“Cattività”, un documentario di Bruno Oliviero sul teatro delle donne in carcere

Un progetto di teatro partecipato, “Educarsi alla libertà”, diretto da Mimmo Sorrentino, pluripremiato regista, drammaturgo e teorico del teatro partecipato abituato a lavorare nei luoghi del disagio sociale e non solo con gli strumenti dell’antropologia, ripercorso nel documentario “Cattività” diretto da Bruno Oliviero e a cura di Luca Mosso, Bruno Oliviero e Mimmo Sorrentino. Direttore creativo del documentario è Leonardo Di Costanzo regista de “L’intrusa” sceneggiato insieme allo stesso Bruno Oliviero. Un ambizioso e delicato progetto per dare voce a donne, detenute di Alta Sicurezza, condannate per mafia e che escono dal carcere. Insieme.

Nato nel 2015, il progetto di teatro partecipato “Educarsi alla libertà”, approdato all’Alto Patrocinio del Ministero della Giustizia e a quello dello MiBACT, ha avuto inizio nella sezione femminile di Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Vigevano con lo spettacolo “L’infanzia dell’alta sicurezza”. In quello stesso anno Bruno Oliviero ha cominciato a filmare la potente attività teatrale di Mimmo Sorrentino e oggi il progetto di documentario “Cattività” è prodotto da Rai Cinema e Qualityfilm che di Bruno Oliviero hanno prodotto “Nato a Casal di Principe” che, dopo la presentazione allo scorso Festival del Cinema di Venezia è in arrivo nelle sale distribuito da Bolero Film. Un film che si muove tra realtà e finzione, tra normalità e criminalità, e che per alcuni versi somiglia alle storie delle donne di “Cattività”.

Venti detenute per reati associativi, alcune con cognomi pesanti, iniziano un po’ alla volta ad aprire i cassetti della loro esistenza raccontando a Mimmo Sorrentino storie della loro infanzia.

Le donne che recitano nello spettacolo sono le uniche in Italia soggette a regime di Alta Sicurezza a uscire dal carcere per rappresentare i loro spettacoli. Per farle uscire i magistrati di sorveglianza devono ricorrere a un permesso “di necessità” con scorta, lo stesso che si usa per le questioni mediche vitali. Lo fanno perché sollecitati dalla richiesta di Nando Dalla Chiesa, uno dei più importanti studiosi di mafia in Italia di poter ospitare lo spettacolo nell’università statale di Milano.

La preziosa collaborazione del Ministro della Giustizia Andrea Orlando, del Sottosegretario Gennaro Migliore, del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), del Direttore del carcere di Vigevano Davide Pisapia, hanno permesso al progetto di prendere forma anno dopo anno.

Il teatro è stato ritenuto da più magistrati una “necessità” per queste donne, alcune delle quali sono diventate docenti di teatro per gli studenti del III anno della Scuola di arte drammatica Paolo Grassi di Milano. Dall’ascolto di queste storie è nato il primo spettacolo, “L’infanzia dell’alta sicurezza” che racconta l’infanzia, appunto, di queste donne, svelando dall’interno valori, simboli e storie dei contesti familiari della criminalità organizzata e che è stato visto da oltre 6.000 spettatori.

“Grazie a questo lavoro teatrale si sono aperti squarci di umanità e prodotto poesie in persone e contesti dove la poesia era stata bandita, violentata, cancellata. – dichiara Mimmo Sorrentino -. Il dolore raccontato da queste donne sul palco sfugge alle analisi sociologiche di genere. Sfugge a una letteratura di stampo iperrealista. E’ il dolore delle donne Caino di cui nessuno sa niente”.

Ancora due nuovi spettacoli: “Sangue” e “Benedetta” in cui viene rivelato il “reale” di questi contesti, ossia episodi di morti ammazzati a cui queste donne hanno assistito. “Sangue” andrà in scena al Palladium di Roma e “Benedetta” al Festival “Teatri di primavera” a Castrovillari. Il più importante festival di drammaturgia contemporanea che si svolge al Sud.

“Educarsi alla libertà” dall’ottobre del 2017 si è esteso anche alla Casa di Reclusione di Asti coinvolgendo quindici detenuti del reparto di Alta Sicurezza, alcuni familiari delle donne detenute di Vigevano. E lo spettacolo prodotto “Scappa” sarà rappresentato in prima nazionale durante la quarantesima edizione di Asti Teatro.

“Quando Mimmo mi ha detto che stava iniziando a lavorare con le detenute del reparto di Alta Sicurezza Femminile del carcere di Vigevano e che stava lavorando sulla loro infanzia – sottolinea Bruno Oliviero -. ho pensato subito che era un film importante da fare. Le detenute per la maggior parte in carcere per reati associativi, mettevano in scena i nodi familiari, in qualche modo l’origine del loro essere oggi. Questo tentativo di interrompere destini familiari segnati mi sembra, ora che il film si sta facendo, il modo più profondo di raccontare un viaggio di allontanamento dal crimine. Tra quattro mura, tutto interiore, ancora da detenute, ma comunque un viaggio lunghissimo, doloroso e profondo.” Così prende il via il film documentario “Cattività”.