Milos Forman, il maestro di Praga che conquistò Hollywood e vinse tanti Oscar

di José de Arcangelo

E’ morto uno dei grandi maestri del cinema mondiale, uno dei principali rappresentanti della ‘nova ulna’ (nuova onda) cecoslovacca, Milos (Jan Tomas) Forman, Era nato il 18 febbraio 1932 a Càslav, allora Cecoslovacchia, oggi Repubblica Ceca. I suoi genitori, Rudolf, un professore, e Anna, impiegata in un hotel estivo, furono arrestati dai nazisti accusati di essere membri della Resistenza: il padre fu ucciso a Buchenwald, la madre ad Auschwitz. Milos divenne orfano troppo presto e venne affidato agli zii.

Più tardi frequentò un corso di sceneggiatura all’Academia del Film di Praga (F.A.M.U.), ma ha iniziato la sua carriera firmando dei documentari. Però con la sua opera prima “L’asso di picche” (1964) vinse un Jussi Award come Miglior regista straniero e il Pardo d’oro al Festival di Locarno, e subito dopo con “Gli amori di una bionda” (1965) raggiunse il successo internazionale e una nomination all’Oscar per il miglior film straniero, e con “Horì, mà panenko” (Al fuoco, pompieri!, 1967, presentato a Sorrento due anni dopo e successivamente in tivù), conferma la sua genialità in un commedia nuova, anzi diversa e graffiante. Tanto che, dopo la ribellione della ‘Primavera di Praga’ e già oggetto di censura, è costretto a lasciare la sua patria per gli Stati Uniti.

Il suo primo film americano, realizzato non senza difficoltà nel 1971, “Taking Off” offrì il più spietato e lucido quadro dell’America di allora, fra pregiudizio e trasgressione, libertà e repressione. Infatti, una delle sue costanti era ‘la libertà’ che, sempre e ovunque, deve essere conquistata, sia in democrazia che in dittatura. E il suo film è stato, forse, il più lucido quadro degli States visti con sguardo diverso proprio in quel periodo dagli autori europei: dal Michelangelo Antonioni di “Zabriskie Point” al Jean-Luc Godard di “Made in Usa”. Il film vinse il Gran Premio della Giuria – ex aequo con “E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo – al Festival di Cannes,

Ma è con “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1975), tratto dal romanzo di Ken Kesey che conquista Hollywood e vince 5 premi Oscar e i più importanti: per il Miglior film, regista, attore protagonista, un inimitabile Jack Nicholson e attrice protagonista, Louise Fletcher, sceneggiatura non originale di Lawrence Hauben e Bo Goldman. Infatti, nonostante sia partito studiando sceneggiatura, Forman trasformava dei buoni copioni di altri in capolavori, sempre coinvolgenti ed emozionanti, trasformando la follia in libertà e poesia, e con tocco europeo.

Nel 1979 porta sul grande schermo il musical di successo “Hair” di Gerome Ragni e James Rado, sceneggiato da Michael Weller, raddoppiando la sua popolarità a livello mondiale. Allora vinse due David di Donatello alla Miglior regia e Migliore musica straniera (Galt MacDermot). Nel 1981 è il turno di “Ragtime” dal E.L. Doctorow, sempre sceneggiato da Weller. Stavolta è un avvincente quadro dell’America dei primi del Novecento. Otto nomination ma nessun Oscar. L’altro, ineguagliato, successo di critica e pubblico è “Amadeus”, dalla commedia teatrale di Peter Shaffer e da lui stesso sceneggiato. E’ il trionfo totale perché il film vince ben otto Oscar: film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista (F. Murray Abraham), scenografia (Patrizia von Brandenstein e Karel Cerny), costumi (Theodor Pistek), sonoro, trucco. Quattro Golden Globe e altri 29 premi nazionali e internazionali, tra cui 3 David di Donatello per film, regia, miglior attore straniero (Tom Hulce nel ruolo del giovane Mozart).

Dall’Austria di Mozart passa alla Francia di Choderlos de Laclos per “Valmont” (1989), tratto da “Le relazioni pericolose”, stavolta sceneggiato dallo stesso Forman col francese Jean-Claude Carrière, e interpretato dai giovanissimi Colin Firth, Annette Bening, Fairuza Balk e Meg Tilly.

Ritorno alla scottante attualità con “Larry Flynt – Oltre lo scandalo” (1996), sul controverso editore pornografo e la sua battaglia per la libertà di stampa. Due nomination all’Oscar per regia e attore protagonista, Woody Harrelson; e due Golden Globe, uno per lui, l’altro per la sceneggiatura di Scott Alexander e Larry Karaszewski. I due firmano il copione della sua pellicola successiva “Man on the Moon” (1999) con un grande Jim Carrey (Golden Globe), che racconta la vita e la carriera del leggendario comico Andy Kaufman.

Il suo ultimo film hollywoodiano, anche se girato e coprodotto dalla Spagna, con Javier Bardem e Natalie Portman, è “L’ultimo inquisitore” (Goya’s Ghosts, 2006), un inedito ritratto del pittore Francisco Goya coinvolto in uno scandalo a causa della sua musa, accusata di essere un’eretica. Però nel 2007 gira un video nella Repubblica Ceca (“Semafor: Nejvetsì”) e nel 2009 un musical (“Dobre placenà prochàzka”) che aveva portato sul piccolo schermo nel lontano 1966. Ha recitato, accanto a Catherine Deneuve e Chiara Mastroianni, in “Les bien-aimés” di Christophe Honoré.

E’ morto il 14 aprile 2018, all’improvviso a 86 anni, dopo una breve malattia, a Danbury, nel Connecticut (Usa), dove si era ritirato negli ultimi anni.