Luchetti, Giallini e Germano presentano “Io sono Tempesta”, un cattivo dal cuore d’oro per forza

di José de Arcangelo

Da un soggetto degno del magistrale terzetto Monicelli-Risi-Scola, il sempre impegnato, sul campo socio-politico, Daniele Luchetti ne trae una commedia corale farsesca anziché grottesca: “Io sono tempesta” capeggiata dal duo Marco Giallini-Elio Germano, e sceneggiata con Giulia Calenda e Sandro Petraglia.

“Ho proceduto per accumulo – esordisce Luchetti -, dall’esperienza berlusconiana al sociale per aggregare a un ‘non’ cattivo, che ha tutti i vizi del capitalista, un elemento di simpatia. Partire da piccoli problemi sociali e affrontarli in tono diverso – dopo tanto cinema italiano che racconta la vita nelle borgate e la povertà in tono drammatico, mentre nelle commedie regna quasi esclusivamente la borghesia – tornare ai grandi film della commedia all’italiana dove il cattivo diventa spesso buono e i poveri diventano figli di puttana”.

Numa Tempesta (Giallini) è un finanziere che gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro e abita da solo nel suo enorme albergo di lusso deserto, pieno di letti in cui lui non riesce a chiudere occhio. Ha soldi, carisma, fiuto per gli affari e pochi scrupoli. Un giorno la legge gli presenta il conto: a causa di una vecchia condanna per evasione fiscale dovrà scontare un anno di pena ai servizi sociali in un centro di accoglienza.

Così, il potente Numa dovrà mettersi a disposizione di chi non ha nulla, degli ultimi. Tra questi c’è Bruno (Germano), un giovane padre che frequenta il centro col figlio Nicola (la rivelazione Francesco Gheghi) in seguito a un tracollo economico. L’incontro sembra offrire a entrambi l’occasione per una rinascita all’insegna dei buoni sentimenti e dell’amicizia. Ma c’è il denaro di mezzo e un gruppo di senzatetto che, tra morale e denaro, tenderà a preferire il denaro. Né buoni né cattivi.

“E’ una farsa sociale – prosegue il regista -, un’opera buffa, una commedia invernale sul potere del denaro.  Lontana – ma solo per essere più libera – dai fatti di cronaca e dal dovere di essere verosimile, vuole raccontare, sorridendo e con un tono di fiaba, una fetta di Italia che il nostro cinema affronta sempre col tono serio del cinema del dolore”.

“Ho usato per questo film un linguaggio classico, pensando ai film che mi piace vedere e rivedere quando ho voglia di leggerezza. L’ho strutturato in atti per evidenziare l’intento di restare dentro un genere solo apparentemente non realistico, e l’ho filmato con cura e attenzione per gli attori, per le loro umanità, cercando di dare una minuscola personalità anche ai ruoli più piccoli”.

Infatti, nel cast ci sono attori presi dalla strada e talenti all’esordio, come accadeva nelle commedie anni Cinquanta sulla scia del neorealismo. E si rivelano tutti all’altezza.

“Il personaggio, come dice Daniele, va costruito come un sarto – ribatte Giallini – che ti cuce addosso un vestito, e mi sono state tolte molte cose. Tempesta ha più vizi e pochissimi peli sulla lingua. A Sordi non ci ho pensato proprio, non ci penso mai a nessuno; il personaggio è figlio di quello che ho visto e viene fuori inconsciamente. Berlusconi non ci interessava, è già stato detto tutto sui giornali e, quindi, è tutto materiale prevedibile. Ho infilato esperienze diverse, frequentato centri sociali. Daniele pensava al ‘Don Giovanni’ di Mozart, perciò il film si sviluppa in tre atti e ci siamo arrivati per stratificazioni, ma non tramite il realismo. Tempesta è pieno di dubbi e perplessità”.

“E’ stato un ribaltamento rispetto a tutti i film che ho fatto prima – confessa Germano -, eravamo tutti larghi rispetto alla macchina da presa, lontani, cercando di adattarci al modo di lavorare di Daniele, senza bisogno di parlare tanto, infatti, lui dice fai bene o fai male, nient’altro. Mi trovo bene in questo, e poi nel film l’empatia non è mai solidarietà”.

“Come diceva Truffaut – conclude Luchetti – ‘è più importante l’attore del personaggio’, anche perché noi tutti pensiamo di essere Tempesta. I non professionisti si trasformano in attori e viceversa, e tutti portano l’autoironia”.

“Mi è piaciuto moltissimo – afferma Eleonora Danco che è Angela, direttrice del centro sociale – perché è un personaggio che si muove sulle estremità proprie e quelle del potere. Tempesta riesce a corromperla perché è abile, non riesce a gestirlo né fregarlo. Mi è piaciuto anche il suo rapporto con la lotta, visto che spesso si tratta di estremisti religiosi che non vedono quello che succede fuori, in conflitto col potere. Ne ho conosciuti diversi e ho visto che il fattore religioso unisce veramente”.

Peccato che Luchetti, autore di film come “Domani accadrà”, “Il portaborse”, “Arriva la bufera” e “La scuola”, stavolta non riesca del tutto a convincere, per finire in un convenzionale neo-buonismo e senza nemmeno un vero ‘graffio’.

Nel cast Jo Sung (Dimitri), Carlo Bigini (padre di tempesta). E poi “La banda”: Marcello Fonte (Il Greco), Franco Boccuccia (Boccuccia che ricorda il vecchio caro Capannelle), Paola Da Grava (Paola), Federica Santoro (Domitilla), Pamela Brown (Ballerina), Luciano Curreli (Ingegnere), Jean-Paul Buana (Blake), Stayko Yonkinsky (Slavo) e Mimmo Epifani (Mimmo). “Le Radiose”: Simonetta Columbu (Radiosa), Klea Marku (Klea) e Sara Deghdak (Mimosa). La fotografia è firmata Luca Bigazzi, il montaggio Mirco e Francesco Garrone, le musiche originali Carlo Crivelli.

Nelle sale italiane dal 12 aprile presentato da O1 Distribution