Il glorioso cabaret milanese torna con Gaber e Brassens

di Lorenzo Stella

  È in scena alla Sala Umberto di Roma, purtroppo per soli due giorni, ‘Degni di nota’, uno spettacolo “Tra Gaber e Brassens”, scritto da Alberto Patrucco e Antonio Voceri e interpretato per voce, piano e chitarra da Andrea Mirò e dallo stesso Patrucco con l’accompagnamento di un terzetto di musicisti. Patrucco è un degno erede della gloriosa tradizione del cabaret milanese, noto al grande pubblico soprattutto per gli odierni ‘Zelig’ e ‘Colorado’; Mirò è una brava cantautrice, nota soprattutto come compagna di vita di Enrico Ruggeri, al quale si è splendidamente unita anche in alcuni brani musicali. Il risultato è uno spettacolo che richiama gli echi del teatro comico-satirico meneghino di un tempo, quello del Derby per capirci, portato avanti da personaggi come Nanni Svampa, Lino Patruno, Cochi e Renato, Enzo Jannacci, capace di unire costume e politica, interiorità e sbeffeggio, parole e musica, dolce e amaro… Un mondo che nasce – e forse muore – ben prima della sua deriva televisiva.

  La seconda caratteristica dello spettacolo è quella di dare voce a un Georges Brassens ormai sconosciuto ai più in assoluto e molto lontano dall’immagine melanconica (e spesso, francamente, supponente e noiosetta) degli chansonnier francesi, dotato invece di una fortissima autoironia e di una sorprendente leggerezza. L’altro gigante omaggiato in ‘Degni di nota’ è Giorgio Gaber: còlto, terzo merito dello spettacolo, in alcuni dei suoi brani più riusciti, ‘Il Dilemma’ su tutti, evitando quindi il rischio del ‘best of’ che in questi casi è molto forte.

“La sfida registica è stata quella di tracciare una articolata linea rossa lungo la quale sistemare, o provare a sistemare, le tessere di un mosaico, o forse meglio, le schegge di un cluster, un’esplosione pacifica di parole, musica, idee e suggestioni”, scrive nelle note di regia Emilio Russo. “In Degni di nota, due è il numero perfetto. Due, come Georges Brassens e Giorgio Gaber. Due, sono Alberto Patrucco e Andrea Mirò, così come i codici espressivi che incrociano sulle tavole del palcoscenico: la canzone d’autore e la parola, volutamente in bilico tra due – ancora una volta il due! – cifre stilistiche, l’umorismo e la poesia”, aggiunge Patrucco.

  Un limite dello spettacolo, per essere completi nel giudizio, è l’equilibrio tra i due protagonisti, che appare ancora un po’ da registrare: la voce di Mirò non si sposa sempre a quella profonda ma tecnicamente incerta nei brani di Patrucco, per esempio. Ma il dubbio che sorge è soprattutto se e quanto un’operazione culturale così apprezzabile abbia oggi ancora senso: i monologhi, in particolare, sono ispirati in modo evidente ai due autori di riferimento e denunciano qualche capacità di adattamento alla società contemporanea e alla sua incessante evoluzione. Non a caso, la platea del pubblico era composta in modo quasi esclusivo da 50-60enni, quando sarebbe invece auspicabile riuscire a esportare questo genere verso i pubblici più giovani.