“Nome di donna”

Da una sceneggiatura di Cristiana Mainardi, previa alle denunce di abusi e violenze da parte di datori di lavoro, capi e simili innescata a Hollywood, Marco Tullio Giordana, autore sempre impegnato e coraggioso, lucido e mai retorico, porta sullo schermo il dramma delle donne vittima di abusi, soprattutto psicologici (non minori di quelli fisici), che hanno gli effetti di ricatti, ansia e angoscia, non solo sul lavoro.

“Nome di donna”, infatti, narra la storia di Nina (Cristiana Capotondi), una giovane donna che si trasferisce con la figlioletta in un paesino della bassa Lombardia. Ha trovato impiego in una prestigiosa clinica privata dove lavorano molte altre ragazze, italiane e straniere. Una piccola comunità femminile eterogenea e tuttavia molto unita, anche da un segreto.

Importante la storia – affrontata per la prima volta dal cinema italiano e non solo – e anche il punto di vista che è quello della vittima, da cui scaturiscono tutte le sfumature del caso. La solidarietà femminile e il suo contrario (le colleghe ci hanno già passato ma non hanno denunciato per paura di perdere il lavoro), il senso di impotenza, di ingiustizia, di solitudine e l’isolamento in un mondo dove l’abuso viene considerato alla stregua della gavetta.

L’unico aiuto – oltre al sostegno del compagno – viene dalla vecchia attrice in pensione, Ines (la grande Adriana Asti), molto amata e corteggiata in passato, che le svela le regole del gioco, ricordandole che una volta gli abusi erano considerati ‘complimenti’, segno che è cambiato solo il nome, ma trionfano ancora pregiudizio e ingiustizia.

Infatti, la situazione precipita quando Nina, per niente impaurita né rassegnata, decide di denunciare il direttore dell’istituto perché, lasciata sola, diventerà carnefice anziché vittima, anche al primo processo. Per fortuna trova un donna avvocato (Michela Cescon) abituata a smascherare certi giochi di potere e a lottare in un mare di pregiudizi.

Peccato che la seconda parte, quella post denuncia, e soprattutto in tribunale venga raccontata in modo didascalico e spesso incomprensibile per chi non sia informato a dovere sulla materia. Dispiace perché Giordana era riuscito a fare del Cinema in televisione (soprattutto con “La meglio gioventù”), mentre questa sua ultima opera sembra un passo indietro (formalmente), quasi un film di stampo televisivo e di breve durata mentre, forse stavolta ci voleva qualche minuto in più per rendere più chiaro allo spettatore il mondo di contraddizioni e indifferenza che impera nelle istituzioni su un grave fenomeno che sembra non avere fine.

“Nome di donna” resta comunque un film importante perché tutto questo lo mette in mostra e invita a riflettere dato che, in ogni situazione, spesso regnano ambiguità e sottovalutazione. Tutti (e nessuno) siamo colpevoli, in un modo o nell’altro, perché spesso facciamo come le tre scimmie: non vedo, non parlo e non sento.

Nel cast anche Anita Kravos (Alina), Valerio Binasco (Marco Maria Torri), Bebo Storti (Don Roberto Ferrari), Stefano Scandaletti (Luca, il compagno), Laura Marinoni, Renato Sarti, Patrizia Punzo, Patrizia Piccinini, Vanessa Scalera, Linda Carini, Stefania Monaco. La fotografia è firmata da Vincenzo Carpineta e il montaggio da Francesca Calvelli.

Nelle sale italiane dall’8 marzo distribuito da Videa