventata color pomodoro e provato a sorridere ma le labbra le tremavano leggermente. Lui sarebbe voluto scomparire ma aveva cercato di spezzare l’imbarazzo della giovane dicendo: “A ragione zia, non le dare retta. Mia madre e terribile quando si tratta di colori, lavora con i colori, come te con il vino!” Si sarebbe dovuto pentire di quelle parole. Si scoprì che Martina aveva frequentato un corso di sommelier e preparava la tesi per conseguire la laurea in etnologia. Durante la cena, Martina aveva parlato solo se interrogata e, nonostante ciò, la madre era riuscita a interromperla due volte, facendo finta di non essersi accorta. Era stato portato in tavola l’arrosto e i complimenti alla cuoca non si erano risparmiati, complimenti meritati perché era ottimo. Lo zio, incautamente, aveva chiesto a Martina un’opinione sul vino. L’espressione della ragazza quando aveva iniziato a parlare lui non gliela aveva mai vista. Mettendo in mostra la sua competenza, Martina aveva demolito il vino scelto dalla sua futura suocera per accompagnare l’arrosto. Mancava di corpo, la gradazione era troppo bassa, era un vino troppo giovane e quella cantina non produceva grandi vini. Un arrosto del genere meritava un vino migliore e indicò una serie di vini che riteneva più adatti. La madre, che l’aveva ascoltato senza scomporsi, aveva detto ridendo: “Mi hai dato una lezione! La prossima volta farò scegliere il vino a te!” E a giovane di rimando, ridendo a sua volta “E io la prossima volta mi farò consigliare da te prima di comprare un vestito!” Tutti avevano riso, soltanto lui aveva colto il significato di quella scenetta. Qualche settimana più tardi, Martina gli aveva detto che non era il ragazzo giusto e lo aveva lasciato. Non sapeva che a causa sua aveva litigato seriamente con la madre per la prima volta.

  Il vecchio risentimento si amalgamò con il nuovo come l’acqua con la farina, producendo un impasto talmente rabbioso che, per calmarsi, si alzò e andò in cucina a riscaldarsi il caffè rimasto.

  Seduto di nuovo sul divano cercava con poco successo di marginare i rigurgiti del suo malessere, finì per arrendersi e lasciò che la memoria implacabile gli riportasse tutte le tappe del disastro.

  A quanto sembrava galeotto era stato uno degli arazzi che la madre ricamava. Era andata alla cena di compleanno di un’amica portandole in regalo l’arazzo promesso. Era nel suo genere un capolavoro. Era stato invitato anche lui, ma la stanchezza di una giornata troppo impegnativa, lo aveva costretto a rinunciare. Si recriminò per non essere andato, lo faceva ogni volta che ci ripensava, nonostante fosse convinto che sarebbe successo ugualmente, era destino. Uno degli invitati era Emilio, un medico collega del marito della festeggiata, e l’arazzo gli era talmente piaciuto che si era fatto spiegare dalla madre la tecnica con cui aveva prodotto quella meraviglia. Avevano parlato per tutta la serata e si erano scambiate email e numero dei cellulari, perché lui era interessato a ordinare un arazzo. Si erano sentiti al telefono, avevano cenato insieme, sempre con il pretesto dell’arazzo, e poi erano iniziate le telefonate. Sua madre aveva l’abitudine di allontanarsi per non disturbalo mentre parlava al telefono, mai, però, si era rinchiusa in camera per rispondere a una telefonata. Lui aveva notato che cercava la privacy per rispondere a una certa telefonata e solo a quella e aveva iniziato a insospettirsi e a preoccuparsi. Forse sua madre era malata e parlava con il medico e non voleva che lui lo sapesse. Mai, e poi mai, gli era passato per la testa la possibilità che quelle fossero le chiamate di uno spasimante! E come avrebbe potuto immaginare… alla sua età! La madre aveva cominciato a uscire spesso la sera con le amiche e a tornare tardi, anzi, con il passare dei giorni il tardi era diventato molto tardi. E c’era un altro particolare che non gli era sfuggito: si truccava accuratamente e vestiva molto elegante, troppo elegante, e appariva sempre più giovane e più luminosa. Quella era la parola giusta: luminosa.

  Una sera lo aveva chiamato verso le undici per avvertirgli che sarebbe rimasta a dormire da Lucia, la sua migliore amica, non era mai successo e lui, preoccupato, gli aveva chiesto se non si sentisse bene. No, stava benissimo, solo che avevano bevuto un po’ troppo e non le andava di guidare, poi restare a dormire da lei la faceva tornare ai tempi del liceo. La mattina seguente non era ancora arrivata quando lui era uscito per andare in tribunale e la preoccupazione lo aveva accompagnato tutto il giorno. Verso mezzogiorno l’aveva chiamata al telefono di casa, gli aveva risposto con una voce assonnata ma che aveva una certa intonazione che non gli era piaciuta, neanche un po’ e non era riuscito a spiegarsi il perché. Qualche giorno dopo l’aveva sorpresa a parlare al telefono, era in camera ma non aveva chiuso la porta, parlava con un’amica, forse Lucia. Chissà perché si era messo a origliare e quello che aveva sentito lo aveva lasciato di sasso. Credendo di non essere ascoltata aveva detto all’amica: “Mi sono stancata di fare la suora, la vita può serbare ancora qualcosa per me.” Le parole si erano imprese a fuoco nella sua memoria e lo tormentavano in qualsiasi posto si trovasse, tuttavia, era troppo spaventato dalla risposta che intuiva per fare domande. Non c’era voluto troppo per unire tutti i fili, lo strano comportamento della madre poteva avere una sola causa, per impensabile che fosse l’idea, sua madre aveva una relazione.

  Era passato un mese, le uscite sospette si erano fatte meno frequenti e non arrivavano più telefonate che la costringessero a rinchiudersi in camera, in compenso spesso, quando la chiamava dallo studio, trovava il cellulare occupato per lungo tempo. Finché, la madre gli aveva chiesto di parlare e gli aveva confessato tutto. Lui si chiamava Emilio, era un medico, si frequentavano da più di due mesi, non aveva voluto dirglielo prima perché non credeva che fosse una cosa seria, invece lo era e avrebbe voluto che lui lo conoscesse. Era stata sintetica al punto di apparire brutale, non sembrava più la stessa, l’incantatrice era sparita. Ripensandoci si era accorto che era stata costretta a parlare in quel modo dal grande imbarazzo, sul momento il suo sbalordimento non gli aveva permesso di capire quanto fosse stato difficile per lei raccontargli quello che stava succedendo.

  Aveva dovuto accettare di conoscere Emilio, che altro avrebbe potuto fare. Si erano messi d’accordo di fare le presentazioni in un luogo neutrale, un ristorante era sembrato a entrambi il posto giusto.

  Si erano recati insieme all’appuntamento in un bar vicino al ristorante, il fidanzato -quella parola messa in rapporto alla madre gli dava ancora il voltastomaco- era già arrivato ed era venuto incontro a loro sorridente e per niente impacciato dalla situazione, come invece si sentiva lui e, forse, anche la madre. Si era immaginato un signore sulla sessantina con la pancia e stempiato, invece l’uomo che gli tendeva la mano cordialmente, era alto e magro, vantava una folta capigliatura ed era dotato di un fascino che si percepiva immediatamente. Accanto a lui sua madre appariva ancora più piccola e fragile e, aveva dovuto ammetterlo, più giovane e più bella. A renderla più bella era una sorta di alone, non sapeva che altro nome dare alla luminosità che sprigionava il suo sembiante

  Emilio era un buon conversatore e un buon ascoltatore e lui era stato coinvolto nella sua espansività, tradendo il proposito di restare in silenzio per tutta la cena. Era un uomo in gamba e la tenerezza con cui si rivolgeva a sua madre, lo faceva star male e al tempo stesso lo rassicurava, gliela stava rubando ma non l’avrebbe fatta soffrire, tutto il contrario.

  Di ritorno in macchina non aveva spiccato parola, non era in grado di definire il suo stato e non voleva indagare; voleva solo dormire, il giorno seguente lo attendeva un’udienza difficile che avrebbe richiesto molta lucidità. Ma non era riuscito a chiudere occhio. Se durante la cena il medico gli era sembrato a posto, l’immagine che di lui si presentò in quella notte insonne era stata di tutt’altra natura. Aveva quarantasette anni, a quell’età gli uomini vogliono uscire con ragazze che potrebbero essere le loro figlie, alte un metro e ottanta e ostentatamente belle. Era un bell’uomo, medico di successo, fascino non gli mancava, si poteva permettere tutte le ragazze che voleva. Perché andare a mettersi con una cinquantaduenne alta un metro e sessanta, bellina sì, ma niente di speciale. Era sicuramente un maniaco, non poteva essere altrimenti e chissà quali rischi correva sua madre. Seduto sul divano, mentre fuori infuriava il temporale, si vergognò ripensando alle sinistre fantasie di quella notte. Il mattino seguente era uscito mentre sua madre dormiva. L’aveva chiamata a mezzogiorno per informarla che quella sera voleva parlare con lei.

  La madre aveva previsto quel che le avrebbe detto ed era pronta, tuttavia, era riuscito a sorprenderla. L’assennato discorso che si era preparato durante la giornata per, con molta calma e chiarezza, dissuaderla dal continuare una relazione che non aveva futuro, diventò nel giro di pochi minuti un’imperdonabile sfuriata. Corroso da una gelosia che fino a quel momento si era nascosta sotto le spoglie del figlio preoccupato per i pericoli cui si esponeva la madre, le aveva urlato cose orribili. L’aveva accusata di essere una donnetta che non si rassegnava a invecchiare e correva dietro uomini più giovani alla ricerca di avventure sessuali, non la chiamò puttana ma ci andò vicino. La madre in un primo momento aveva cercato di calmarlo, poi era andata irrigidendosi e diventando sempre più pallida, finché era corsa a rinchiudersi in camera lasciandolo solo a urlare ai muri.Il mattino dopo le aveva chiesto perdono quasi piangendo, ma c’era voluta quasi una settimana perché l’armonia tornasse tra loro.

  Erano passati sei mesi, nel corso dei quali l’anormalità della madre che usciva con un uomo e passava con lui i week end era diventata norma. Lui ne soffriva ma si era rassegnato. Lei, benché ci fosse un altro uomo nella sua vita, continuava ad occuparsi del figlio e a rassicurarlo dimostrandogli che nulla era cambiato nel suo affetto per lui.

  Era la fine di giugno quando scoppiò la bomba: Emilio e la madre avevano deciso di convivere. Lei lo aveva informato usando tutte le sue armi per convincerlo che era una cosa buona, che lei si meritava di essere felice dopo il tradimento del padre. L’idea di avere un altro uomo in giro per casa a far da padrone lo aveva spinto alla disperazione ma la madre lo aveva subito rassicurato: non doveva preoccuparsi, Emilio non sarebbe venuto a stare da loro, lei si sarebbe trasferita da lui che viveva da solo e così non sarebbe stata sconvolta la quotidianità di nessuno. Gli era sembrato di non aver afferrato pienamente il senso delle parole ascoltate, si era sentito smarrire ed era diventato talmente pallido che la madre si era spaventata. La sua reazione l’aveva convinto a dosare il distacco. Aveva iniziato a passare qualche giorno fuori casa, poi un’intera settimana e così era andata avanti cercando di dargli il tempo di adattarsi, finché si era trasferita definitivamente. Non lo aveva abbandonato, lo chiamava più volte il giorno, andava a trovarlo in studio, pranzava con lui, tornava a casa per preparargli qualche piatto che a lui piaceva particolarmente e a volte cenavano con Emilio in un ristorante. Detestava quell’uomo o meglio, si sforzava per detestarlo e ci riusciva solo quando era lontano da lui. In sua presenza gli era impossibile perché Emilio era schietto, colto, divertente e per di più sembrava che lui gli fosse simpatico. Non aveva mai tentato di farsi accettare dal figlio geloso della sua donna, si mostrava semplicemente come era e lui sentiva crescere tra loro una corrente di simpatia che, in certi momenti, rischiava di diventare confidenza e si detestava per questo. Tornando a casa senza la madre, dopo queste serate passate insieme, si sentiva escluso, abbandonato e allora lo odiava.

  Del resto, poco a poco, si era adattato alla nuova vita nell’appartamento vuoto che, all’inizio, la sofferenza glielo faceva apparire troppo grande per lui. Ora, invece, stava pensando a delle modifiche che lo avrebbero reso più conforme alle esigenze di un giovane single. La colf non veniva più soltanto la mattina come quando la madre abitava con lui, ma restava tutto il giorno e gli preparava la cena. Lei abitava da un’altra parte, con un altro uomo, ma continuava a vegliare sul figlio e si adoperava perché nulla gli mancasse, facendogli sentire, in mille modi, la sua vicinanza, il suo affetto. Si era convinto che poteva vivere benissimo senza di lei. Tuttavia, era bastata quella settimana bianca che la madre e il suo uomo avevano deciso di passare a Cortina, perché tutta la  solitudine gli piombasse addosso, lanciandolo indifeso nella più tetra desolazione. Per peggiorare la  già insopportabile situazione, si era aggiunta l’influenza della colf che da tre giorni, pure lei, lo aveva abbandonato. Al rientro trovava l’appartamento, freddo, sporco, inospitale come una spelonca e il frigorifero vuoto, aveva dovuto provvedere persino alla sua cena!

  Si distese sul divano pensando che mancavano ancora sei giorni per il ritorno della madre, perché la loro settimana bianca durava dieci giorni. Un medico responsabile non si sarebbe allontanato per tanto tempo dai suoi pazienti e poi, che c’era andata a fare lei a Cortina? Se non sapeva nemmeno sciare! Roba da matti…Le idee si mescolavano, stava scivolando lentamente nel sonno e, nell’ultimo ritaglio di veglia, ricordò che nel taschino della giacca aveva il numero di Laura, la fidanzatina dei primi anni di facoltà, la aveva incontrata per caso quel pomeriggio in un bar, dopo tanti anni, e si addormentò sorridendo.

 

 

 

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