Il volume di Loretta Eller. Nell’Italia del XIX secolo tutti pazzi per il giornalismo musicale

di Ivana Musiani

  Che nell’Ottocento l’editoria musicale fosse altamente sviluppata era cosa nota, ma che raggiungesse le proporzioni  di quelle elencate da Loretta Eller nel suo “Il giornalismo musicale nell’Italia del XIX secolo” (Palombi editore, pag. 78 con illustrazioni a ogni pagina,   € 14), era fino a questo momento difficilmente immaginabile. La sua è stata un’esplorazione a trecentosessanta gradi, neanche le riviste di moda si sono sottratte alle sue attenzioni, poiché in quasi tutte un largo spazio, già dalla copertina,  era dedicato alla musica per via dell’educazione che si impartiva alle ragazze.

  Al capitolo sulle testate giornalistiche musicali si arriva dopo un percorso che prende l’avvio  dai “Cenni storici della critica musicale”, tra i cui esponenti figurano a ragione anche Sofocle, Euripide, Eschilo, Plutarco, Erodoto: dal momento che trattarono di musica con competenza e passione, come non considerarli “critici musicali ante litteram”, sostiene l’autrice. Per non parlare di Platone, che nel decimo libro di Politeia asserì che “la musica è una legge morale, essa dà un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza e la vita a tutte le cose”.

  Passando per le “Origini della musica a stampa e l’invenzione della litografia” e altri capitoli che ne illustrano l’evoluzione, si arriva a quello più ricco di pagine, illustrazioni e notizie: è la “Nascita dell’editoria musicale periodica”. Va da sé che gli editori sono i primi a confezionare riviste che illustrano la loro attività, come Ricordi, Sonzogno, Lucca. Quest’ultimo si è anche assicurato la collaborazione di Carlo Collodi, l’autore di Pinocchio: o forse è stata un’idea della moglie, l’intraprendente Giovannina, ammiratrice di Wagner ma non delle sue lunghezze, tanto da scrivergli se poteva condensare la Tetralogia in un lavoro da potersi eseguire in una sola serata. Ricordi invece pubblicava splendide copertine litografate a colori, grazie all’apporto dei più noti cartellonisti dell’epoca: Dudovich, Metlecovitz, Dalmonte, Terzi, ma anche le altre riviste erano molto curate nella grafica e, dati e tempi, erano tutte in elegantissimi disegni liberty.

  C’erano riviste che trattavano solo di musica, altre che ospitavano teatro, arte, letteratura. Alcune non disdegnavano la piccola pubblicità, tutte avevano la rubrica delle news, qualcuna trattava anche di politica, ma senza troppa fortuna: “L’Italia musicale” di Francesco Lucca, dopo aver cambiato in “L’Italia libera – Giornale politico, artistico, letterario” sull’onda dell’entusiasmo suscitato dai moti rivoluzionari che portarono alle Cinque giornate di Milano, dovette chiudere col ritorno degli austriaci. Avevano nomi seriosi o di fantasia, ma su tutte le prime pagine campeggiava un grande ritratto di compositore, da Rossini a Verdi, a Boccherini, Scarlatti, Purcell, Rameau, Francesco Durante: gli ultimi tre dovuti allo zelo divulgativo dell’editore Sonzogno, che con il Giornale ebdomadario illustrato “La musica popolare” aggiunge anche l’intera seconda pagina alla biografia, sorretta dall’analisi musicale, del compositore trattato. La firma di tanta fatica non potrebbe essere più modesta: un’iniziale puntata per il nome, seguita da un breve cognome, il tutto minuscolo: a. galli. Si trattava di Amilcare Galli, il più autorevole preparato critico musicale dell’epoca, oltre che musicologo, compositore, teorico della musica: e infatti, la lettura di quelle lunghe note non hanno perso l’interesse col tempo. Le quattro pagine centrali, staccabili, erano invece dedicate ai pianisti dilettanti, con brevi melodie, studi, arie di Rossini, Durante, Scarlatti, Lauro Rossi, ecc. Oltre alle Note varie, non mancavano testi poetici che si autoproponevano per essere rivestiti di musica. Particolarmente assidua era tal Inocenza Well, di cui ci si chiede come si potesse mettere in canto certi suoi versi, tipo: “Morrò a’ tuoi piedi”.

  Ultimo doveroso capitolo, quello dedicato a “Fernando Bideri e il giornalismo musicale a Napoli”, quando l’editoria musicale arrivò sino ai bassi della città sotto forma di fogli volanti chiamati copielle, persino a dispetto dell’analfabetismo che allora toccava  il settanta per centro tra la popolazione,  ma questo si spiega col fatto che la memoria aveva il vantaggio di arrivare prima della lettura. Fernando Bideri fondò la prima casa editrice omonima nel 1876, iniziando subito a pubblicare le coppielle e diffondendole per le vie di Napoli attraverso gli strilloni; sua anche l’iniziativa delle cartoline musicali vendute in bustine da sei pezzi. E se la canzone era la malattia endemica da cui i napoletani non facevano nessuno sforzo per guarire, a buscarne il contagio erano anche illustri personaggi di passaggio, come  il bergamasco Donizetti, che scrisse moltissime canzoni in dialetto, tra cui  la famosissima Te vojo bene assaje, la cui prima attribuzione è dovuta a Salvatore di Giacomo con la successiva conferma dello studioso donizettiano Donato Pezzeni. Il titolo comunque è riportato nel catalogo del compositore. Altra illustre vittima è Richard Strauss, che nella sua sinfonia Aus Italie (Dall’Italia) introdusse un motivo ascoltato per strada e che credeva far parte del patrimonio popolare napoletano. Solo che si trattava di Funiculì funiculà, la canzone del momento, e per questa svista fu non poco preso in giro. Solo che Strauss se ne intendeva molto di più dei suoi detrattori, e se quella gli era parsa musica della tradizione popolare napoletana, che importanza poteva avere il fatto che la tradizione presa in esame fosse ancora tanto giovane?