La splendida novantenne Agnès Varda presenta il documentario-capolavoro “Visages, Villages” co-diretto con JR

Una splendida novantenne (li compirà il 30 maggio) con oltre sessant’anni di carriera alle spalle (da “Cléo dalle 5 alle 7” a “Senza tetto né legge”), nel novembre scorso, insignita da un Oscar alla carriera, la prima volta per una donna regista, consegnatole da Angelina Jolie. E’ Agnès Varda approdata a Roma per presentare il suo ultimo documentario, diretto a quattro mani con lo street artist JR, trentenne come lei e al suo esordio nel cinema, “Visages, Villages”, in uscita nelle sale italiane giovedì 15 marzo.

Reduce di una candidatura all’Oscar e premiato al Festival di Cannes con l’Oeil d’Or, al Festival di Toronto con il Premio del pubblico per il miglior documentario e vincitore del Film Indipendent Spirit Awards, “Visages, Villages” è un suggestivo e commovente, ottimista e divertente viaggio attraverso la Francia rurale che restituisce dignità e umanità, visibilità e identità a contadini e operai, quindi alla gente comune che spesso non ha voce.

“Non mi piace fare questi incontri senza di JR perché anche lui è autore del film”, esordisce la regista francese che ha portato la sua silhouette, dato che lui è impegnato in una grande mostra a Marsiglia.

“Per me la cucina è stata sempre un luogo di estrema cultura – precisa a proposito dei loro incontri ambientati nella cucina di casa alla presenza del suo gatto – E’ bello e piacevole, un ambiente in cui si può mangiare insieme e parlare, dove si creano legami. Quelli incontri tra noi sono stati preparati, ma quelli con le persone sono veri incontri in cui le mettiamo in risalto trasformandoli in grandissimi eroi”.

“La presenza di JR era fondamentale – prosegue – perché fa delle foto gigantesche, ma la sua storia è più complessa e difficile, lui sa che forse non può cambiare il mondo col suo lavoro, ma cambiare lo sguardo delle persone sul mondo è un buon inizio. Ha fotografato israeliani e palestinesi che fanno lo stesso mestiere da una parte e dall’altra del muro e poi li ha montati come se stessero  guardandosi. L’ha fatto anche nelle favelas brasiliane, infine un grande progetto a Ellis Island con vecchie foto degli immigrati in cerca della terra promessa. E’ molto interessante il suo modo di immaginare il ruolo e la responsabilità dell’artista; non si limita al momento in cui viene fatta l’opera ma deve coinvolgere tutti gli altri, in questo modo cambia anche il nostro sguardo e si creano legami artistici e sociali che sono più importanti del politico. Il nostro lavoro è complementare, in primo piano ci sono le persone, ma non ho mai chiesto opinioni politiche”.

 Varda e JR si sono incontrati nel 2015 (c’è un gustoso gioco-ricostruzione), grazie alla figlia della regista, e hanno subito deciso di lavorare insieme visto che hanno scoperto la comune passione e curiosità per le immagini e in particolare per luoghi e dispositivi che permettono di mostrarle, condividerle, esporle. Come da titolo, ‘visi’ (e villaggi) di persone che diventano sorta di (super) eroi, almeno quanto l’effimera durata delle gigantografie (stampate su carta, ritagliate e incollate su muri e bunker, capannoni e case) di persone incontrate spesso per caso durante la lavorazione del film on the road a bordo del furgone-macchina fotografica di JR.

Ed è anche la storia di un’amicizia, non solo artistica, che è cresciuta durante la lavorazione tra scherzi e sorprese, ridendo delle differenze e constatando le comune passioni tra ‘allievo e maestra’ (unica donna anche nella ‘Nouvelle Vague’), oggi più unica che rara.

“Sapevate il fatto delle corna delle capre? Le bruciano o li tagliano perché diventino meno aggressive e producano più latte – chiede a proposito di uno degli incontri – si tratta di un mondo emerso per caso, una sorta di allegoria della produzione. In un momento che il mondo intero è nel caos, in cui ci sono milioni di immigrati e rifugiati costretti a lasciare la loro terra, noi ci occupavamo di corna, una situazione paradossale, da una parte mi ha fatto anche ridere, però dall’altra è una situazione tristissima, perché amo le capre che nascono con le corna, come quella donna che, invece, le alleva e le difende così come sono. Credo che la sovrapproduzione e la mancanza di amore siano causa di questo caos e che questa attenzione possa servire da antidoto. Però il vero soggetto sono le persone che abbiamo incontrato e filmato e che volevamo che il pubblico conoscesse e amasse. Anche perché realizzando il film abbiamo imparato tante cose. Avevamo sempre l’idea che i contadini fossero persone che lavorano nei campi e la sera tornano a casa per mangiare tutti insieme, invece abbiamo conosciuto uno che con l’aiuto di macchinari agricoli informatizzati coltiva da solo 800 ettari. E poi Jeanine figlia di un minatore rimasta da sola nel quartiere, oppure il postino che conoscevo, i portuali (in sciopero) che hanno portato le mogli per rendere loro un omaggio-monumento sui container, un villaggio abbandonato che poi è stato demolito”.

“La morte? Ovviamente non lo so, nel film affermo – spiega – che mi interessa perché è la fine, quando si ferma tutto, ma ho avuto l’occasione di lavorare con un giovane e di scherzare sulla vecchiaia e sul tempo che passa. JR ha fotografato i miei occhi (da lontano non distinguo, vedo sfocato) e i miei piedi, ha incollate le gigantografia al vagone di un treno che andrà dappertutto, in quei luoghi che non riuscirò a conoscere, e nel film c’è un operaio che, vedendo i miei piedi, ha detto ‘sono piuttosto piccoli’. E’ una vera delizia”.

“Ci sono due tipi di suoni – aggiunge -, nel documentario è vero e reale, invece nelle scene in cui siamo io e lui, è stato preparato. Posso dire che ci sono due colori nel sonoro, ma l’incontro con le persone è la realtà perché non sapevamo cosa sarebbe nato durante le conversazioni. E sono venute fuori cose molto belle come quando abbiamo attaccato la grande foto della capra in una officina, il garagista, dopo aver conosciuto la storia, ha detto spontaneamente ‘forse in cima potremmo metterci delle palline di gomma o dei nasi da clown colorati’. Un esempio di immaginazione e partecipazione”.

“Il crowfonding è stata un’idea di mia figlia Rosalie – conclude – perché quando hai un progetto non puoi fare un film senza soldi, e per partire ci servivano 50mila euro. Questo è stato l’inizio e mi ha permesso di partire per più mesi, viaggiando una settimana al mese, perché ormai non sono più in grado di essere in giro di continuo, e al ritorno preparavamo le riprese che avremmo fatto successivamente. Hanno partecipato le 420 persone che figurano nei titoli di coda che hanno dato e ricevuto qualcosa dal film. Chi ha messo 10 o 20 euro, ma anche qualcuno che ci ha dato 8mila euro. Poi ci sono state la produzione e la distribuzione normali. Io cineasta della vecchia scuola non ero abituata a questo sistema insolito ma interessante e divertente che ci ha permesso di lavorare da subito”.

Vincitore di altri 29 premi internazionali e di altre 30 nomination, “Visages, Villages” ha un finale a sorpresa, emozionante e sorprendente, che riguarda Godard, suo amico di vecchia data e protagonista, con Anna Karina di uno dei primi corti della Varda, ma che non va rivelato a chi non l’ha ancora visto.

Nelle sale italiane dal 15 marzo 2018 distribuito da Cineteca di Bologna in 26 copie, circa