L’Instant Theatre di Bertolino

Lorenzo Stella

  Lo spettacolo di Enrico Bertolino ‘Di male in seggio’, andato in scena lunedì 19 marzo al Teatro Brancaccio di Roma, è un esempio paradigmatico degli effetti che la sempre più stretta crossmedialità tra live, televisione e rete sta producendo sul genere comico-satirico. La satira politica in Italia ha tentato di assumere il ruolo debordante del bambino che svela la nudità del re, con la presunzione (auspicio o timore, a seconda delle posizioni) che il potere sbeffeggiato venga ipso facto depauperato. Le cose sono andate ben diversamente, com’è noto. I leader oggetto delle contumelie sono rimasti in sella, o sono stati disarcionati per ragioni del tutto indipendenti dalla satira, che spesso ha allungato la loro vita e ne ha aumentato la popolarità; per quanto concerne gli autori e attori satirici si è invece prodotto un inevitabile effetto di inversa proporzionalità tra successo e qualità. La sovresposizione logora, anche nello show: solo per fare qualche nome, pensiamo al crollo di efficacia tra l’aurea causticità dei Cavalli Marci e le attuali macchiette con risatina annessa di Maurizio Crozza, oppure ai siparietti a dir poco ripetitivi di Gene Gnocchi su La7 e all’esilio scelto o subito da Daniele Luttazzi, dai fratelli Sabina e Corrado Guzzanti, da Natalino Balasso. Ma soprattutto, per tornare alla multimedialità, si confrontino la banalità televisiva di Zelig, Colorado e ‘Made in Sud’ con il genio estetico e autorale puro di prodotti web come ‘Roma vs. fantascienza’ delle Coliche, il rapimento di Pierfrancesco Favino orchestrato dai Jackal, le parodie di Sora Cesira e Oblivion.

Bertolini

  La contaminazione mediale, anziché stimolare una concorrenza virtuosa, ha prodotto un appiattimento verso il basso. Il discorso vale per la satira come per la comicità pura e anche in questo caso le conseguenze sono state inevitabili: il cabaret milanese, in particolare, è stato la fucina di una schiera di grandi interpreti perché la selezione avveniva in modo spontaneo, diretto e naturale, attraverso il giudizio del pubblico in sala. Chi funzionava, decollava dal teatro meneghino e approdava a livello nazionale, alla canzone, alla tv. Ora che i palcoscenici televisivi tentano di proporre lo stesso schema, il risultato è opposto: chi sembra funzionare viene spremuto all’istante fino all’ultima goccia e il succo, in genere scarso, viene riproposto all’infinito. Personaggi simpatici in grado di proporre al massimo una battuta, uno sketch, una chiave comica, la continuano a riciclare scivolando rapidamente nel patetico.

  In questo contesto, Bertolino si inserisce con un esperimento di ‘instant theatre’ proponendo all’impronta, appunto, uno show post-elettorale. Il risultato è, di nuovo, scontato: lo spettacolo mescola una parte di repertorio con qualche nuovo brano legato alla mutata situazione politica, confezionato in forma di parodie musicali ispirate a brani noti, e con una parte di satira di costume ispirata alle ritrite icone della società connessa e alienata, dell’on/off line, del virtuale vs. reale. Numi tutelari, Seneca, Spartaco e Zygmunt Bauman. Bertolino è bravo, sa stare sul palco, ha una formazione e una vocazione originali (bocconiano, esperto di formazione aziendale). Ma l’improvvisazione del soggetto si riflette nella debolezza estrema dei testi, accentuata dalla lettura esplicita sul palco, nel mélange con la proiezione di screenshot e slide, peraltro graficamente meno che rudimentali. A riempire e a chiudere un’intervista live con il politico di turno, nella serata romana Maurizio Gasparri, secondo il format stavolta tutto capitolino brevettato da Pier Francesco Pingitore (altro caso eclatante di crisi creativa, come sa chi ricordi gli esordi di Bagaglino, Salone Margherita, Giardino dei Supplizi). Gasparri se l’è cavata bene, ha usato il contraddittorio per chiarire alcuni episodi, facendo leva sulla sua consumata capacità di affrontare il pubblico (è anche diventato autore brillante per ‘Un giorno da pecora’). Ma quando il potere è consenziente, lo sappiamo, vuol dire che la satira è stata ridotta al ruolo di giullare amabilmente tollerato dal re. Il quale, evidentemente, non si vergogna della sua nudità.