Arnaud Desplechin a Roma ci parla di “I fantasmi d’Ismael” con Mathieu Amalric

di José de Arcangelo

Film d’apertura al Festival di Cannes 2017 e in anteprima (nella versione originale ‘lunga’) a Rendez-Vous, il Festival del Nuovo Cinema Francese di Roma proprio in questi giorni, “I fantasmi d’Ismael” di Arnaud Desplechin, uscirà nei cinema italiani il 25 aprile distribuito da Europictures in associazione con Dragon Production. Lo ha presentato alla stampa a Roma l’autore stesso – in programma anche una sua masterclass – con una delle protagoniste, Alba Rohrwacher. Louis Garrel, invece, ha perso l’aereo e non è arrivato in tempo per l’incontro stampa.

Un thriller esistenziale costruito come un puzzle (storie parallele intrecciate) fra sogno e incubo, immaginazione e creazione, amore e fantasmi, appunto, e sui toni della commedia.

“Avevo vari spunti su cui scrivere – esordisce Desplechin alla conferenza stampa – ma non una storia. Uno trattava di un regista, non come me, ma eccessivo; poi la storia di Ivan, sorta di spy story proprio sulla scia di ‘Broadway Danny Rose’ di Woody Allen, infine mi era capitato di ascoltare il dialogo fra due donne in cui una chiedeva all’altra ‘a lui ancora non piace nuotare?’ (nel film quella domanda c’è fra le due protagoniste ndr.) e da questi spunti abbiamo costruito (con Julie Peyr e Léa Mysius ndr.) le storie parallele. Quasi cinque film in uno”.

Pieno di riferimenti e citazioni, riflessioni e sensazioni, il film diventa un fantastico gioco anche per lo spettatore.

“Ammiro Godard che fa un cinema di poesia – prosegue – mentre Truffaut è quello di prosa, ho una fascinazione per la finzione, per la narrazione, per le storie che qui si accavallano. Il flusso narrativo serve per riparare la vita che è caos e può travolgerti in ogni momento, infatti per il regista il rapporto col fratello è il reale. E tutto ciò che è vita è amore. Amo il cinema d’autore che sa riportare il cinema ai livelli di arte popolare, l’artista deve raccontare storie che siano alla portata di tutti, anche divertenti”.

Il riferimento a Hitchcock è soprattutto “La donna che visse due volte”, dato che una delle protagoniste si chiama anche Carlotta. “Chiaramente è uno dei riferimenti – dice -, pensavo a James Stewart ma dopo un po’ mi sono perso e ho constatato che ero passato a Bergman”. Ma ci sono anche quelli pittorici, dal Beato Angelico a Van Dyke e Pollock.

“Erano delle scene molto belle come scrittura – ribatte la Rohrwacher -, quella con Amalric molto emozionante (nella versione per le sale è stata accorciata anche in Francia ndr.) perché è il confronto molto sincero tra il regista e la sua attrice, anche scherzoso sul mestiere e sull’arte. E’ stata la prima scena che ho girato. Sono un ricordo del regista e terzo fantasma di Ismael. Un testo sublime tramite il quale è nata una vero alchimia con Mathieu”.

 

 

“Anche il primo incontro con Arnaud è stato molto emozionante – aggiunge – perché era passato un po’ di tempo dalla proposta all’incontro, anche perché il suo cinema è fonte d’ispirazione, ti dà coraggio e fiducia in un cinema libero e sorprendente. Allora parlavo pochissimo francese e lui mi diceva ‘non ti preoccupare, imparerai’. E’ stata una piccola grandissima avventura come fantastica avventura è quella di Arielle/Faumia, un doppio che rivela la sua origine (Shakespeare) e appare come fantasma sognante, come un animale che appare in questo bosco”.

“Hippolyte Girardot e Mathieu Almaric insieme sono una bomba – dichiara Desplechin sui suoi attori -, il loro rapporto in realtà è molto divertente. Il primo, Zwy il produttore, è il regista che non potrebbe mai essere; mentre l’altro, Ismael, fa quello che ogni regista potrebbe voler fare col produttore. La cosa strana è che non scrivo per Amalric (il suo attore feticcio ndr.). Stavolta è stata la mia assistente a dirmi che Ismael poteva essere lui. Ha una grandissima capacità di prendersi in giro, in gioco. E’ anche un regista grandissimo. In questo particolare caso avevo già due star (Marion Cotillard e Charlotte Gainsbourg ndr.) perciò ci voleva un’altra attrice che non fosse schiacciata da loro e ho pensato Alba, che già ammiravo, era la più grande star internazionale del cinema italiano. E con lei continuerà la collaborazione, non si sa mai, perché si troverà in qualsiasi film europeo o americano”.

“Ho conosciuto Louis da bambino – continua su Garrel – perché sono amico del padre e del nonno, e amo lavorarci insieme, ha un personaggio molto carismatico e con Alba sono la coppia vincente della commedia di spionaggio. Lui è un imbecille ma un’ottima spia. E’ rasato perché ha cominciato a lavorare al mio film subito dopo ‘Il mio Godard’, e lui si è concentrato sull’aspetto più brutale e meno attraente del personaggio. Mi chiedeva qual è il segreto di Ivan? E io ‘è un ragazzo vergine’, rispose ‘a trent’anni!’ Mi piaceva un epilogo con una gravidanza arrivata per caso. Sono cose che capitano, anche se per Sylvia è dilaniante perché deve abbandonare il fratello per diventare madre. Nella natura, nel cinema come nel teatro la vita prevale sulla morte”.

“La versione che esce nei cinema – conclude il regista – è più breve e l’ho definita ‘romantica’ perché incentrata sul triangolo, mentre quella di Cannes era più mentale. E’ stato difficile ma a me interessa l’approccio popolare, pragmatico, e in questo modo permette di fare uno spettacolo in più. Sono estremamente fiero della mia città, Roubaix (dove ambienta i suoi film, incluso questo ndr.), la più povera, infatti è lì che va Ismael a rifugiarsi. Anche Philip Roth ambienta tutti i suoi libri nella sua città, Newark, in una periferia totalmente priva di interesse”.

Nel cast anche il grande, veterano, Làszlo Szabò nel ruolo del padre/suocero Bloom, anche questo un nome che richiama a Joyce, ma anche a un ex ministro il cui cognome si pronuncia nello stesso modo.