Il fiammifero svedese

   Sono l’ultimo rappresentante d’una famiglia di fiammiferi, un tempo numerosa e del ramo più nobile e ricercato: quello svedese. Dico l’ultimo, perché gli altri miei parenti hanno già assolto l’alto scopo per cui vennero confezionati, vale a dire appiccare il fuoco ai fornelli del gas. Tuttavia essi si trovano ancora insieme a me, nella stessa scatola, perché la padrona di casa è così tirchia che continua a riutilizzarli sino a quando non le si scottano le dita.

   Non è una compagnia che gradisco molto: per un giovane ambizioso come me – non per niente mi hanno chiamato Fiammabella – è mortificante che la propria madre si sia ridotta a un mozzicone d’un paio di centimetri. E almeno se ne stesse tranquilla! Non mi lascia in pace un momento, sempre lì a riprendermi con la sua vocetta lagnosa, sempre più fioca (le succede ogni volta che viene riaccesa). Pretenderebbe, mia madre, che mi sottraessi allo splendido fiammeggiante destino per cui fui predestinato.

   Io fingo di non sentirla, ma lei è molto insistente. E’ arrivata persino a nascondermi sotto un cumulo di cugini bruciacchiati per sottrarmi alla vista della padrona di casa. Ma allora, dico, perché ha voluto chiamarmi Fiammabella?

   “Ahimè, figliolo”, risponde ogni volta, “anch’io fui vittima di un’educazione sbagliata. Il piacere di ardere dura un attimo solo e, dopo, guarda come ci si ritrova”.

   Com’era seccante! “Tutti voi genitori siete uguali”, le dicevo con rabbia: “Sempre pronti a negare ai figli i piaceri che vi siete presi in gioventù”. Quando le rispondevo così, sospirava per giorni interi.

   E finalmente venne la mia ora. Mia madre se ne accorse e cominciò a strillare: “Nasconditi, Fiammabella! Nasconditi!”. ma io ero già tra il pollice e l’indice della padrona di casa. Gridai fieramente: “Addio, mamma! Non piangere per me, questa attesa è durate fin troppo!”.

  In quel momento rientrò il padrone di casa. “Aspetta!”, sentii che diceva alla moglie: “Guarda cosa ho comprato, un accendino elettrico. Semplice da usare, pratico, pulito. Basta con i mozziconi dei fiammiferi usati, getta via quella scatola consumata”.

  La moglie obbedì. Io piansi tutte le mie lacrime, mentre i miei parenti brindavano a champagne.

   Da quel giorno sono trascorsi cinque anni, ma ancora non so rassegnarmi. Continuo a piangere, sono dimagrito. Credo che mia madre, su consiglio di zia Fiammetta, voglia portarmi da uno psichiatra.

Mamma Oca