Il ritorno dell’antologia

di Lorenzo Stella

  La tentazione dell’antologia, in chi abbia una certa maturità anagrafica e di lettura, insorge quasi inevitabile. Trasmettere agli altri le proprie esperienze, i propri consigli e avvertenze, è un atto di presunzione e generosità assieme, teso a rendere più persone possibili partecipi di un percorso di crescita. Ma oggi che ruolo possono assumere enciclopedie e antologie? Da un lato potrebbero sembrare strumenti appartenenti all’immaginario dei secoli scorsi, legati magari al ricordo intimo della scuola, del grembiule e dei libri di testo. Dall’altro uno dei maggiori colossi della rete è proprio Wikipedia, un’enciclopedia, e il web trova una delle sue funzioni più apprezzate nella possibilità di eseguire ricerche e formare qualunque compendio in tempi velocissimi e con estrema facilità.

  Quanto comunque il genere enciclopedico e antologico sia ancora battuto dall’editoria lo attestano alcune recenti uscite. Ai lettori amanti del genere suggeriamo intanto due ipotesi opposte: l’agile ‘Guida tascabile per i maniaci dei libri’, compendio di curiosità editoriali dei più vari generi, e ‘I libri che hanno cambiato la storia’ (Gribaudo), selezione di opere divisa in epoche storiche, dal 3000 a.C. ai giorni nostri.

 Carlo Ossola è poi uscito per Marsilio con ‘Nel vivaio delle comete’, un itinerario tra classici quali Dante, Michelangelo, Montaigne, Shakespeare, Goethe e Tolstoj, in cui si riafferma la leadership culturale che l’Europa deve assumersi come una responsabilità, più che un privilegio, poiché è dal seno del vecchio continente che sono usciti i testi sui quali si basano gli irrinunciabili principi della civiltà, quali la dignità di ciascun essere umano. I trentatré ritratti dei “patriarchi” vanno dall’epoca greca e romana all’attualità, sintetizzando ai lettori il pensiero europeo come un’eredità che va curata, fatta fruttare, vivificata: pastori o “comete” da seguire, per l’appunto, così da ricavare una risposta fondata alle sempre più inquietanti domande e dubbi che assillano la nostra identità, quali il rischio totalitario e i “dèmoni della propria sazietà”.

 Alessandro Piperno, pur essendo noto soprattutto come narratore, in particolare per il romanzo d’esordio ‘Con le peggiori intenzioni’ con cui nel 2005 ha vinto il premio Campiello, è prima di tutto un francesista (il suo primo saggio fu proprio il discusso ‘Proust antiebreo’) e docente all’Università di Roma Tor Vergata: soprattutto in quest’ultimo ruolo deve aver pensato ‘Il manifesto del libero lettore’ uscito per Mondadori da pochi mesi. Un notevole problema è infatti la trasmissione della lettura (in assoluto, non solo relativamente al cartaceo) ai più giovani, per i quali la facilità e velocità di ricerca delle informazioni cui prima accennavamo non si risolve in un vantaggio, bensì in un limite. “I libri sono strumenti di piacere, come la droga, l’alcol, il sesso, non il fine ultimo della vita” è l’assunto da cui muove il saggio: un’invocazione di gioia, al piacere e al portato inevitabilmente rivoluzionario della lettura. Otto gli autori della narrativa internazionale che Piperno assume quali testimonial, affrontandoli “con amore, certo, ma senza alcun ossequio, con il piglio del guastafeste ansioso di svelare i segreti del prestigiatore”: Austen, quale inventrice di un genere tra fiaba e romanzo, Tolstoj come maestro assoluto nell’introdurre i personaggi dei romanzi, ovviamente Proust e poi Dickens, Stendhal, Flaubert, Svevo, Nabokov.

 Sempre l’anno scorso, e di nuovo da Marsilio, sono usciti gli ‘Imperdonabili’ di Marcello Veneziani (che con lo stesso editore, nel 2017, ha pubblicato anche ‘Alla luce del mito’). Addirittura cento in questo caso i “ritratti di maestri sconvenienti”: ad accomunare Dante e Oriana Fallaci, Walter Benjamin e Yukio Mishima, Julius Evola e Umberto Eco, Machiavelli e Schopenhauer, Michelstaedter e Heidegger, Wilde e Chatwin, Pirandello e Arendt, Kraus e Guareschi, Goncarov e Zambrano, non è solo la passione del lettore-autore Veneziani né l’indubitabile genio degli autori affrontati, ma un affascinante itinerario attraverso idee irregolari, pensieri contraddittori, intelligenze pericolose, spiriti inquieti, visioni anticipatorie o tradizionali ma comunque anacronistiche. È insomma soprattutto la qualifica di ‘Imperdonabili’ ad unire questi maestri e giganti afferenti a generi diversi, dalla filosofia alla letteratura, fino al giornalismo. L’intrigante ideario, a parte alcune eccezioni, riflette la sensibilità di Veneziani, intellettuale conservatore e a tratti reazionario, affascinato da tradizione e ribellione ma soprattutto avverso al dominio culturale e ideologico della nostra contemporaneità.

  Questa stessa chiave potrebbe essere applicata ad altre opere antologiche meno recenti, quale ‘Un’estate invincibile’ di Riccardo Paradisi (Bietti) e ‘La verità, forse’ di Giancristiano Desiderio. La prima raccolta in realtà tratta de “la giovinezza nella società degli eterni adolescenti”, laddove “la giovinezza non ha niente a che fare con l’età anagrafica ma con il fuoco che ci si porta dentro”, e mette assieme tra gli altri Nietzsche, Clint Eastwood, Adriano Olivetti, Heidegger, Carlos Castaneda. Desiderio ha invece raccolto per Liberilibri (il vivace editore maceratese per il quale scrive da diversi anni, ultimo in ordine temporale il saggio ‘L’individualismo statalista. La vera religione degli Italiani’) una “Piccola enciclopedia del sapere filosofico dai Greci allo storicismo”. Un “corpo a corpo” in cui Desiderio, come prima si diceva di Piperno, con stile antiaccademico confessa un’ossessione, un pensiero vitale, fatto di cuore e cervello, controllo e abbandono: “La verità che qui si discute è per tutti e per nessuno”, scrive. “Tutti vi hanno a che fare, nessuno ne può esprimere il senso definitivo. Il concetto di verità che proviamo a schiarire non è un esercizio di scuola che stabilisce il criterio del vero e del falso ma una più umana concezione della verità come storia che, al di là delle incomprensioni, consente di intenderci”.

sogni antichi

  Diverse altre opere attribuibili al genere antologico-enciclopedico – ‘La disuguaglianza fa bene. Manuale di sopravvivenza per un liberista’ di Nicola Porro (La nave di Teseo), ‘Che profumo quei libri. La biblioteca ideale di un figlio del Novecento’ di Giampiero Mughini (Bompiani), ‘Sogni antichi e moderni’ d Pietro Citati (Mondadori) – sembrano confermare la conclusione che stavamo ipotizzando. Quella che Roberto Saviano ha ammesso in un suo recente outing sull’Espresso: “Saviano ha letto Ernst Jünger e Julius Evola? Ebbene sì […] non solo lo sono stato, ma lettore di Evola e Jünger lo sono tutt’ora […] Ho abitato e continuo ad abitare autori che sono stati considerati nemici di qualsiasi pensiero progressista, da Henry de Montherlant a Emil Cioran […] Ritengo Drieu La Rochelle uno degli scrittori che meglio ha tratteggiato la disperazione del sentimento borghese”. Ovviamente, precisa Saviano, “Leggere non significa necessariamente condividere e non condividere non significa disprezzare. ‘Bagatelle per un massacro’ di Céline, libro idiota e antisemita, scritto con piglio cospirazionista contro la massoneria ebraica, non mi impedisce di riconoscere il capolavoro di ‘Morte a credito’”.

  Il distinguo ideologico e politico non dirime la questione culturale, cioè l’imponente presenza, nel panorama letterario europeo degli ultimi secoli, di autori e temi ascrivibili o dichiaratamente appartenenti alla conservazione, alla tradizione, alla reazione. Come se, psicologicamente prima di tutto, l’atteggiamento di rifiuto, di pessimismo, di eterodossia, di contraddizione, il senso della crisi e della fine, che queste correnti interpretano in modi molto diversi, ispirassero racconti e riflessioni più importanti, più capaci di toccare la nostra sensibilità.