Grazia Deledda, scrittura e identità

  « Intendo ricordare la Sardegna della mia fanciullezza, ma soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere, quasi religioso di certi vecchi pastori e contadini sardi (…) nonostante la loro assoluta mancanza di cultura, fa credere ad una abitudine atavica di pensiero e di contemplazione superiore della vita e delle cose di là della vita. Da alcuni di questi vecchi ho appreso verità e cognizioni che nessun libro mi ha rivelato più limpide e consolanti. Sono le grandi verità fondamentali che i primi abitatori della terra dovettero scavare da loro stessi, maestri e scolari a un tempo, al cospetto dei grandiosi arcani della natura e del cuore umano… »

  Niente meglio di queste parole, pronunciate da lei stessa, può esprimere il senso profondo dell’opera della grande scrittrice sarda.

  Grazia Maria Cosima Damiana Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871 in una famiglia benestante. Quinta di sette fratelli e sorelle, frequentò la scuola elementare fino alla quarta classe e proseguì la sua istruzione con un professore che le impartì lezioni di italiano, latino e francese; tuttavia, la sua formazione culturale fu del tutto autodidatta. L’approccio disordinato ai grandi scrittori dell’Ottocento, Dumas, Balzac, Byron, Hugo che si accompagnava all’interesse per i romanzi dell’Invernizio, costituì il suo incontro con la letteratura e orientò i suoi primi passi come scrittrice.  Un’influenza ultra romantica dai contorni melodrammatici e dalle tinte forti e contrastanti, si evidenzia nel suo romanzo di esordio pubblicato dall’Avvenire della Sardegna nel 1890 dal suggestivo titolo “Stella d’Oriente” e con la firma di Ilia di Sant’Ismael. Ne seguirono altri con la stessa impronta: “Nell’azzurro”, “Fior di Sardegna”, “Amore regale”, “La regina delle tenebre”.

  Prima di dedicarsi al romanzo, aveva pubblicato nel 1886 un racconto su un giornale di Nuoro e, due anni più tardi, la rivista Ultima ora iniziò a pubblicare i suoi racconti. I suoi lavori di quel periodo non si svincolano da un romanticismo trasognato e feuilletonistico. La svolta decisiva per la sua crescita intellettuale e letteraria avvenne nell’incontro con il verismo di Giovanni Verga. Lasciati gli amori regali e le regine delle tenebre, l’interesse della Deledda si volge verso la realtà che la circonda. E’ un ambiente contadino sperduto nel cuore della Barbagia, regolato da un’immutabile legge patriarcale che divide la comunità in possidenti e servi, in uomini e donne. Un codice implacabile che peserà sui futuri personaggi della scrittrice, dibattuti tra l’impulso a trasgredire la logica atavica e andare verso un nuovo modo di concepire il mondo e le relazioni umane e la colpa che ne deriva. Frutto di quella svolta è “La via del male” edito nel 1896. Con questo romanzo il nome della Deledda valicherà i limiti della Sardegna affermandosi nel resto di Italia.

  Nel 1899 lascia per la prima volta Nuoro per andare a Cagliari. Chissà con quanta meraviglia avrà osservato la città in piena espansione dopo che, con l’Unità d’Italia, le era stato tolto il ruolo di piazzaforte e le mura medievali erano state abbattute, mentre dal continente arrivavano capitali a sostegno dell’incipiente industrializzazione e i nuovi palazzi Liberty testimoniavano il suo ingresso nella modernità

   Non sappiamo come Grazia avrà percepito tutto quel fermento, così distante dalla sua sonnecchiante Nuoro, sappiamo invece che a Cagliari conobbe il funzionario statale Palmiro Medesani che in breve sposò e con il quale si traferì l’anno dopo a Roma.

  Nel frattempo, con l’approssimarsi del nuovo secolo, tutto era in movimento, tutto stava cambiando, nella società e nella letteratura. Le città venivano scosse dai primi moti anarchici; nel 1892 nasceva a Genova il Partito dei Lavoratori Italiani che tre anni più tardi avrebbe preso il nome definitivo di Partito socialista. Un partito moderno in cui la sinistra italiana si organizzava, interpretando il disagio crescente delle classi inferiori di fronte all’assetto borghese liberale dello stato, consolidato dopo che la spinta risorgimentale si era esaurita. La tensione sociale esplodeva nei moti operai in Sicilia e a Milano, violentemente repressi dall’esercito. L’Ottocento si portava via con sé i Balzac, i Flaubert, i Maupassant e i russi Dostoevskij e Tolstoj occupavano la scena, mentre in Italia l’impegno sociale degli intellettuali regrediva; il verismo di Verga tramontava e brillava la stella di Gabriele D’Annunzio e Antonio Fogazzaro.

  In questo clima la Deledda, lungi dall’aderire alle correnti dell’epoca, rinsalda la sua personalità di scrittrice legata alla realtà contemporanea e, più precisamente, alla realtà delle regioni più arretrate della sua Sardegna, non ancora sfiorate dai mutamenti sociali. La crisi del verismo, a cui in qualche modo appartiene, sembra non toccarla, si stacca da un certo economicismo verghiano e volge l’attenzione al venir meno dei valori che fino allora reggevano la coesione familiare e allo smarrimento individuale provocato dalla conseguente crisi della famiglia. Nell’isola, dove un ferreo codice morale di stampo patriarcale condizionava da sempre le esistenze, assumendo il carattere di un vero tabù, questa lacerazione degli affetti poteva assumere le forme più drammaticamente emblematiche. L’individuo sente la forza di una spinta che lo porta a oltrepassare i limiti, a infrangere il tabù, nella ricerca, non del tutto consapevole, dell’affermazione di se stesso e vive questa esperienza con l’orrore del peccato e della colpa. Nascono così i grandi romanzi di una scrittrice giunta alla piena maturità creativa e al completo dominio della sua arte. Il ciclo si apre nel 1900 con la pubblicazione di “Elias Portolu” e prosegue lungo un ventennio con tanti altri titoli, “Cenere”, “L’edera”, “Canne al vento”, “La madre”, “Mariana Circa”, “L’incendio nell’uliveto”.

  L’ondata di rinnovamento che agitava la società nei primi decenni del ‘900 non poteva non coinvolgere le donne, protagoniste fin dagli albori dell’Unità d’Italia della lotta   per il diritto alla cittadinanza e al voto e per una piena partecipazione alle vicende politiche e sociali, finora esclusiva prerogativa maschile, rifiutando il ruolo che le confinava tra le mura domestiche. La Deledda non restò indifferente alle rivendicazioni del suo sesso.  Nel romanzo “Naufraghi in porto” del 1902 si occupò del divorzio, tema mai toccato finora da una donna e nel 1911, in un’intervista per La Tribuna, affermò la necessità del divorzio quando subentravano conflitti che rendevano impossibile la convivenza di una coppia. Nella ristampa del romanzo, che era stato tradotto in inglese negli Stati Uniti, cambiò il titolo in “Dopo il divorzio” per renderlo più esplicito. Intervistata da un circolo di donne romane, sempre nel 1911, affermò: “Trovo giusto e bene che la donna pensi, studi e lavori”. Tre anni prima, nel 1908, aveva partecipato a Roma al Primo Congresso Nazionale delle Donne Italiane e l’anno dopo, aveva permesso che i Radicali la candidassero nel collegio di Nuoro, candidatura provocatoria, giacché le donne non avevano diritto al voto e, nonostante ciò, ottenne 34 voti.

  La donna nei romanzi della Deledda, confinata in un arcaico ambiente contadino isolano, non sembra tuttavia essere esclusa dall’inquietudine libertaria che percorre il continente. Preme in lei l’impulso a trasgredire la legge patriarcale e a rivendicare il diritto di disporre liberamente di se stessa. Non è sostenuta dai fondamenti politico culturali che animano la ribellione femminile nel resto d’Italia. La sua resistenza a piegarsi all’ordine prestabilito è spontanea e solitaria, nasce da una consapevolezza di se stessa e dalla propria forza che non poggia su un attento esame della condizione subalterna in cui è relegata, che va al di là della coscienza; si potrebbe dire che sorge direttamente dall’inconscio. Questa rivolta spontanea e isolata risente della mancanza del sostegno di una presa di coscienza collettiva ed è condannata al fallimento. Non per questo la forza delle eroine deleddiane viene meno, al contrario, l’isolamento aumenta il significato della loro rivolta e la loro dimensione umana si rafforza nel confronto con la manifesta irrisolutezza dei personaggi maschili, frutto del declino di una concezione retrograda della virilità.

  Nel 1926 a Grazia Deledda viene assegnato il Premio Nobel per la letteratura; è il secondo Nobel conquistato da una donna e il primo da una scrittrice italiana. La sua candidatura non era stata proposta da letterati italiani, bensì da un gruppo di intellettuali svedesi.

  “Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei.”

  “Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio”.

  “Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”.

  Questi i passaggi più toccanti del breve discorso che pronunciò a Stoccolma davanti ai sovrani svedesi alla consegna del premio.

  “Annalena Bilsini”, “Il paese del vento”, “La chiesa della solitudine” chiudono il lungo percorso creativo della scrittrice. “La chiesa della solitudine” in cui la protagonista è, come lei, malata di un tumore, esce nel 1936, lo stesso anno della sua morte, avvenuta il 15 agosto a Roma. Lascia incompiuto un romanzo autobiografico che verrà pubblicato l’anno seguente a cura di Antonio Baldini con il titolo “Cosima, quasi Grazia”.

Gladis Alicia Pereyra

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