Storia di uomini e soldati dimenticati: gli IMI

  La storia insegna a non dimenticare; spesso invece alcune vicende, come gli internati militari italiani, vengono sepolte in archivi polverosi o nella memoria dei familiari.

  È in corso fino al 7 marzo a Roma la mostra “Italia-Germania: insieme per una politica della memoria”, allestita presso la sede dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari (ANRP) in via Labicana 15. L’iniziativa, patrocinata dal CNR, vuole riportare alla luce i fatti successivi all’8 settembre 1943, quando fu dichiarato l’armistizio e molti militari che dal 10 giugno 1940 combattevano al fianco dei tedeschi – sui fronti di guerra in Francia meridionale, Grecia, Russia, Balcani, ma anche in Italia – si ritrovarono allo sbando. Oltre un milione furono disarmati dai tedeschi, più di 800.000 vennero fatti prigionieri e sottoposti a pressanti richieste di collaborazione, prima con la Wehrmacht poi con la Repubblica di Salò. La maggior parte di loro rifiutò e fu pertanto avviata verso i lager del Terzo Reich dove soldati e ufficiali, pur essendo prigionieri di guerra, acquisirono lo status di Internati Militari Italiani (IMI), voluto da Hitler e Mussolini per eludere la tutela delle convenzioni internazionali e giustificare il fatto che gli italiani fossero prigionieri dell’alleato tedesco.

  La mostra è un itinerario pensato per condurre il visitatore attraverso foto, lettere e disegni inediti – tratti dagli archivi dei ministeri degli Esteri italiano e tedesco – che attestano le durissime condizioni di vita nei lager. Sono esposte anche lettere inedite di Mussolini, del ministro della Guerra della RSI, Rodolfo Graziani, e stralci di lettere e documenti. Tra questi, il documento di un delegato del Partito Fascista Repubblicano, a Berlino, nel settembre 1944: «il Governo, dopo essersi quasi disinteressato di loro nel periodo di internamento, adesso la situazione a tale riguardo permane gravissima». In esposizione anche una lettera del 12 gennaio 1945 in cui Mussolini lamenta «l’inaffidabilità tedesca».

  La RSI si fece intermediaria tra l’Italia e la Germania per alleviare questa prigionia, allo scopo soprattutto di reclutare forze nuove per strutturare un proprio esercito, e dietro sollecito dei familiari dei soldati internati, ma la gran parte degli aiuti non arrivava, anche per il boicottaggio dei tedeschi, intenzionati a utilizzare gli IMI come manodopera per le loro fabbriche. Lo conferma anche un atto formale, esposto alla mostra, con le parole di Graziani: «la parola d’ordine tedesca è che gli italiani non possono e non debbono essere utilizzati come soldati ma solo come lavoratori».

  Dei 650mila soldati internati che risposero “no!” alle richieste di collaborazione con fascisti e nazisti, circa 50mila finirono la prigionia con la morte, dovuta a stenti, malattie o giustizia sommaria. Solo nel 2006 la Repubblica italiana ha concesso la Medaglia d’Onore ai militari e civili deportati e internati nei lager nazisti o ai loro eredi.

Elio Nello Meucci