Il Pesce d’Aprile che non voleva diventare un uovo di Pasqua e finì in fondo al mare

  Era rude la mano del cioccolataio, ma quando la sua opera fu compiuta mi resi conto che aveva realizzato un capolavoro. E quel capolavoro ero io, un bel pesce che seppure di cioccolata non mancava dei principali attributi dei pesci veri: coda, pinne, branchie. Anche la lunghezza, una trentina di centimetri, era ragguardevole. Altre mani, più delicate, mi resero ancora più bello rivestendomi di una carta stagnola dai colori iridescenti.

  Ricordo perfettamente la data della mia creazione perché sentii una voce, credo quella del proprietario della pasticceria, che diceva: “Bisogna metterlo subito in vetrina, domani è il primo d’aprile”, e subito mi trovai esposto su uno scaffale tra meringhe, babà, wafer, torte, crostate, cassate siciliane e altre paste e pasticcini. Poiché sono un tipo socievole, cercai di stringere amicizia con i colleghi, ma il primo a cui mi rivolsi, un babà, mi rispose con sufficienza: “Non ne vale la pena, tanto domani sera, se non sarai stato venduto, verrai ritirato dalla vetrina”.

  Ero stupefatto e indignato: “Non credo davvero”, gli risposi: “Altrimenti, perché mi avrebbero collocato al posto d’onore, al centro della vetrina?”.

  “Sarai ritirato”, continuò impietoso il babà, “perché sei un Pesce d’Aprile e conti soltanto il primo giorno di questo mese. Se oggi nessuno ti acquisterà, domani il cioccolataio ti toglierà la carta stagnola che ti riveste e ti rimpasterà di nuovo, magari per ricavarne un uovo di Pasqua”.

  Dunque era questo il mio destino, una vita breve e col traguardo di soffrire di nuovo tra le manacce del cioccolataio. E per che cosa? Per diventare un ridicolo uovo di Pasqua!

  Speravo ardentemente che qualcuno mi notasse prima, invece nessun cliente di quel giorno sembrò accorgersi di me. Non facevo che guardare l’orologio, e mano a mano che si avvicinava l’orario della chiusura cresceva il mio sconforto. Oramai ero sulla via della rassegnazione, quando nel negozio entrò un giovane marinaio. Era fatta: chi più di tutti poteva interessarsi a me se non un marinaio? Invece lui scelse un’infinità di dolci e dolcetti, però escludendomi, e spiegando alla graziosa commessa che voleva festeggiare con i familiari la vigilia del suo primo imbarco. Io però da quel negozio volevo uscire a tutti i costi, così quando il giovane marinaio mi passò inavvertitamente vicino mi lasciai scivolare in una tasca della sua giacca.

  Il giovane marinaio si accorse di me soltanto quando fu a bordo della nave. Purtroppo di tutti i dolci che aveva acquistato, ne aveva mangiato una quantità da star male, così quando si accorse di me fece una smorfia di disgusto. Mi rigirò un poco tra le mani, poi disse: “Vai, vai nel tuo elemento, insieme agli altri come te”, e mi buttò in mare.

  Andai giù, giù, e ancora più giù, ma per fortuna atterrai su un fondo sabbioso e non mi feci male. C’era molta oscurità intorno a me, ma poco alla volta riuscii a scorgere lì vicino un branco di sardine con gli occhi tutti puntati su di me e con delle espressioni che mi parvero di repulsione.

  “Chi sei? E perché puzzi tanto?”, mi chiesero.

  Proprio a me, che odoravo soavemente di cioccolato alla vaniglia, dicevano di puzzare? E loro, che tutte insieme mi stavano facendo svenire per il cattivo odore che emanavano? Però mi guardai bene dal farglielo notare per non rendermele nemiche. Mi limitai a rispondere: “Sono un pesce come voi”.

  “Se sei un pesce, perché te ne stai fermo senza muovere le pinne?”, vollero ancora sapere.

“Non so come si fa”.

La risposta li lasciò sbalorditi: “Allora dovrai rimanere per sempre dove ti trovi”.

  Impietosita, una giovane sardina si staccò dal branco: “Ti insegnerò io a nuotare”, ma la madre intervenne: “Torna subito nel branco, ti proibisco di parlare con gli sconosciuti”.

“Voglio solo aiutare questo poveretto, protestò la giovane sardina, ma come mi si avvicinò, anche lei non riuscì a nascondere la meraviglia: “Tu non hai le scaglie, sono solo disegnate!”.

  Per me non ci fu altra soluzione che rimanere fermo e immobile – che potevo fare di diverso – accanto al branco sino a quando, per non so quali ragioni, emigrò altrove. Ci salutammo cordialmente, oramai mi tolleravano nonostante quello che chiamavano “il mio cattivo odore”. Rimasto solo, i pesci che passavano dalle mie parti mi si avvicinavano non sempre con buone intenzioni, ma dopo avermi annusato scappavano in gran fretta.

  Anche se mi sentivo al sicuro, non potevo fare a meno di annoiarmi e persino rimpiangevo di essere evaso da quella pasticceria per non voler diventare un uovo di Pasqua. Un giorno che ero più depresso del solito, mi sentii all’improvviso avvolgere da una rete e tirare sempre più su, finché riuscii a rivedere le onde sulla superficie del mare, il cielo, i gabbiani che volavano sulla scia di un grande bastimento. Mi trovavo su una barca, in una rete piena di pesci di ogni qualità, ma il pescatore si accorse subito che non ero come gli altri. Mi prese in mano, rigirandomi da tutte le parti: “Guarda un po’ cos’ho pescato, un pesce di cioccolata, bello grosso e ben conservato. Lo porterò alla mia bambina. Proprio oggi è il suo compleanno e non ho avuto il tempo di prenderle un regalo”.

Mi asciugò con cura, mente io non vedevo l’ora di far felice quella sconosciuta bambina.

                    Mamma Oca