“Icaros: A Vision”

di José de Arcangelo

Presentato, in concorso, al Tribeca Film Festival 2016 e passato l’anno prima all’Atelier Milano Film Network – Milano Industry Days, “Icaros: A Vision”, sceneggiato (con Abou Farman, anche produttore) e diretto da Leonor Caraballo e Matteo Norzi è una sorta di viaggio allucinante fra sogno e realtà, incubo e mistero, psiche e mente.

Un suggestivo percorso psichedelico che ricorda il cinema anni Settanta ma con i mezzi digitali odierni e le problematiche contemporanee su esistenza e malattia, paura e frustrazione, depressione e miracolo. Alla ricerca di un miracolo, la giovane americana Angelina (Ana Cecilia Stieglitz), affetta da una malattia terminale, arriva in un centro di cura isolato nella selva amazzonica peruviana, dove sciamani somministrano Ayahuasca (una delle migliaia di piante nascoste nella giungla usate dagli indios per le loro proprietà curative e/o allucinogene) a un gruppo di ‘psiconauti’ stranieri alla scoperta di trascendenza, empatia e segreti dell’esistenza.

Trasformata per sempre dalle straordinarie esperienze con la leggendaria pianta psichedelica, Angelina forgia un legame con Arturo (Arturo Izquierdo), giovane aspirante sciamano indigeno che sta perdendo la vista. Nei loro viaggi allucinogeni, insieme raggiungono un diverso senso del loro destino. Angelina impara ad accettare le sue paure, mentre Arturo si rende conto che sarà in grado di vedere nell’oscurità intonando i mitici canti curativi, gli icaros, appunto.

Icaros: A Vision è un film sulla paura e la liberazione dalla paura – scrive Norzi nelle note -; la paura della malattia e della morte, ma anche il timore di vivere la vita. E’ una storia sulla possibilità di superare queste paure – che è ciò per cui la pianta amazzonica Ayahuasca è un efficace rimedio. Incentrato sulle cerimonie notturne caratteristiche dei ritiri sciamanici, Icaros si rivela nella penombra, replicando il viaggio sciamanico. Il film mescola realtà e finzione. Ambientato in un centro di guarigione Icaros mette insieme veri sciamani e non-attori indigeni della comunità Shipibo, con attori professionisti nella parte dei ‘turisti’. Aspetti del film sono basati su vere esperienze della co-regista Leonor Caraballo. Diagnosticatole un tumore terminale prima dell’inizio delle riprese, ha dedicato al progetto anima e corpo, tristemente spegnendosi prima di poter vedere l’opera finita”.

Quindi, finzione e realtà si fondono e si confondono in questo film peruviano-statunitense –che si trasforma anche in un’esperienza per lo spettatore, l’occasione per una riflessione esistenziale personale che diventa universale.

“Il film è ispirato dalla convinzione che riconoscere il valore delle piante della sapienza indigena – conclude il regista, artista italiano residente a New York – è l’unico modo per cambiare il futuro pregiudicato dell’Amazzonia, anch’essa un paziente in fin di vita. Si stima che nei prossimi vent’anni massicci appezzamenti saranno deforestati per produrre quantitativi di petrolio sufficienti a dissetare la domanda degli Stati Uniti solo per circa due settimane. Le donne e gli uomini che custodiscono la conoscenza sugli usi delle infinite piante medicinali faticano a trovare l’interesse per trasmettere queste pratiche alle nuove generazioni. Pertanto l’intenzione del film è porre attenzione sul lavoro, la vita e la sapienza del popolo Shipibo. La storia si svolge a Iquitos, la stessa città dove Werner Herzog girò Fitzcarraldo più di trenta anni fa, e l’hotel Casa Fitzcarraldo ospita una scena chiave”.

Tra i professionisti c’è l’attore Filippo Timi nel ruolo di un attore, ‘psiconauta’ alla ricerca di se stesso e delle sue paure. La fotografia è di Ghasem Ebrahimian. Il montaggio di Elia Gasull Balada.

Nelle sale italiane dal 12 aprile distribuito da Lab 80 Film