Le due versioni di “Il bullettino del 14 luglio 1859 che annunziava la pace di Villafranca” viste dai critici contemporanei dell’artista

di Gladis Alicia Pereyra

  Il 14 luglio 1859 giunse a Milano la notizia dell’armistizio firmato dall’imperatore francese Napoleone III e da Francesco Giuseppe di Austria a Villafranca. L’armistizio metteva fine alla seconda guerra d’indipendenza frutto del trattato di alleanza sardo-francese del gennaio 1859.

  Il trattato prevedeva l’aiuto militare della Francia al Regno di Sardegna nella guerra contro l’Austria. Era in realtà un accordo difensivo che sarebbe diventato effettivo nel caso di un attacco austriaco al Piemonte. In un eventuale conflitto, secondo quanto stipulato, una vittoria dell’Alleanza avrebbe permesso l’annessione al Regno di Sardegna del Lombardo Veneto, al momento in mano all’Austria e, in compenso per l’aiuto prestato, Vittorio Emanuele II avrebbe dovuto cedere alla Francia Nizza e Savoia.

  Dopo le vittorie riportate dall’Alleanza nelle battaglie di Magenta, Solferino e San Martino, il sogno di tutto il nord d’Italia unito nel Regno di Sardegna, sembrava a portata di mano. La notizia della pace di Villafranca cade come una doccia fredda sulle speranze dei patrioti.

  Per le aspettative create dalle vittorie riportate, il fatto che la Lombardia entrasse a far parte del regno Sabaudo, in virtù degli accordi franco austriaci, passava in secondo piano di fronte al Veneto lasciato in mano all’odiato Francesco Giuseppe.

  Questo era il clima in cui Domenico Induno concepì la sua opera, cogliendo magistralmente il sentimento popolare.

  Il dipinto fu presentato all’Esposizione annuale del 1860 suscitando ammirazione non soltanto per l’abilità tecnica e l’eccellenza della composizione, ma soprattutto per aver saputo fare dell’arte espressione immediata e compiuta della delusione, la rabbia e l’incertezza che crescevano nell’animo degli italiani.

  Non era l’unica opera che s’ispirava ai fatti recenti della lotta per l’indipendenza, ma era forse l’unica che si scostava dall’eroismo dimostrato nelle sanguinose battaglie, soprattutto quella di Solferino era stata una vera carneficina, e si addentrava nel cuore della gente comune.

  Proprio questa capacità di esprimere le emozioni collettive, provocò reazioni negative in coloro che vedevano nell’opera dell’Induno l’ennesimo quadro di genere, negandogli il valore di testimonianza storica. Contro questi critici incapaci di giudicare complessivamente un’opera d’innegabile novità, si scagliava Sorcio dalle pagine del temibile “Uomo di Pietra”: Ma ci sono certi grulli che buttano fuori un sospirone -Sempre quadri di genere! – Oh! Che il cielo vi benedica! Lasciando stare che il bello è sempre bello, per voi il quadro storico deve riferirsi a secoli fa…Se il quadro di Domenico Induno s’intitolasse Il bollettino della pace di Campoformio non lo trovereste storico, storicissimo? (Sorcio 1860)

  Rovani sulla “Gazzetta Ufficiale” dà voce alla generale ammirazione: Un tale capolavoro è nell’arte figurativa quello che in letteratura è la satira popolare e il romanzo contemporaneo.

  Sulle pagine di “La Perseveranza” il recensore, con ogni probabilità l’accademico Giuseppe Mongeri, lodava: …il prestigio del pennello, l’abilità tecnica di cogliere il vero e la significazione immediata del soggetto…argomento ed esecuzione, pensiero e forma son all’unisono… e ancora …una spontanea naturalezza è diffusa per tutto il quadro… in questo quadro l’Induno si rivela più che mai valente artista e profondo osservatore… (Esposizione 1860).

  L’opera presentata all’Esposizione del 1860 è arrivata a noi nella riproduzione xilografica fatta da Giuseppe Salvioni per l’Album dell’Esposizione di Brera di quell’anno. La tela era di minori dimensioni e la scena si svolgeva sempre nel cortile di una trattoria fuori porta ma gli atteggiamenti dei personaggi erano  più concitati, delusione, tristezza e rabbia espresse con enfasi maggiore a rimarcare la drammaticità del momento.

  Nello sconcerto generale in cui sono piombati gli avventori dell’osteria dopo l’arrivo dello strillone recando il bollettino con la notizia dell’armistizio, spicca la figura dello zuavo francese, con la lunga barba e i pantaloni rossi, nell’atto di portarsi una mano alla tempia che Sorcio interpreta, sempre dalle pagine di “L’uomo di pietra” Significa: eh il mio imperatore sa quel che fa! Ci sarà qualcosa sotto!  Mentre il Rovani loda la severissima e dignitosa tristezza del volontario veneto che mostrandogli l’edito sembra rinfacciargli il tradimento.

  E qualcosa sotto c’era, perché la perdita della Lombardia rappresentò per l’Austria il primo passo irreversibile che l’avrebbe portata alla sconfitta e spianò all’Italia, con gli avvenimenti successivi, la strada verso l’Unità.

  Il quadro suscitò l’ammirazione degli intellettuali dell’epoca: capolavoro d’originalità, d’interesse, di composizione e d’esecuzione… lo definì il Rovani.

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  La tela oggi esposta al Museo del Risorgimento è una a lungo meditata rielaborazione del dipinto di due anni prima; quando comparve nelle sale di Brera, destando la generale meraviglia, fece scrivere al Rovani: seconda edizione, ampliata, corretta e in parte rifusa del quadro…dove la pittura di genere seppe trovare il modo di mettersi al paro con gli intenti della pittura storica…

  Il dipinto mostra un maggiore equilibrio compositivo, una varietà più contenuta e sottile di espressioni e gesti, in generale una maggiore maturità pittorica. Questa volta il parere viene da Silvia Regonelli, storica dell’arte del nostro secolo.

  L’opera fu acquistata da Vittorio Emanuele II che nominò Domenico Induno Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro.

  “Il bullettino del 14 luglio 1859 che annunciava la pace di Villafranca”, questo grande capolavoro dell’Ottocento italiano, ci rimanda a un’epoca in cui artisti e intellettuali non potevano esimersi dal partecipare attivamente alla congiuntura storica che li toccava vivere. Il loro coinvolgimento nella lotta per l’Unità d’Italia, in molti casi, non si esauriva nei soggetti patriotici delle loro opere ma andava oltre, fino a spingersi sui campi di battaglia.