L’evoluzione del concetto di razza

  Razza: […] Nel caso dell’uomo si intendono i caratteri che si riferiscono a espressioni somatiche (colore della pelle, tipo di capelli, ecc.), indipendentemente da nazionalità, lingua e costumi (Enciclopedia Treccani). E se invece fossimo tutti il risultato di un intreccio di migrazioni, spostamenti ed evoluzione? Il Dna ci mostra come stanno realmente le cose.

  Negli ultimi secoli, ma soprattutto verso la metà del’900 si è tentato di conferire dignità scientifica al termine razza. Ebbene, oggi è proprio la genetica a risolvere definitivamente il problema filosofico, sociale e politico del concetto di ‘altro’ inteso come ‘diverso da noi’. La razza umana non esiste, è più corretto parlare di etnie, gruppi di persone i cui membri hanno in comune lingua, religione, usi e tradizioni come elementi culturali aggreganti. Secondo la genetica moderna se si considerano i singoli caratteri, o meglio singoli geni, questi ultimi sono sempre presenti in quasi tutte le popolazioni umane, anche se con frequenza di espressione diversa. Perciò, tutte le comunità si sovrappongono, e nessun gene può essere utilizzato per distinguere l’una dall’altra.

  Oggi che conosciamo bene il nostro Dna, grazie anche al progetto Genoma Umano e alle tecniche di editing come CRISPR, ci rendiamo conto che le differenze non sono nient’altro che sfumature su alcuni geni. A separarci gli uni dagli altri è una percentuale minima del genoma: in media, ogni uomo è biochimicamente simile a ogni altro uomo per il 99,5%.

  Inoltre, ogni popolazione mantiene al suo interno quasi il 90% della variabilità genetica (versioni diverse di uno stesso organismo); ciò significa che le differenze tra italiani e etiopi, ad esempio, sono modeste e persino irrilevanti, avendo in comune molti geni. Invece la variabilità è elevatissima nelle singole popolazioni di appartenenza, come tra italiani ed europei.

  Ora, non è ben chiaro quale sia l’origine della parola razza. Probabilmente deriva dal latino radix o ratio, o magari dall’arabo raz. Ma, qualsiasi sia la sua etimologia, è certo che nel passato la parola non ha avuto il significato attuale. Per gli antichi questo termine richiamava più l’identità familiare che non l’identità genetica. Il termine razza umana fu adottato dal naturalista G.-L. Buffon, (Histoire naturelle de l’homme, 1749) per designare i gruppi ‘naturali’ di individui, riconoscibili all’interno della specie umana tra loro differenziabili sulla base di determinati caratteri morfologici.

  Nel 1735 Linneo utilizzò per la prima volta come criterio distintivo il colore della pelle, dividendo i gruppi umani in bianchi, rossi, gialli e neri. L’antropometria, lo studio e la catalogazione delle misure e delle proporzioni del corpo umano, divenne così la stampella scientifica su cui appoggiarsi. Su questa e altre teorie si fondarono le basi per due schieramenti: i monogenisti e i poligenisti. I primi ritenevano che tutte le differenze fossero semplicemente degenerazioni da un ceppo originale riconducibile ad Adamo ed Eva; i secondi invece che le diverse razze avessero avuto origini separate e che fossero quindi in realtà specie diverse.

  La diatriba fu risolta da Charles Darwin (in questi giorni si sta svolgendo in tutto il mondo il Darwin-Day, per celebrare il grande scienziato) con la teoria “dell’evoluzione per selezione naturale”, cioè il meccanismo con cui avviene l’evoluzione delle specie. Secondo questa teoria, nell’ambito della diversità genetica delle popolazioni, si ha un progressivo aumento degli individui con caratteristiche ottimali per l’ambiente in cui vivono. Dodici anni dopo, nel 1871, quando pubblica l’Origine dell’uomo, Darwin sostenne la completa interfertilità tra le razze umane perché ciascuna «confluisce gradualmente nell’altra». Quello dello scienziato inglese è un autentico e autorevole manifesto antirazziale; riconosciuto anche ai suoi tempi come fervente antischiavista. Per Darwin «L’uomo forma una sola e unica specie, in quanto quelle che vengono chiamate razze non sono abbastanza distinte per abitare in una medesima regione senza fondersi».

  Dai tempi dell’Homo Sapiens ai giorni nostri le popolazioni sono sempre in continuo movimento e i geni continuano a diluirsi. Dall’esame dei dati Eurostat (archivio di statistiche dell’Unione europea), emerge che al 31 dicembre 2015 erano presenti in Europa circa 20 milioni di cittadini di paesi terzi, pari al 4% della popolazione totale.

  Perciò usare il termine etnie non è solo politically correct, ma scientificamente provato.

Elio Nello Meucci