Rupert Everett debutta come sceneggiatore e regista in “The Happy Prince” sul grande Oscar Wilde

di José de Arcangelo

Ritorna Rupert Everett protagonista e per la prima volta sceneggiatore e regista esordiente di “The Happy Prince – L’ultimo ritratto di Oscar Wilde”, un film che ha intensamente voluto e che da oltre dieci anni non riusciva a trovare un produttore che ci credesse. Infatti, si tratta di una coproduzione fra Gran Bretagna, Germania, Belgio e Italia che lui stesso ha presentato alla stampa alla Casa del Cinema di Roma.

“E’ una grande opportunità avere due ruoli così diversi – esordisce a proposito del ruolo del grande inquisitore che ha ora nel remake di “Nel nome della rosa” -, anche quando Wilde era religioso e ha scritto delle cose su Cristo. Ma l’inquisitore è più cattivo perché è quello di Umberto Eco. Però per Wilde sono riuscito a scrivermi da solo un ottimo ruolo”.

Tornando a Wilde, dice: “Ho scritto la sceneggiatura più di dieci anni fa ma trovare i soldi per realizzarla è stato difficilissimo, nonostante l’abbia scritto quando avevo ancora successo. Non mi piace mai chi critica, significa sempre un dolore. Ti piace o non ti piace. Io ho messo tutto me stesso in questo film”.

In una camera di una modesta pensione di Parigi, Oscar Wilde (lo stesso Everett, quasi irriconoscibile) trascorre gli ultimi giorni della sua vita e, come in un malinconico sogno, i ricordi del suo passato riaffiorano, trasportandolo in altre epoche e in altri luoghi.

“Quando lavori nel mondo del cinema – prosegue – che è stato ed è ancora in parte aggressivamente eterosessuale devi lottare e fare dei compromessi, altrimenti finisci per scontrarti con un muro, e negli anni ’80 e ’90 non è stato facile, visto che solo nella metà degli anni ’60 era stato ‘legalizzato’ il fatto di essere gay. Comunque nella Londra anni ’70 c’erano ancora pregiudizi, non come all’epoca di Wilde, ma ti ritrovi sempre sulle sue orme”.

“Per l’ambientazione mi sono ispirato a quadri e fotografie del periodo – spiega – e, come non ho potuto girare a Parigi, l’ho dovuta ricostruire in parte in Belgio e in Germania coprendo i particolari architettonici gotici con la nebbia, mentre per altri luoghi la mia ispirazione è stato Toulouse-Lautrec, e ho usato una serie di sipari, dato che si tratta di un personaggio prettamente e fortemente teatrale”.

“Inoltre credo che non bisogni dimenticare che lui non era inglese (ma irlandese ndr.), ma non era odiato, dal punto di vista politico è stato lui stesso a tirarsi addosso lo scandalo trascinando in tribunale il marchese di Queensberry, altrimenti l’establishment inglese, forse, lo avrebbe accettato. La ragione è perché era arrivato all’apice e non aveva più la consapevolezza di quello che era il mondo vero e reale. E una volta avviato lo scandalo hanno cercato di rovinarlo. Lui ha distrutto se stesso”.

“Ho voluto raccontare gli ultimi anni della sua vita – precisa – perché è una storia estremamente romantica, io amo la Belle époque, adoro l’ultimo decennio dell’Ottocento e volevo restituire l’immagine del vagabondo Wilde – che come Verlaine era stato trasformato in un relitto – che va in giro alla ricerca di qualcuno che gli offra da bere”.

“Ho letto quasi tutti i suoi libri – confessa -, le lettere, le commedie teatrali (i suoi ultimi successi sono state le trasposizioni cinematografiche di “Un marito ideale” e “L’importanza di chiamarsi Ernesto” ndr.), era uno che scriveva continuamente, ogni giorno. Per l’ambientazione ho avuto ben presenti i film di Visconti e di Zeffirelli, soprattutto ‘Romeo e Giulietta’ e ‘Fratello sole, sorella luna”, ma il mio prefrrito è ‘Morte a Venezia’, perciò per i costumi ho voluto gli italiani Maurizio Millenotti e Gianni Casalnuovo”.

“Oscar Wilde ha flirtato spesso con la Chiesa Cattolica – conclude – era affascinato dalla figura di Cristo e dal suo sacrificio, e forse la sua decisione di non fuggire e di andare in prigione sia dipesa da questo. Per lui la prigione probabilmente significava – come per Cristo – una sorta di rinascita, un sacrificio necessario. La sua idea di Cristo era interessante, è chiaramente espressa nel ‘De Profundis’, un testo che credo che la Chiesa dovrebbe leggere. Anch’io sono stato educato all’interno della Chiesa Cattolica, quindi anche per me la figura di Cristo è importante. E la storia di quest’uomo distrutto perché omosessuale, si può ancora verificare in Russia come in Giamaica e India, anche nelle stesse Inghilterra e Italia”.

Non è il primo e non sarà l’ultimo film sul grande  scrittore, drammaturgo e poeta irlandese (da “Il garofano verde” di Ken Hughes con un grande Peter Finch e “Oscar Wilde” di Gregory Ratoff con Robert Morley, entrambi del 1960, a “Wilde” di Brian Gilbert con Stephen Fry e un esordiente Jude Law, nel ruolo di ‘Bosie’, del 1997). Comunque non sono tanti, mentre sono più numerosi quelli tratti dai suoi testi.

Nell’ottimo cast di “The Happy Prince” – presentato all’ultima Berlinale – ci sono anche Colin Firth (Reggie Turner), con cui Everett aveva esordito in “Another Country” di Marek Kanievska (1984); Emily Watson (Constance Holland, la moglie), Colin Morgan (Alfred ‘Bosie’ Douglas), Edwin Tomas (Robbie Ross), la rediviva Beatrice Dalle (manager del café-concert), John Standing (Dr. Tucker), Anna Chancellor (Mrs. Arbuthnott), Antonio Spagnuolo (Felice), Franca Abategiovanni (madre di Felice) e il grande Tom Wilkinson (padre Dunne).

Nelle sale italiane dal 12 aprile presentato da Vision Distribution in 150 copie