Verso Praga

di Gladis Alicia Pereyra

  Prima di attraversare il portone verificò di avere il cellulare nella tasca destra della giacca, la carta di credito e i soldi nel taschino interno e le chiavi in quello superiore. L’ultima verifica era superflua perché aveva chiuso a chiave la porta di casa, ma negli ultimi tempi era talmente distratta, talmente persa nei suoi pensieri da sentirsi costretta a controlli accurati, e di solito eccessivi, sul recente operato. Fuori la giornata era splendida, anche se troppo fresca per il periodo. Maggio si avviava verso la fine e la primavera andava e tornava senza decidersi a fermarsi. In ogni caso al sole si stava bene, era presto e sicuramente più tardi la temperatura sarebbe diventata più consona alla stagione. Aveva preso lo zainetto grande, quello dove si poteva infilare persino la giacca; era venerdì, voleva far la spesa per il week end e non le andava di caricarsi di buste, portare le provviste nello zainetto era più comodo. Arrivata nei pressi del supermercato, pensò di fare una passeggiata prima della spesa, la giornata era troppo bella per sprecarla, con quel tempo ballerino non si sapeva mai come sarebbe stato il giorno appresso. Il sabato Giancarlo non lavorava, si sarebbero alzati tardi e chissà se prima avrebbero fatto l’amore, come altre volte. La cosa certa era che sarebbero rimasti rinchiusi in casa l’intera giornata e, sempre che il clima tra loro fosse più disteso, gli avrebbe chiesto, per abitudine, di uscire la sera e lui avrebbe risposto: lasciami passare una serata tranquillo a casa, senza pensare che devo alzarmi presto il giorno dopo. Con un po’ di fortuna, domenica sarebbe riuscita a trascinarlo fino alla villa per una camminata, sempre che non piovesse.

  Si fermò davanti a una vetrina che esponeva biancheria da donna; quel completino intimo, rosa salmone tutto pizzi, lo aveva già notato, era proprio carino. Qualche minuto dopo, si ritrovò nel camerino del negozio provandosi il reggiseno rosa salmone davanti allo specchio. Le stava benissimo, modellava alla perfezione il seno generoso. Sergio glielo avrebbe tolto mugolando e all’improvviso sentì un fugace pulsare del desiderio che tuttavia non la turbò, Sergio era ormai acqua passata. Decise di acquistare il completino e aveva preso la carta di credito per pagare quando un pigiama, grigio perla con applicazioni di pizzo rosa, attirò la sua attenzione. Era troppo grazioso per lasciarselo sfuggire e lo aggiunse al conto; aggiunse anche una maglietta di lana e cotone, in offerta perché fuori stagione. Pagò, mise gli acquisti dentro lo zainetto e uscì.

  Fece un’altra sosta in una profumeria dove passò mezz’ora provando trucchi, consigliata da una commessa graziosa che le fece notare quanto il verde dei suoi occhi fosse messo in risalto da mascara e ombretto adatti. Oltre al fondo tinta e agli altri prodotti per il trucco, acquistò una lozione struccante, crema per il viso e per le mani e quando uscì l’assalì una sensazione curiosa: sapeva che tutte quelle spese erano assolutamente non necessarie, a casa aveva già tutti quei cosmetici e, tuttavia, sentiva che non stava sprecando denaro.

  Decise di andare in centro, erano mesi che non ci andava, da quando aveva interrotto i rapporti con Sergio. Al pensiero, si ripresentò l’inopportuna vampata di desiderio e, come prima, l’accettò senza sentirsi in colpa. Non sarebbe tornata con Sergio, ma le sensazioni che il suo ricordo le provocavano erano reazioni spontanee della parte più intima di se stessa, nulla avevano da spartire con la sua coscienza e non c’era motivo di vergognarsi.

  Scese dall’autobus a Piazza Venezia e, dopo pochi passi, fu travolta da una frotta di turisti che avanzava caparbiamente, inghiottendo ogni malcapitato si trovasse sulla sua strada. Detestava i greggi vacanzieri ma questa volta non provò la solita l’irritazione. A Roma, venire investiti da un’ondata di turisti era talmente normale come il bagnarsi sotto la pioggia. Nonostante l’inconsueta tolleranza, evitò di andare verso via del Corso o verso i Fori Imperiali e scelse le quiete vie soleggiate che la portavano al ghetto.

  Era passato del tempo, dall’ultima volta che era venuta in centro e le sembrava di stare in una città sconosciuta; giocò con questo pensiero e s’immaginò di essere una di quelle turiste che l’avevano travolta poco prima. Camminare guardandosi attorno per i vicoli immersi nella luminosità della mattina di primavera, le risvegliava energie che normalmente sembravano assopite. La sua non era depressione come aveva diagnosticato il medico, era noia. Era la noia di vedere passare i giorni tutti uguali, uno dietro l’altro come i vagoni di un treno di pendolari, ogni giorno le stesse facce, ogni giorno lo stesso percorso; l’unico cambiamento possibile sarebbe stato un deragliamento, la catastrofe. Alla catastrofe aveva pensato, più di una volta, ma in quei momenti di scoraggiamento la sua giovinezza le era venuta incontro; aveva ancora tanta strada davanti, tutto poteva cambiare.

  Squillò il cellulare, lo cercò in tasca: era Giancarlo. La sera precedente avevano litigato, sempre la stessa storia e quella mattina aveva fatto finta di dormire quando lui si era alzato. Il benessere che le circolava dentro si rifletté nella voce nel rispondere e lui lo interpretò come la fine delle ostilità, lei non lo tolse d’inganno. In realtà, le discussioni con lui ormai non la facevano arrabbiare, piuttosto l’annoiavano, la stancavano. Sapeva come iniziavano e come sarebbero finite, niente di più scoraggiante. La conversazione fu breve, gli disse che si era concessa una passeggiata in centro e lui sembrò contento, forse pensava che la passeggiata le avrebbe fatto passare la voglia di litigare e la sera avrebbero potuto cenare in pace.

  La causa del litigio era ricorrente, si ripresentava puntualmente quando, con l’avvicinarsi dell’estate, si cominciava a parlare di vacanze. Per lui vacanze voleva dire andare in quel paesino della Puglia dove era nato e dove abitava la famiglia. Bisceglie si chiamava ed era un incantevole paesino medievale. Erano fidanzati, la prima volta che vi era andata. Si ricordava bene come l’avevano accolta la futura suocera e la sorella maggiore. Le avevano fatto il terzo grado per accertarsi se quella spregiudicata ragazza romana fosse degna di sposare il loro meraviglioso figlio e fratello. D’allora andavano tutti gli anni regolarmente ad agosto e per capo d’anno. Natale con i suoi a Roma e capo d’anno a Bisceglie. Inutile pregarlo di cambiare abitudine almeno per una volta.  La sua grande ambizione, se mai ne avesse avuta una, era viaggiare ed era stata costretta a mandarla nel ripostiglio delle cose fuori uso.

  A Portico di Ottavia, sedette a un tavolino nella piccola terrazza di un bar e chiese un cappuccino.  Avvertì di non essere triste o risentita come le capitava spesso quando pensava a certe cose, era insolitamente concentrata, qualcosa le stava accadendo e doveva capire di cosa si trattava. Le venne in mente “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro che aveva appena finito di leggere. Il personaggio del maggiordomo le aveva creata una sensazione claustrofobica, un po’ l’aveva angosciata ma anche non poco incuriosita. Il ritratto di qualcuno che aveva dedicato l’intera vita a perfezionare una professione facendola diventare quasi una missione, negando ogni altro aspetto dell’esistenza o traducendolo in termini professionali, non poteva che meravigliarla. Quell’uomo che aveva portato alle ultime conseguenze la dedizione a qualcosa, era l’esatto contrario di se stessa. Lei nella vita aveva portato a termini solo due cose: il liceo per far contenti i genitori e soprattutto perché, cercando di stimolarla a non mollare gli studi, le avevano promesso un viaggio a Parigi se avesse superato con buoni voti la maturità. La seconda, era l’inglese. Aveva frequentato con ottimi risultati l’intero corso della British School e c’era riuscita, non soltanto per via della sua innata capacità di apprendere velocemente le lingue ma, principalmente, grazie all’impegno messo nell’imparare, perché riteneva che una buona conoscenza dell’inglese fosse indispensabile per viaggiare.

Era andata a Parigi con i genitori ed era stato un viaggio fantastico. Non era la prima volta che andava all’estero con loro, era già stata alle Canarie e in Portogallo e si era divertita tanto, ma era troppo piccola per apprezzare veramente i luoghi che visitava. Parigi era stato il primo viaggio che poteva essere chiamato tale.

  Prima d’iscriversi all’università, così aveva detto ai genitori, in realtà non aveva mai avuto intenzioni di farlo, voleva andare in Spagna con due amiche. I mesi che la separavano dall’estate, aveva lavorato come baby sitter e occasionalmente come cameriera in un ristorante, per mettere da parte i soldi per il viaggio. Era stato in quel periodo che aveva preso l’abitudine di risparmiare. Rinunciava persino al caffè o a una bibita nel bar che giudicava spese superflue, come superfluo era spendere tutti i soldi che la madre le dava, al di fuori della paghetta, per comprarsi un jeans di marca o delle scarpe e preferiva prendere un jeans all’usato su una bancarella di Porta Portese e tenersi il denaro che avanzava. Non badava a spese solamente quando si trattava di libri o di cinema, ma neanche in questa voce si sbilanciava più di tanto e attendeva gli sconti in libreria e al cinema andava di pomeriggio quando il costo del biglietto era ridotto. In quel viaggio indimenticabile che purtroppo era stato l’ultimo, dopo aveva conosciuto Giancarlo e si erano sposati, avevano visitato Barcellona, Granada, Siviglia e Malaga a bordo della Ford Fiesta di Stefania, la più grande delle tre. Nei momenti in cui la noia minacciava di sopraffarla, andava con la mente a quei giorni spensierati sotto l’accecante sole dell’agosto iberico e non sempre quell’evasione era di aiuto, la luce di allora in confronto al presente grigiore spesso trasformava la noia in malinconico rimpianto.

  Oltre al liceo e all’inglese non aveva portato a termine niente. Giancarlo aveva un buon impiego, guadagnava bene, in casa non c’era bisogno dei soldi che lei avrebbe potuto apportare ma lo stesso lei avrebbe voluto avere un’occupazione stabile e remunerata, perché di occupazioni non remunerate ne aveva fin troppe dato che era, suo malgrado, una casalinga a tempo pieno.

  All’inizio, inviava il curriculum a tutte le aziende che assumevano personale e l’avevano chiamata un paio di volte per un colloquio. Si trattava di due società che cercavano giovani di buona presenza e con ottimo livello d’inglese, gli unici requisiti che possedeva, e si era presentata fiduciosa, ma dopo il colloquio non era stata richiamata. Finalmente, era riuscita a ottenere un contratto di sei mesi in un call center. Tutto era andato bene per un paio di mesi, poi era subentrata la noia. La noia della routine, la noia di dover rispondere cortesemente alle domande dei clienti quando in cuor suo li avrebbe mandati volentieri all’inferno. In più di un’occasione, era stata richiamata per basso rendimento e aveva cercato d’impegnarsi di più, facendo violenza su se stessa, perché voleva aggiungere ai risparmi i miseri quattromila ottocento euro, che sei mesi di lavoro le avrebbero procurato. Finito il contratto era stata mandata via, alle tre ragazze assunte insieme con lei, le erano stati rinnovati i contratti per altri sei mesi.

  Infine aveva conosciuto Sergio, un tecnico informatico titolare, e unico dipendente, di una piccola agenzia, lavorava a casa e guadagnava parecchio. Avevano simpatizzato subito e, conoscendo il suo problema, le aveva proposto di darle lezioni per la modica somma di trenta euro l’ora, due ore a settimana. Le aveva fatto intravedere la prospettiva di lavorare per conto proprio a casa e guadagnare all’inizio non male e in seguito bene, se fosse stata capace di trovare buoni clienti. Giancarlo, pur di farla contenta, l’aveva incoraggiata a provarci.

  Erano andati a letto alla quarta lezione. Sergio aveva qualche anno meno di lei, era un ragazzo assai bello, seducente e dolce. La desiderava con forza e lei lo percepiva. A letto aveva tutte le qualità che a Giancarlo mancavano o che aveva perso in sei anni di matrimonio. Era stato un periodo di rinascita. Quell’ora settimanale di piacere, perché la prima ora la dedicavano alla lezione, sembrava avesse scosso la sua vitalità sottraendola all’annoiato torpore. Si sentiva di nuovo corteggiata, desiderata e andava fiera del suo corpo capace di destare tutte quelle emozioni e sensazioni in un uomo. Il suo risveglio sessuale coinvolgeva anche il marito, sorpreso e felice della disponibilità della moglie e, completamente ignaro dell’origine di quel rinnovamento, diventava l’amante di una volta.

  Sergio era molto professionale, oltre a un ottimo insegnante e non lasciava che le performance amatorie della seconda ora, interferissero con la lezione della prima. Lei da parte sua, imparava velocemente se s’impegnava e, sostenuti dalle nuove energie, i suoi progressi nel campo dell’informatica erano stati rapidi e approfonditi.

  Come le accadeva sempre il suo interesse non durò a lungo. Anche quei pomeriggi così appaganti finirono per annoiarla. Si trincerò dietro la colpa nei confronti del marito per rompere la relazione con Sergio. Lui non ne voleva sapere, senza accorgersi si era innamorato di lei e non ne faceva più un mistero. La passione del ragazzo cominciò a spaventarla, la situazione le stava sfuggendo di mano e non si sognava di distruggere il suo matrimonio. Forse la noia che la relazione le provocava, non era frutto di vero disinteresse nei confronti del giovane, bensì un modo di difendersi da un coinvolgimento sentimentale dal futuro incerto. Propaggini di quei pomeriggi appassionati, da lei improvvisamente troncati, erano le scosse di desiderio che il ricordo di Sergio le provocava.

  Lasciò il bar e continuò il suo vagabondare. Camminava senza una meta precisa mentre la sensazione che qualcosa d’importante le stava per accadere attraversava pensieri e ricordi vaganti nella sua mente come lei per le strade.

  Passato mezzogiorno, lo stomaco le ricordò che era ora di pranzare. Entrò in un piccolo ristorante, oltremodo accogliente e sedette a un tavolo da dove si apprezzava l’intera sala. Oltre al suo, c’erano altri due tavoli occupati, era ancora presto. Non era mai stata in quel ristorante e non ricordava quanto tempo era passato dall’ultima volta che aveva pranzato da sola in un posto simile. Era abituata a un rapido pranzo da sola a casa, a volte prendeva un semplici panino in piedi. Il cameriere le portò il menù e le chiese che voleva bere, ci pensò un momento, un buon bicchiere di vino rosso per accompagnare il filetto al pepe verde che aveva già visto sulla carta, sarebbe stato l’ideale e l’ordinò. Ordinò anche il filetto, per contorni insalata verde e patate al forno e, per iniziare, un antipasto della casa e una focaccia calda. Non era sicura di riuscire a mangiare tutto quanto ma già il fatto di ordinarlo la faceva star bene.

  Il ristorante era davvero grazioso, con quell’ampia finestra che affacciava sulla strada, mezzo coperta da piante rigogliose che filtravano la luce esterna, rendendo necessario tenere accese le belle applique che ornavano le pareti. Quelle luci dirette verso l’alto creavano un’atmosfera avvolgente, calda e intima, che induceva a dimenticare di stare in un luogo pubblico. Arrivò il cameriere con il vino e ne versò un dito nel grande bicchiere perché lo assaggiasse. Fece girare il liquido rosso cristallino sul fondo del calice, prima di annusarlo e di bere, poi approvò con un gesto della testa; il cameriere sorrise e riempì a metà il bicchiere. Il piccolo rito la fece sentire ancora più a proprio agio. Aveva scelto cibo e vino senza il minimo tentennamento, non era da lei. Bevve un sorso, il vino non era male, aveva un bouquet fruttato e un gradevole retrogusto; il padre era un intenditore, aveva imparato da lui a giudicare la qualità di un vino. Era questa una capacità che aveva dimenticato, Giancarlo era astemio e comprare il vino solo per lei non le andava. Pensò a quante cose piacevoli aveva dovuto rinunciare da quando stava con lui.

  Arrivarono l’antipasto e la focaccia. Disposti su un piatto di non piccole dimensioni, c’erano pezzi di formaggio di varie qualità, diversi tipi d’insaccati, sott’accetti, olive verdi e nere al forno; l’aspetto era invitante. Guardò l’antipasto alquanto perplessa, le sembrava troppo, poi si mise a mangiare con entusiasmo fin che il piatto restò vuoto.  Anche il calice era vuoto, chiamò il cameriere e ordinò dell’altro vino. Pensò a quante cose buone e belle c’erano nel vasto mondo a portata di mano e lei se ne privava per continuare a vivere accanto a un uomo che non sapeva vivere. Ricordò la discussione della sera precedente, sentì che si stava arrabbiando e cercò di pensare ad altro, non voleva rovinare il momento. Non fu in grado, tuttavia, di fermare la memoria che andò avanti dipanando una vecchia matassa d’incomprensione e astio. Giancarlo avrebbe avuto quindici giorni di ferie ad agosto e lei gli aveva proposto di passare metà di quei giorni a Praga e l’altra metà a Bisceglie. Ovviamente lui aveva risposto di no. Allora aveva ridimensionato la richiesta e aveva azzardato cinque giorni a Praga. Ma non c’era stato verso di ottenere almeno un misero ci penserò. Contro la sua abitudine di lasciar correre, tanto discutere era inutile, lei si era impuntata e avevano litigato. Avevano alzato la voce, cosa che non accadeva mai, alla fine lui aveva urlato: “Non puoi capire che io mi voglia riposare dopo un intero anno di lavoro perché tu non fai niente!” E lei di rimando: “Non faccio niente? Ti faccio da serva, non è abbastanza?” Lui aveva fatto un ghigno che voleva essere un sorriso ironico: “Bene, allora a Bisceglie ti potrai riposare, perché mia madre farà da serva a entrambi”. La discussione era finita lì, lei era uscita dalla stanza e aveva fatto finta di dormire quando lui aveva tentato, timidamente, una riconciliazione a letto.

  Il cameriere portò il vino e ne versò nel bicchiere, questa volta fu più generoso e lei lo ringraziò con un sorriso. Bevve un sorso e poi un altro. Si guardò attorno, l’agitazione portata dal ricordo si attenuava, un sorso ancora e non c’era più. Era tornata al piacevole presente. Sentiva la testa leggera, forse a causa del vino. Persa in quella sensazione, quasi non si accorse che il cameriere le aveva portato la carne e i contorni. Guardò la bella fetta di filetto che emanava un aroma invitante e, prima di iniziare a mangiare, ebbe la certezza che a Praga ci sarebbe andata.

  Uscì dal ristorante con la sensazione di essere leggermente ubriaca. Dopo la carne e i contorni che aveva divorato fino all’ultimo boccone, aveva ordinato dei cantucci con il Vin Santo, altro alcool. Forse era stato l’alcool che le aveva dato la forza di fare quello che aveva fatto.

  L’idea le era venuta con il primo boccone di carne e non aveva preso ancora l’ultimo che già la decisione era stata presa. Aveva cercato gli orari nel cellulare mentre aspettava i cantucci e aveva prenotato inzuppando distrattamente i biscotti nel vino forte e dolce.

  Il pullman per Praga partiva da Torino alle 21.30, il Frecciarossa da Termini alle 16.05 e arrivava a Porta Susa alle 20.40. Aveva tutto il tempo per raggiungere la stazione dei pullman, situata a pochi metri da quella dei treni. Aveva prenotato anche un albergo a Praga, il primo con camere disponibili che le era sembrato conveniente, distava 3 km dal centro storico. Era stata fortunata, perché la maggior parte degli alberghi, entro la fascia di prezzo che si poteva permettere, erano al completo.

Non erano ancora le due, aveva circa un’ora e mezza a disposizione prima di andare a Termini. Le spese fuori programma del mattino iniziavano a ad avere un senso.

  Quella decisione era stata presa durante la notte in qualche parte della sua mente che sfuggiva al controllo della coscienza, n’era certa. Era venuta fuori all’improvviso, si era presentata già pronta per essere attuata come se fosse stata considerata a lungo. Così si spiegava anche la sua determinazione a risparmiare persino gli spiccioli, che spesso la facevano apparire avara. Non era avarizia la sua, era accortezza, stava mettendo insieme il denaro che le occorreva per viaggiare, l’unica ambizione della sua vita. E in questo era stata costante e determinata anche se non del tutto consapevole. Un giorno suo padre, deluso dal suo lasciarsi vivere senza alcun progetto di realizzazione personale, le aveva chiesto se aveva qualche idea di cosa fosse una vocazione, lei era rimasta mortificata, con sensi di colpa e non aveva saputo rispondere. Ora gli avrebbe potuto rispondere senza esitare che la sua vocazione era di viaggiare. Questo pensiero cambiò l’immagine di se stessa che finora aveva avuto e si scoprì fiduciosa e sicura come mai era stata.

  In una farmacia acquistò spazzolino, filo interdentale e dentifricio. Fece una corsa fino a un negozio di articoli sportivi a Campo Marzio e comprò una felpa con il cappuccio, delle scarpe da ginnastica e due paia di calzettoni. A Praga la temperatura era mite, ma a Monaco di Baviera avrebbe dovuto cambiare pullman alle sei e quaranta e l’attesa sarebbe durata più di tre ore, la felpa poteva tornare utile. Fece ancora in tempo ad acquistare un libro da LaFeltrinelli di Largo Argentina e poi prese un taxi che la portò a Termini.

  Le ultime luci di Torino erano rimaste indietro, fuori del finestrino c’era il buio profondo di una notte senza stelle, piovigginava, ma l’interno del pullman era avvolto in una penombra rilassante, si stava bene; i faretti del corridoio erano spenti e si vedevano poche luci individuali ancora accese. L’attendevano circa nove ore di strada prima di arrivare a Monaco, per fortuna i sedili erano confortevoli. Aveva scelto il pullman anziché l’aereo per godersi i panorami, invece il finestrino sembrava lo schermo di un televisore spento. Si sarebbe dovuta accontentare delle quattro ore di percorso diurno  del giorno seguente. Accese il cellulare. Giancarlo l’aveva chiamata sette volte, doveva essere in pensiero, addirittura spaventato. Non era giusto il suo silenzio, era una vera cattiveria. Non le andava, però, di sentirlo e dargli delle spiegazioni, non c’era nulla da spiegare, aveva seguito il proprio desiderio e basta, come per sei anni lui aveva fatto altrettanto. Gli inviò un WhatsApp che diceva semplicemente “sto andando a Praga, non so quando tornerò” e se tornerò, questo lo pensò soltanto, mentre spegneva il cellulare.