La mia ombra è un leone danzante

 Tra le donne del passato che hanno lasciato un’ impronta, per questa data dell’8 marzo,  vorrei figurasse Laura Corbu, una giovane donna del presente.

Laura ha trentun anni e, oggi, vive a Nuoro, dove è nata.

  Con ammirazione anche per l’incisività della sua scrittura, Gattomerlino edizioni pubblica in questi giorni, nella serie Amaranto delle prose autobiografiche, il suo libro “La mia ombra è un leone danzante”. Qui Laura Corbu ha narrato, tra l’altro, di una grave crisi psicotica che l’ha colpita quando lavorava a Bologna in un fast food. Laura ha avuto il coraggio di riconoscersi in quella ragazza malata, di scrivere per aiutarla, e aiutarsi, a uscire dalla sua condizione.

  Proponendo la copertina del libro (che è un suo disegno)e  un piccolo saggio della sua narrazione Gattomerlino edizioni vuole  festeggiare qui  il suo 8 marzo, con con Clara Maffei e con Laura Corbu!

Piera Mattei

da “La mia ombra è un leone danzante” di Laura Corbu, Gattomerlino edizioni

Dopo un mese dal mio tentato suicidio mia sorella Barbara si sposò.
Andammo a Roma.
Non so con quale faccia andai. Probabilmente indossavo una maschera. Era un periodo molto difficile per me. Prendevo il litio e avevo sbalzi di umore.
Barbara era bellissima e vederla mi emozionò.
La cosa più bella capitò circa un anno dopo.
Il venti agosto 2013 nacque Asia.
Quando arrivammo a casa di mia sorella e vidi la bambina mi venne una crisi di pianto; piansero anche mia sorella e mia madre insieme a me.
Piangevo per la mia vita?
Piangevo perché era la vita a dirmi: “C’è vita, guarda!”
Piangevo perché era accaduto qualcosa di bello dopo anni di sofferenze assurde.
Insomma, era un’emozione liquida.
Asia è talmente bella che le parole stonerebbero.
Non passò molto tempo e ricevetti un’altra bella notizia.
Era in arrivo un’altra bambina, questa volta si trattava della figlia di mio fratello Marco, Nicole.
La nostra Nicoccolina. Lei nacque il sedici gennaio 2014.
In sala d’attesa mi sentivo tranquilla.
Poi la piccola si fece sentire col suo pianto.
Vidi Marco uscire dalla stanza. Indossava una cuffietta verde e il camice. Non appena lo vidi trattenni a stento le lacrime. Ero emozionata per lui.
Ero disperata per me stessa. Disperata in modo accecante.
L’unica cosa che potevo fare era provare a vivere senza farmaci.
Smisi di assumere la terapia nella convinzione di poter guarire così. Come per magia. Mia piccola susina, come t’illudevi. Passai dei mesi “normali” senza psicosi, ma l’idea del suicidio tornò tra i miei pensieri. E smisi di mangiare.
Mentre digiunavo tra agosto e settembre del 2014, entrando nel quinto giorno, sentii la vita dentro di me. Mi truccai pochissimo e, vedendo che le pupille non erano dilatate, mi commossi, come se avessi ritrovato la mia identità smarrita. Il sonnifero che avevo preso ininterrottamente per un anno mi aveva cambiato lo sguardo. O almeno questa era la mia sensazione.
Ma il senso di ritrovamento durò ben poco.
Tornai con la mente e con il corpo ai fatti di Bologna, di nuovo ebbi paura del buio e di dormire sola. Dormii sul divano insieme ai miei genitori finché la reintroduzione del farmaco antipsicotico mi riportò ad una sorta di equilibrio e alla consapevolezza di esser malata per davvero. Pensavo che la casa fosse finta e che se avessi varcato il portone di casa avrei rivisto Bologna. Pensavo che il paesaggio che vedevo dalla finestra fosse un manifesto di carta. Grazie alla terapia tornai in me.

E sentii nuovamente il peso della balbuzie, come se la pazzia, tenuta a bada dal farmaco, fosse un problema risolto.