Anna Magnani, Mamma Roma e le altre. Un’icona italiana per tutto il mondo

Anna Magnani, Nannarella, l’icona del neorealismo e del cinema italiano che tutti ci invidiano. Dice la leggenda che fosse nata ad Alessandria d’Egitto, ma in realtà era “una romana de’ Roma”, anzi “era nata a Piazza Campitelli”, diceva Osvaldo Ruggeri, il suo ultimo compagno. Il 7 marzo 1908 (proprio ieri avrebbe compiuto 110 anni), ma l’equivoco era nato perché la mamma – originaria di Ravenna -, aveva sposato un egiziano ed era andata a vivere ad Alessandria d’Egitto, affidandola alle cure della nonna materna.

La grande Anna era vissuta fino a 15 anni in un mondo di sole donne e, sentendosi rifiutata dal patrigno, si era attaccata alla nonna che la spronava a continuare gli studi di pianoforte. E proprio mentre frequentava l’Accademia di Santa Cecilia, scoprì la Scuola di Arte Drammatica, diretta da Silvio D’Amico. Proprio allora decise di diventare attrice e cominciò la gavetta, anche se tutti al saggio – si dice che anche Petrolini l’abbia notata – la considerarono subito un talento naturale.

Dopo instancabili tournée con la compagnia di Dario Niccodemi, arriva il colpo di fortuna: l’attrice giovane sposa un riccone argentino e parte con lui. A sostituirla penserà la Magnani che conosceva le parti di tutta la compagnia. Da quel momento in poi, ogni giorno, Anna diventa sempre più conosciuta. E nei primi anni ’30 a Roma, dopo la morte della nonna, lotterà per raggiungere il successo.

“Da quel giorno – diceva – ebbi il coraggio di ribellarmi, di far uscire da me stessa quello che prima era sempre rimasto nascosto, di gridare quando ne sentivo il bisogno, di tacere quando ne avevo voglia. Sì, quel giorno era nata ‘la Magnani’.” (da “Nannarella, il romanzo di Anna Magnani” di Giancarlo Governi – Gruppo ed. Fabbri-Bompiani, Sonzogno, Etas).

Nel 1932 Anna si ritrova a lavorare insieme a Paolo Stoppa nella compagnia di Antonio Gandusio, che si innamora di lei e l’apprezza così tanto da spingerla a tentare anche la strada del cinema. Nel 1934 passa alla rivista, con i fratelli De Rege e, dal 1941, in una fortunatissima serie di spettacoli con Totò.

Il suo debutto cinematografico è del 1934 con “La cieca di Sorrento” di Nunzio Malasomma, anche se già nel 1928 era ‘apparsa’ in “Scampolo” di Augusto Genina. Il 3 ottobre 1935 sposa il regista cinematografico Goffredo Alessandrini con cui – nel 1936 – gira “Cavalleria” e poi, nonostante la separazione nel 1940 e il divorzio soltanto nel 1950, interpreta anche “Camicie rosse” (1952), nella parte di Anita Garibaldi.

Infatti, dopo numerosi film in cui interpreta piccoli ruoli, dalla cameriera alla cantante, era riuscita ad imporsi grazie a Vittorio De Sica, che le offrì per la prima volta la possibilità di costruire un vero e proprio personaggio, quello di Loretta Prima, artista del varietà, in “Teresa Venerdì”. Senza abbandonare l’avanspettacolo, Magnani è protagonista poi, nel ruolo della verduraia romana, in “Campo de’ Fiori” di Mario Bonnard (1943) accanto ad Aldo Fabrizi, col quale forma un duetto inimitabile, tanto da ritrovarsi subito dopo ne “L’ultima carrozzella” di Mario Mattoli, scritto dallo stesso Fabrizi.

Il 23 ottobre 1942 dà alla luce il suo unico figlio, Luca, nato dalla relazione con l’attore Massimo Serato (più giovane di otto anni), il quale l’abbandona non appena scopre che lei è incinta. L’attrice riuscì ad imporre il proprio cognome al figlio, come già aveva fatto la madre Marina con lei, uno dei pochissimi casi di genealogia matrilineare che si protrae addirittura per tre generazioni.

E’ “Roma città aperta” di Roberto Rossellini (1945) a consacrarla internazionalmente nel ruolo di una donna vera – ispirata, con qualche variazione, a Teresa Gullace – che sposa un uomo, lavoratore clandestino nella tipografia dove si stampano i giornali della Resistenza. Quella donna che verrà uccisa nel finale mentre tenta di salutare il suo uomo e impedire che venga portato via. La sua corsa dietro il camion (racconta la leggenda che in realtà stesse correndo dietro a Serato e che Rossellini fece riprendere al volo) e la sua gratuita uccisione rimarranno nella mente di intere generazione, anche perché a dare corpo e volto a quella donna, tutte e nessuna, era ‘Nannarella’, la popolana inimitabile, la donna senza peli sulla lingua, dal cuore grande quanto questa città, Roma, di cui è ancora simbolo e rappresentante in Italia e nel mondo.

Attivissima in quel periodo, Anna gira subito dopo “Abbasso la miseria!” di Gennaro Righelli (tra gli sceneggiatori Monicelli), che diventerà un dittico con “Abbasso la ricchezza”, degli stessi autori, ma accanto a Vittorio De Sica. Proprio nel 1946, al fianco di Amedeo Nazzari, interpreta “Il bandito” di Alberto Lattuada, il primo film neorealista del regista, considerato fino ad allora uno dei cosiddetti ‘formalisti’ o ‘calligrafici’. Questo film, invece, narra una tipica storia del dopoguerra come i grandi classici del genere. Un reduce alle prese con una realtà di vite troncate, miseria e piccola delinquenza.

Proprio dopo “Roma città aperta”, il capolavoro di Rossellini che la impose come la più importante protagonista della scuola neorealista, Anna Magnani venne un po’ incasellata nel ruolo della popolana, ma soprattutto in opere bozzettistiche che solo nell’ambiente rievocano la forza e la drammaticità del film di Rossellini. Ma con “L’onorevole Angelina” (1947) Nannarella ritrova il personaggio sanguigno e appassionato della vera popolana. Un ruolo che gli stava a pennello, come il vestito della ‘sora Giulia’ che lei comprò direttamente dalla comparsa.

Nannarella sinonimo di Roma, ma della Roma delle borgate e dei sacrifici quotidiani, ma non dei sacrifici inutili. Anna la donna che non si arrende, che lotta ogni giorno contro ingiustizie, pregiudizi e miserie, che anziché tacere e ‘abbozzare’ urla e si dibatte con tutte le sue forze. Infatti, una volta avuta l’idea del film, il regista Luigi Zampa, assieme agli sceneggiatori Piero Tellini e Suso Cecchi d’Amico, pensarono a lei e solo a lei. Nessun’altra attrice di allora avrebbe potuto interpretare meglio di lei la ‘sora Angelina’ alle prese con una battaglia che tutte le altre donne credevano persa.

E le donne della borgata (la Pietralata dell’epoca) che l’attorniavano nel film diventarono subito modelli e compagne di lavoro per Nannarella. Un torrente irrefrenabile di umanità, un fiume di romanità contro speculatori e politicanti. Zampa, invece, iniziò con quel film la sua serie di drammi satirici, feroci e amari, sulla democrazia appena nata, ambientati nell’immediato dopoguerra, e in questo caso mostra una Roma popolare, non ancora invasa dal cemento, ma già preda della speculazione edilizia e di intrallazzi politici.

Rossellini e Magnani, un famoso connubio. Il grande regista e la grande attrice, l’uomo e la donna uniti dall’amore che dà titolo al film ispirato e interpretato dalla Magnani quando era ancora sentimentalmente legata al Maestro. “L’Amore” (1948) è l’unione di due episodi girati separatamente e che per questa ragione vanno considerati e giudicati separatamente. Lo stesso Rossellini ricordava che una volta finito il primo non trovava un distributore e fu costretto a girarne un altro, “i registi – diceva – sono schiavi della lunghezza degli spettacoli. Federico Fellini, che abitualmente lavorava con me, mi raccontò una storia da cui subito trassi il film ‘Il miracolo’. Una storia totalmente inventata che Fellini (anche attore, pesantemente truccato) in un primo momento aveva lanciato lì per lì come se l’avesse letta da qualche parte”.

Infatti il primo, “La voce umana”, dal celebre monologo di Jean Cocteau, era stato girato nel 1947 e offre un adattamento letterale che offre all’attrice la possibilità di dare prova delle sue capacità interpretative, soprattutto drammatiche. Rossellini scruta il suo volto con una serie di primi piani (“ho avuto l’opportunità di usare la cinepresa come fosse un microscopio”, disse) che indagano sui sentimenti di una donna disperata.

Una radiografia dell’anima che l’inimitabile Nannarella trasforma nel saggio di una grande attrice, soffrendo e piangendo insieme al personaggio. L’attrice e la donna davanti all’occhio spietato della cinepresa che non la lascia un attimo. Niente di più cinematografico, nonostante l’origine teatrale del testo. Inoltre, il regista fa un uso abbastanza inedito per l’epoca del piano sequenza (25 riprese che gli permettono di seguire l’attrice senza interromperla). Un dramma intimista che si presenta all’avanguardia rispetto al cinema del periodo.

“Ho capito che non ero nata attrice – dichiarava –. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per questa lacrima, ho implorato questa carezza. Se oggi dovessi morire, sappiate che ci ho rinunciato. Ma mi ci sono voluti tanti anni, tanti errori”.

“Sarò presuntuosa – aggiungeva -, ma non credo di recitare. Vivo quello che faccio o credo di viverlo, che è lo stesso” (da Ciakintasca).

Ma Anna era soprattutto Roma, forse per questo la versione di “Assunta Spina” di Mario Mattoli con Eduardo De Filippo (1948) e di ambiente napoletano – tratto dal dramma teatrale di Salvatore Di Giacomo – è stato pressoché dimenticato. Considerato allora un ‘drammone retorico’, vale soprattutto per la sempre incisiva interpretazione della Magnani, assecondata da due mostri sacri del teatro napoletano come Eduardo e Titina De Filippo, che conferma il talento di una grande attrice ‘naturale’, dotata di un viso estremamente espressivo e di due occhi che non hanno bisogno della parola per comunicare odio e amore, dolore e felicità.

Costretta a rinunciare a “Ossessione” di Luchino Visconti, perché in avanzato stato di gravidanza, la Magnani fece comunque coppia con Massimo Girotti – “il bellissimo del cinema italiano” – subito dopo in “Molti sogni per le strade” di Mario Camerini, una storia di quotidiana disperazione nell’Italia del secondo dopoguerra. Una vicenda neorealista – fra disoccupazione, fame e piccola delinquenza – addolcita dallo stile sommesso del maestro della commedia anni Trenta. Simbolo della città eterna, Nannarella, lo è diventata non solo con “Roma città aperta”, e si confermata le nel decennio successivo fino a “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini e nel cameo di “Roma” di Federico Fellini.

Il 1949 è segnato da quella che è stata definita la “guerra dei vulcani”: lasciata da Rossellini per Ingrid Bergman che gli si era proposta per un film da girare in Italia, quando il regista decise di girare “Stromboli” con la sua rivale, la Magnani accettò di girare “Vulcano” di William Dieterle con Rossano Brazzi, nella stessa Sicilia.

Nel 1952, è protagonista di un altro capolavoro, stavolta di Luchino Visconti,“Bellissima”, in cui interpreta il ruolo di una madre che cerca di far suo il ‘sogno’ di Cinecittà attraverso la figlioletta, portata negli studi per un provino fra centinaia di bambine. Nello stesso anno è  ne “La carrozza d’oro” del maestro francese Jean Renoir, su una sceneggiatura scritta per ‘l’allievo’ Visconti, da un testo di Prosper Merimée. Un film in costume dove l’attrice eclissa tutto e tutti, tranne la commedia dell’arte di cui è un appassionato omaggio.

Ormai star internazionale, Magnani viene chiamata a Hollywood per interpretare ruoli che ormai lei stessa si cuce addosso. Trionfo e riconoscimenti internazionali per “La rosa tatuata” di Daniel Mann (1955) dalla pièce di Tennessee Williams, con Burt Lancaster e Marisa Pavan, la quale ritirerà a suo nome il premio Oscar  – aveva avuto già il Golden Globe -, il più importante dei 22 premi ricevuti nella sua carriera (e altre sei nomination).

Impossibile ricordare tutti, oltre cinquanta, film da lei interpretati, ma va segnalato che in America ha girato due anni dopo “Selvaggio è il vento”, diretto dal ‘regista delle donne’ George Cukor, dal romanzo di Vittorio Nino Novarese – già portato sullo schermo nel 1947 dall’ex marito, Alessandrini, in “Furia” -, con Anthony Quinn e il giovanissimo Anthony Franciosa. Melodramma a tinte forti per cui ebbe l’Orso d’Argento al Festival di Berlino e la sua seconda nomination all’Oscar che è andato, invece, a Joanne Woodward, protagonista di “La donna dai tre volti”.

Chiude la trilogia americana, “Pelle di serpente” di Sidney Lumet (1959) accanto a Marlon Brando e la stessa Woodward, scritto da Tennessee Williams ‘appositamente per Brando e la Magnani”. Stavolta nessuna nomination, nemmeno per l’attore, ma premi per la Woodward e Lumet al Festival di San Sebastian.

Dopo la commedia più amara che dolce “Risate di gioia” di Mario Monicelli, in cui Nannarella recita accanto a Totò e Ben Gazzara – e il rifiuto di recitare il ruolo della madre di Sophia Loren ne “La Ciociara” -, tocca ad un altro capolavoro, “Mamma Roma”, opera seconda di Pier Paolo Pasolini, anche se i due si erano mostrati insoddisfatti del risultato. Lei disse “Pasolini mi ha usata” e il regista sostenne “è stata troppo borghese”, ma ciò non rovinò la loro reciproca amicizia e stima. Invece erano stati entrambi ineguagliabili.

Il film, attaccato come di consueto dalla critica conservatrice che lo definiva tecnicamente grezzo, inorganico e inespressivo, mentre il Centro Cattolico Cinematografico escludeva addirittura la visione ai credenti, ebbe grande successo all’estero, soprattutto in Francia. Era stato presentato in anteprima alla Mostra di Venezia, dove vinse due premi collaterali dai Cineclub italiani (Fice) e, Nuovo Cinema, alla Magnani, come Miglior attrice; ma non al botteghino.

Da allora, diventata sempre più selettiva, le sue interpretazioni diventarono sporadiche ma vanno segnalate: “La pila della Peppa” di Claude Autant-Lara (1963), con Pierre Brasseur e Bourvil; l’episodio “La famiglia” in “Made in Italy” di Nanni Loy (1965), “Il segreto di Santa Vittoria” di Stanley Kramer, nuovamente accanto ad Anthony Quinn.

Nel 1971 accetta finalmente di girare tre film per la tivù (i primi prodotti dalla Rai), scritti e diretti da Alfredo Giannetti “Tre donne”, composto da tre intensi ritratti: “La sciantosa” con Massimo Ranieri; “1943: un incontro” con Enrico Maria Salerno; “L’automobile” con Vittorio Caprioli. Chiude la sua eccezionale carriera con “… Correva l’anno di grazia 1870”, sempre per la Rai e diretta da Giannetti, al fianco di Marcello Mastroianni. Il suo addio al pubblico nel cameo della “Roma” di Fellini. Infatti, morì qualche mese dopo, il 26 settembre 1973, ovviamente, nella sua amata Roma.

In Italia vinse ben cinque Nastri d’Argento: “Roma città aperta” (1946); “L’onorevole Angelina” (1948); “L’Amore” (1949); “Bellissima” (1952); “Suor Letizia” (1957) e, due tardivi David di Donatello per “La rosa tatuata” (1956) e “Nella città l’inferno” (1959). Ma nessuno dei due per “Mamma Roma”. Nel 1960 ha lasciato le impronte delle mani sulla Walk of Fame di Hollywood, destinate alle vere Star del Cinema Internazionale

Il grande Eduardo De Filippo, dopo la sua morte le dedicò una poesia: “Confusi con la pioggia sul selciato, sono caduti gli occhi che vedevano gli occhi di Nannarella che seguivano le camminate lente sfiduciate ogni passo perduto della povera gente. Tutti i selciati di Roma hanno strillato. Le pietre del mondo li hanno uditi”.