Una first lady dell’antichità

  Capostipite di quella schiera di anzianissimi ben portanti che, intervistati dal giornalista di turno sul segreto della loro longevità, sono soliti attribuire il merito al quotidiano bicchiere di vino, è nientemeno che l’imperatrice Livia, moglie e  consigliera di Augusto, già mezza divinizzata quand’era ancora in vita, nonché dea a tutti gli effetti post mortem. Così l’aveva descritta lo storico inglese Anthony A. Barrett nell’amplissima biografia (554 pagine, edizioni dell’ Altana), dal pertinente titolo: Livia. La First Lady dell’impero, e osservando tra l’altro: “Il fatto stesso che sopravvivesse assolutamente incolume per più di sessant’anni nel cuore del potere romano, e quello probabilmente ancor più rimarchevole d’esser stata riverita e ammirata per molte generazioni dopo la sua morte, attesta la sua accorta capacità di guadagnarsi il sostegno, la simpatia e persino l’affetto dei contemporanei. Livia potrebbe così essere la First Lady di Roma in senso ampio, dato che nessuna donna romana prima o dopo di lei riuscì a ottenere rispetto e devozione più profondi e durevoli”.

  Aggiunge l’autore che quella imperiale “era un’epoca in cui il potere politico s’intrecciava con le risorse private e con un indiscusso, personale carisma”. Un carisma, prosegue, che si identificava anche con lo stile di vita: a quello di Livia sono dedicati ampi capitoli che gettano una luce inedita sul personaggio e la sua epoca.

  Per tornare al quotidiano bicchiere di vino, Livia era solita gustare una sola etichetta, il Pucino, prodotto da un vitigno selezionatissimo, coltivato non lontano dalle foci del Timavo e che gli enologi, dopo molte ricerche, stimano essere l’odierno prosecco. Secondo Plinio, il Pucino possedeva virtù medicamentose, ragione questa non secondaria della propensione di Livia per questo vino. La moglie di Augusto fu infatti una salutista ante litteram, seguace delle dottrine di un famoso guru dell’epoca, Asclepiade, il quale oltre a prescrivere diete, esercizi passivi, massaggi, bagni, letti oscillanti, era un fervido assertore del consumo di vino, purché moderato. Anche Livia era solita confezionare pozioni con le erbe che coltivava personalmente nella sua villa di Prima Porta. Oltre al bicchiere di vino Livia consumava una dose quotidiana di inula, un’erbacea dai bei fiori gialli che cresce in tutta l’area mediterranea, le cui radici amarognole sono tuttora impiegate in farmacia e in liquoreria. Inutile dire che l’orto che circondava la villa di Prima Porta traboccava di questa pianta, e i romani avevano cominciato a farne grande uso seguendo il suo esempio. I rimedi naturali che ci sono pervenuti e di cui Livia era generosa dispensatrice comprendono tra l’altro una pasta dentifricia, un medicamento contro le infiammazioni alla gola e uno per alleviare gli stati di tensione nervosa. Le dosi erano meticolosamente prescritte in monetine come unità di peso: 2 denarii di oppio, un denario di coriandolo, un vittoriato (mezzo denario)  di amomo, e così via.

  Procurarsi tutti gli ingredienti raccomandati da Livia non era semplice: per realizzare quello contro le infiammazioni alla gola ne occorrevano ben diciassette, tra cui “cenere di pulcini di rondine selvatica”. Fosse nata nel Medioevo, di sicuro Livia non sarebbe sfuggita al rogo come strega. Nella Roma imperiale, grazie anche al ruolo che ricopriva, il massimo in cui poteva incorrere era il pettegolezzo: un pettegolezzo pesante, però, dal momento che (come da prefazione di Luciano Canfora), “secondo Caligola le morti di Marcello, di Caio Cesare e di Lucio Cesare – tutti ostacoli all’ascesa di Tiberio, figlio di Livia e del suo primo marito – avevano a che fare con lei. La chiamavano Ulixes Stolatus, Ulisse vestito da donna”. Erano solo dicerie, però: prove contro di lei non ce n’erano, anche se l’autore della biografia fornisce una spiegazione un po’ maliziosa a quel pettegolezzo: “”Poiché spettava alle donne la responsabilità principale del benessere familiare, era inevitabile che cadessero su di lei i sospetti in caso di morte procurata da problemi gastrici. Se Livia insisteva con i suoi sistemi di cura con i familiari, non si stenta a immaginare che potesse sorgere qualche diceria in seguito a una morte per lei vantaggiosa. Non si dovrebbe sottovalutare la possibilità che la stravagante combinazione di erba melica e cenere di rondine facesse più male che bene e che lei potesse aver contribuito a liquidare alcuni  suoi pazienti, a dispetto delle sue buone intenzioni”. A Livia vennero mosse accuse di aver avvelenato Augusto semplicemente con i fichi della pianta che cresceva nella villa di Prima Porta, i cui bellissimi affreschi – tutti voli d’uccelli e luoghi boscosi – sono  ulteriore conferma dell’amore di Livia per la natura. In ogni caso, Augusto morì serenamente, con una frase che si direbbe suggello d’un vecchio film d’amore: “Livia, nostri coniugii memor, vive ac vale” (Livia, nel ricordo della nostra unione, vivi e stai bene).

  E d’amore in effetti si trattò. Quando Augusto mise gli occhi su Livia, erano entrambi sposati, lei per giunta incinta del secondo figlio. Essendo la nuova unione rimasta infertile, la legge consentiva ad Augusto di chiedere il divorzio. Non lo fece: anzi, adottando i figli che lei aveva avuto dal precedente matrimonio, restandole fedele per tutta la vita e costantemente additando la moglie come esempio da imitare.

  Era bella Livia? Ovidio la descrive come una Venere col volto di Giunone. Nelle numerose statue che la raffigurano, Livia ha il volto piuttosto rotondo e quasi senza espressione. Nonostante il rango, non si vedono gioielli, e le vesti sono improntate alla più sobria eleganza. La lunga vita di Livia si svolse infatti all’insegna della compostezza e della moderazione, in gran parte voluta per mantenersi all’altezza del suo ruolo di First Lady. Quando fu colpita dalla tragedia della morte del figlio Druso, andò in terapia (si direbbe oggi), dal filosofo Areo Didimo d’Alessandria, che con i suoi consigli l’aiutò a non perdere il controllo in pubblico. Venne meno al suo contegno distaccato soltanto in due occasioni: fu quando, trovandosi casualmente presente a due incendi, diede una mano per spegnere il fuoco.

 Nell’Ara Pacis è raffigurata con i figli Druso e Tiberio nel fregio che orna la tomba di Augusto.

                        Ivana Musiani

 

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