Cavalleria rusticana e Pagliacci all’Opera di Roma, spettacolo di gran classe

Di Ivana Musiani

  Quando Pippo Delbono si è portato in platea prima  della levata del sipario e si è accinto a leggere un foglio che teneva in mano, mi sono detta: finalmente! Perché da sempre sono convinta che sarebbe dovere del regista spiegare al pubblico  le sue intenzioni, almeno quando appaiono lontane e diverse da quelle del libretto. Solo che Pippo Delbono si è limitato a raccontare due storie legate alla Pasqua, la festività in cui ha luogo Cavalleria rusticana. La prima storia trattava d’un paese siciliano abbandonato per un terremoto molto tempo prima, e in cui il regista s’era trovato a camminare: “In quel paese tutto era rimasto fermo, immobile, come se il tempo si fosse fermato là, in quell’attimo del terremoto”.

  “Una sera di poco fa – è la seconda storia – mentre stavo preparando la Cavalleria rusticana, ero con mia madre. Guardavamo dalla finestra il fuoco della Pasqua nella piazza della Chiesa del piccolo paese dove sono nato. Qualche giorno dopo mia madre se n’è andata. Per sempre. E quella sera in quella veglia pasquale, in quel fuoco, io e lei vedevamo la resurrezione, la vita e la morte. Vedevamo la nostra separazione”. E Turiddu, e compar Alfio, Santuzza e gli altri? Niente, nemmeno una parola sull’opera di Mascagni: solo due storie apparentemente avulse, che però nel corso della rappresentazione si riveleranno una chiave di lettura che più esatta e illuminante non si potrebbe.

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Anita Rachvelishvili in Cavalleria Rusticana

  Nella Cavalleria rusticana di Delbono non ci sono fichi d’india, non ci sono processioni, le luci non ricreano quelle abbacinanti della Sicilia che siamo soliti vedere,  tutto è raccolto in un immenso contenitore rosso pompeiano con unico arredo le sedie ai lati, dove siedono spettatori immobili e muti, come nel paese dove “tutto è rimasto fermo, immobile, come se il tempo si fosse fermato là, in quell’attimo del terremoto”, ma si potrebbe anche dire come nelle tragedie greche, di cui Cavalleria condivide l’unità di tempo e di luogo. E i  conti tornano tutti, l’attimo del terremoto nella recita  è quello del duello rusticano, al quale si arriva attraverso movimenti e gesti essenziali che paiono anch’essi fermati nel tempo. E tra gl’interpreti a tratti compare lo stesso regista, tenendo per mano quello che sembra un bambino e invece è il vecchissimo Bobo, un piccolo attore sordomuto per cinquant’anni rinchiuso nel carcere di Aversa dove l’ha tratto Delbono per farlo partecipe della sua compagnia teatrale. Presenze non previste dal libretto, anche se viene da pensare che se non ci fossero se ne sentirebbe la mancanza. E quando le doppie tragedie sono compiute (quella della Cavalleria e di Pagliacci), il regista non può fare e meno di intervenire per dare conforto ai dolenti superstiti.

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Pagliacci, scena d’insieme
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Carmela Remigio e Fabio Sartori in Pagliacci. Foto Kiril Manolov,

  Stessa scena chiusa per Pagliacci, anche se diverso è il colore di fondo. E di nuovo qui il regista ha voluto spiegare brevemente al pubblico (nel nostro caso quello della prova generale, alla quale abbiamo assistito), come aveva concepito il suo secondo allestimento. Come la volta precedente, è stato applaudito e il sipario si è di nuovo alzato. Non così alla prima: forse precedentemente deluso, vedovo di fichi d’india e processione, il loggione ha dato voce al suo scontento nel momento in cui Delbono ha citato Brecht (sai che spauracchio!),  senza tener conto che né musica né storia né epoca risultavano scalfite, ma semmai immerse nel clima culturale (e non folkloristico) in cui vedevano la luce.

  Ancora il contenitore dell’opera precedente per Pagliacci, seppure immerso in una luce che poneva in risalto la fissità tragica e impersonale del trucco pesante dei circensi, come a nascondere un’assenza di vita. E infatti gli unici ad apparire coi loro volti sono i due amanti, Nedda e Silvio, destinati a soccombere, vittime della loro passione.

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Cavalleria rusticana, scena d’insieme

  Ottime le due compagnie di canto, sulle quali svettava una favolosa Carmen Remigio come Nedda, insieme al bravissimo Fabio Sartori (Canio). Brava anche Anita Rachvelishvili (Santuzza), però troppo lanciata negli acuti. Molto bene il Turiddu di Alfred Kim, mentre Kiril Manolov ha ben sostenuto il ruolo di Alfio in Cavalleria e di Tonio nei Pagliacci;  bravi anche i comprimari delle due opere, Anna Malavasi, Martina Belli, Matteo Falcier, Dionisios Sourbis. Bella la prova dell’orchestra, sotto la guida di Carlo Rizzi, che ha dato  un’impronta severa e senza sbavature alla sua direzione, priva di quelle accensioni che spesso, per quanto riguarda l’opera mascagnana,  vengono scambiate per accessori indispensabili all’opera. In poche parole, uno spettacolo di gran classe, di quelli che ti danno la sensazione rara stare ad ascoltare  per la prima volta la musica che viene eseguita.

  Si replica domenica 8 ore 16.30, martedì 10 ore 20.00, giovedì 12 ore 20.00,
domenica 15.00 ore 16,30.