Addio a Vittorio Taviani, autore col fratello Paolo di capolavori del cinema italiano

di José de Arcangelo

Scomparso un altro maestro del cinema, l’italiano Vittorio Taviani che, col fratello Paolo, ha firmato per oltre cinquant’anni dei capolavori entrati già nella storia del cinema. Da “San Michele aveva un gallo” a “Cesare deve morire”, da “Allonsanfàn” a “Padre padrone”, per ricordare i titoli più conosciuti e/o pluripremiati. Nato a San Miniato il 20 settembre 1929, il maggiore dei due fratelli, Vittorio, ha studiato legge all’Università di Pisa, ma dopo aver visto uno dei capolavori di Roberto Rossellini, “Paisà”, decide di darsi al cinema insieme al fratello. Infatti, allora iniziarono scrivendo e dirigendo cortometraggi e spettacoli teatrali.

Sempre all’insegna dell’impegno civile e politico e sulla scia del neorealismo, i Taviani – in assoluto i primi fratelli autori dopo gli ‘inventori’ fratelli Lumière – si sono sempre affidati alla memoria storica e alla letteratura per ricordare e ricostruire la storia e la cultura dell’Italia (e dell’uomo), spesso per confrontarla con l’attualità, dalle radici della civiltà ai cambiamenti attraverso i secoli, dai primi motti rivoluzionari alla Resistenza.

Nel 1954 realizzano il loro primo cortometraggio proprio nella loro “San Miniato, luglio ‘44” e nel 1960 affiancano il grande documentarista Joris Ivens nel documentario “L’Italia non è un paese povero”, prodotto dall’Eni e scritto da Alberto Moravia.

Anche il primo lungometraggio “Un uomo da bruciare” (1962) lo firmano con Valentino Orsini, così come il successivo “I fuorilegge del matrimonio” (1963), ma soltanto dopo il documentario collettivo “L’Italia con Togliatti” (1964), realizzano a quattro mani “I sovversivi” (1967), premiato nell’allora Avellino Neorealismo Film Festival.

E’ del 1969 la loro favola/metafora socio-politica “Sotto il segno dello scorpione” in cui due comunità preistoriche si confrontano tra conformismo e utopia. Ma è con “San Michele aveva un gallo” (uno dei primi film prodotti dalla Rai) del 1972, e con il successivo “Allonsanfàn” (1974) che esprimono tutto il loro impegno e il loro talento cinematografico, trovando un loro stile in raro equilibrio fra realismo e arte, forma e contenuto. Con il primo vincono al Forum of New Cinema del Festival di Berlino, col secondo conquistano due candidature ai Nastri d’Argento (Miglior soggetto e Miglior attrice protagonista) e una (per il Miglior film) al Chicago International Film Festival.

Però è con “Padre padrone” (1977), dal romanzo di Gavino Ledda, che arriva la consacrazione internazionale, infatti vincono la Palma d’Oro e il Premio Fipresci al Festival di Cannes, e poi un David di Donatello speciale, il Golden Globe Italia e il Nastro d’Argento per la Miglior regia e per l’attore esordiente (Saverio Marconi), mentre è il Miglior Film straniero al SESC Film Festival del Brasile. Seguono “Il prato” (1979), scritto con Gianni Sbarra, interpretato dai giovani Michele Placido, Isabella Rossellini e Saverio Marconi; “La notte di San Lorenzo” (1982), un nuovo capolavoro che, tra ricordi personali e memoria collettiva, ricostruisce la notte in cui gli abitanti di San Miniato cercano di raggiungere le postazioni americane per sfuggire alle rappresaglie naziste. Premio Speciale della Giuria e Premio della Giuria Ecumenica a Cannes. 4 David di Donatello (Film, Regia, Produttore, Fotografia, Montaggio) e 2 Nastri d’Argento (Regia e Sceneggiatura). Golden Globe Italia per il Miglior Film.

 

Per “Kaos”(1984) si trasferiscono nella Sicilia di Luigi Pirandello per raccontare cinque storie fra letteratura e mito, istinto e cultura, non prive di fascino, soprattutto visivo. Ne conquistano altri due David di Donatello (Regia e Produttore), un Nastro d’Argento (Sceneggiatura) e un Golden Globe Italia per il Miglior Film. E dall’Isola si spostano in America per “Good Morning Babilonia” (1987) in cui ricostruiscono la storia di due artigiani emigrati negli Stati Uniti che finiscono a Hollywood, sul set di Griffith.

“Il sole anche di notte” (1989), tratto da Tolstoj e con un cast internazionale, è ambientato in Italia (nel Settecento borbonico) ma si allontanano un po’ dalle tematiche a loro care perdendo credibilità e fascino. Si riprendono con “Fiorile” (1993) che narra quattro momenti della famiglia Benedetti, fra Settecento e Novecento. Due David di Donatello per produttore (Grazia Volpe) e Miglior attore non protagonista (Renato Carpentieri) e due Golden Globe Italia per produttore e Miglior attrice esordiente (Galatea Ranzi).

Raggiungono livelli più alti con “Le affinità elettive” (1996), da Goethe, sempre con cast internazionale, fra razionalità e sentimenti. Ritrovano ispirazione in Pirandello per “Tu ridi” con Antonio Albanese – presentato al Festival di Venezia -, due storie parallele a cent’anni di distanza una dall’altra per riflettere su prevaricazione e violenza. Premio per la regia al Festival di Mar del Plata (Argentina). L’ispirazione è ancora Tolstoj per il tv-movie “Resurrezione” (2001), ambientato nella Russia dell’Ottocento.

Nel 2002 tornano al documentario per “La primavera del 2002 – L’Italia protesta, l’Italia si ferma” e a lavorare per la televisione con “Luisa Sanfelice”, tratto da Alessandro Dumas, con Laetitia Casta. Dal romanzo di Antonia Arslan è “La masseria delle allodole” (2007) che rievoca, attraverso la storia di una famiglia aristocratica, la tragedia del popolo armeno.

Paolo e Vittorio Taviani in grande forma e sempre indivisibili sul set (giravano una scena a testa) firmano “Cesare deve morire” (2012), dove riportano in prigione il “Giulio Cesare” di Shakespeare messo in scena dagli stessi carcerati. Il film-rivelazione della Berlinale che conquista l’Orso d’oro e successivamente altri 15 premi nazionali e internazionale.

Il loro ultimo film realizzato insieme è “Maraviglioso Boccaccio” (2015), ambientato nel 1300, narra le vicenda di un gruppo di dieci giovani che cercano di sfuggire la peste e trovano rifugio in campagna. Fra riflessione e poesia, un confronto con un’attualità fatta di incertezze e precarietà, disagio e sentimenti. Infatti, “Una questione privata” (2017), scritto da entrambi, lo ha diretto Paolo perché Vittorio era già stato colpito dalla malattia.

Vittorio è morto a Roma il 15 aprile 2018 a 88 anni, lasciando un vuoto incolmabile nella cultura italiana.