QWERTYUIOP

  Anna spalancò le persiane della porta finestra che dava sul piccolo terrazzo e la luce si precipitò nella stanza, vivace e polverosa; si distese sul tappeto e invase la scrivania gettando dispettosi bagliori sull’austero schermo del computer. Allora andò ad aprire l’altra finestra, situata sulla parete che formava un angolo retto con quella del terrazzino. La luce questa volta entrò calma e azzurrina, perché da quella parte non dava ancora il sole.

  Ora la stanza era avvolta in una caravaggesca atmosfera di chiaroscuri; l’ampia fascia splendente che entrava dal terrazzino non bastava per illuminare l’intero ambiente e gli angoli restavano sonnacchiosi, in attesa dell’ora in cui il sole li avrebbe risvegliati. Era un sole primaverile, festoso e amabile, ormai dimentico delle fiacchezze invernali e ancora ignaro delle sfuriate estive. Un sole perfetto. Tutto era perfetto quella mattina, la luce, l’aria fresca e odorosa di bosco, di nidi, di pollini, che entrava dalle finestre, i fiori sul terrazzo e sui balconi e giù nel giardino che lei stessa curava con l’aiuto di Tommaso, un ragazzone del borgo. Era come se il tempo atmosferico la incitasse a cominciare il lavoro per cui si era trasferita in quella villetta, sperduta nella periferia di un incantevole borgo medievale e vicina a un bosco, che si raggiungeva percorrendo una strada sterrata. Luogo perfetto, silenzioso, in cui gli unici rumori erano lo stormire delle fronde, i batter d’ali e le voci degli uccelli, oltre al lontano abbaiare di qualche cane. C’erano altre poche villette come la sua nei dintorni, per lo più disabitate, sicuramente seconde case, ma si trovavano a distanza sufficiente perché nessun rumore molesto giungesse a disturbare la quiete che Anna cercava.

  Era arrivata a quel borgo l’estate scorsa, alla ricerca di un po’ di silenzio e di solitudine per riflettere sulla svolta da dare alla propria vita, ormai era tempo, lo sentiva. Durante una delle prime camminate fuori del paese, aveva imboccato la strada sterrata in fondo alla quale si stagliava la massa ombrosa del bosco e, prima di raggiungerlo, aveva scoperto quella villetta a due piani, circondata da un giardino incolto e neanche tanto piccolo, con un balcone aggettante intorno a gran parte del primo piano e un terrazzino sul retro che guardava il bosco.

  Le persiane chiuse e le erbacce che crescevano indisturbate nel giardino, dicevano che da parecchio tempo era disabitata. Troppo abbandonata per essere una residenza estiva. Si era avvicinata e aveva visto che sul fronte una persiana era scardinata e il cancello era chiuso con un lucchetto che pendeva da una catena arrugginita. Era tornata tutte le mattine e prima e dopo la passeggiata nel bosco -che la padrona dell’alberghetto, dove soggiornava, le aveva consigliato di evitare- girava attorno a quella villetta che sembrava ammiccare con la persiana scardinata, finché si era decisa a chiedere informazioni. Così era venuta a sapere che era in vendita da anni e che nessuno la voleva acquistare perché troppo lontana dal borgo e troppo isolata il che, con i tempi che correvano, la rendeva pericolosa.

  Trovare il proprietario non era stato difficile e nemmeno convincerlo ad abbassare il prezzo, a dir poco ridicolo, che le aveva chiesto. La banca le aveva concesso subito il piccolo mutuo richiesto e prima della fine dell’autunno la villetta era sua. Aveva preso un anno di aspettativa dal giornale in cui lavorava e, con parte dei risparmi, aveva ristrutturato la villetta. Ai primi di febbraio, dopo aver affittato l’appartamento in città, si era definitivamente trasferita.

  Un anno di prova, si era detta. Un anno bastava per dar forma al progetto, che non riusciva a realizzare a causa del lavoro, troppo impegnativo, degli amici anche loro troppo impegnativi e dalle mille distrazioni offerte da una grande città. Tutti i ponti erano stati tagliati poco a poco, alcuni drasticamente, altri erano caduti da sé e ormai aveva trovato la completa solitudine che cercava.

  Dopo il trasferimento era stata occupata a finire di comprare l’essenziale per far diventare accogliente la sua nuova dimora, mobilio semplice, eterogeneo e non costoso, abbinato con audacia e buon gusto, così come era lei: una donna che sapeva il fatto suo, capace di aggirare gli ostacoli e farsi strada con decisione, senza mai dimenticare, però, la grazia e le buone maniere. Il direttore del giornale le aveva concesso, a malincuore, l’anno di aspettativa e solo perché lei aveva minacciato di dimettersi, se glielo avesse negato.

  Anche la sistemazione del giardino aveva richiesto impegno e tempo; per fortuna, aveva trovato quel ragazzo che di piante sapeva molto e, per un modesto compenso, era disposto ad aiutarla.    Dall’appartamento in città aveva portato parte dei libri, il resto giaceva dentro contenitori di plastica in cantina. Nella sua nuova, essenziale libreria c’erano molti libri dedicati alla cura delle piante. Per anni aveva desiderato avere un terrazzo pieno di piante, senza mai riuscire a soddisfare questo desiderio che, a torto, riteneva facile da realizzare, ma che richiedeva un tempo che lei non aveva. Il terrazzino, i balconi e specialmente il giardino, le offrivano la possibilità di esaudire il sempre insoddisfatto desiderio di vivere circondata dal verde curato da lei stessa. Di verde attorno alla villetta ce n’era a volontà, selvaggio, caotico, meraviglioso, ma a lei non bastava. Voleva il verde addomesticato dall’uomo, nel suo caso dalla donna, e a questa nuova impresa si era dedicata con la passione che metteva in tutto ciò che amava fare. La sua inesperienza in matteria era stata compensata dalla conoscenza teorica concessa dai libri e soprattutto dall’esperienza pratica dell’insostituibile Tommaso. Il risultato era stato un giardino che all’inizio sembrava arrancare e ora, invece, cresceva a vista d’occhio e fioriva anche. Lo stesso valeva per i vasi disposti sui balconi e sul terrazzo. Anna andava orgogliosa della sua opera e il vedere spuntare i germogli, sbocciare i fiori o aumentare l’altezza di un arbusto, le generava una sorta di gioia e, in quei momenti, pensava che niente fosse più bello dell’osservare crescere le piante, mentre il motivo per cui si trovava in quella villetta fuori del mondo era temporaneamente dimenticato. La primavera, con le sue giornate luminose e ancora fresche, era un pressante invito a stare all’aria aperta, alle lunghe camminate nel bosco e nei prati che lo precedevano sul cui verde, dalle mille sfumature, spiccavano il viola della malva, il bianco e giallo delle margherite e il rosso alto dei papaveri. Erano grandi chiazze di colore che s’imponevano all’occhio nascondendo le delicate gradazioni tonali dei piccoli fiori, la cui fragile bellezza si poteva scoprire soltanto chinandosi per guardarli da vicino. Anna non era indifferente alle lusinghe di maggio e si concedeva lunghe passeggiate che rigeneravano il suo spirito, le riempivano i polmoni di ossigeno e la spingevano a un ozio contemplativo e appagante. Il tempo inesorabile passava, senza che lei si decidesse a mettersi al lavoro.

  Erano mesi che accarezzava l’idea di scrivere un libro; non era sicura di quale genere di libro, un saggio, un romanzo, una raccolta di racconti. Se il genere era impreciso, l’argomento era ben chiaro. Non era esattamente un argomento, piuttosto una serie di argomenti che le frullavano nella testa senza che riuscisse, nonostante gli sforzi, a sceglierne uno. Quello che realmente desiderava era esprimere le sue idee senza la censura imposta dal giornale. Era un giornale politicamente neutro, obiettivo e spassionato, come doveva essere un quotidiano che intendesse svolgere onestamente il compito d’informare. Ma, sempre c’è un ma e anche un però, nonostante i declamati ‘senza’ anteposti ai due avverbi. Il ma non dichiarato del giornale era una certa inclinazione verso una parte senza, però, esagerare. Bisognava prestare attenzione ai titoli per capire rapidamente da che parte pendeva. I titoli erano illuminanti e non sempre giustificavano il contenuto dell’articolo. D’altra parte, quando si doveva pubblicare una notizia che non metteva in buona luce le non troppo nascoste simpatie del direttore, si cercava in ogni modo di abbassare i toni, di parlarne un po’ en passant mettendo in risalto, sempre con leggerezza, qualche aspetto secondario della faccenda, sufficiente a distogliere l’attenzione del lettore dai fatti che veramente contavano. Lei si era talmente assuefatta a quel modo di dare le notizie che le veniva naturale seguire la linea editoriale, sfruttando un margine di libertà che le era concesso per lasciar trasparire ciò che veramente pensava. Quel margine di libertà, alla fine lo aveva capito, non era una vera concessione ai redattori, faceva parte della politica concordata tra la direzione e l’editore; quello che a volte poteva sembrare una contraddizione serviva a rassicurare il lettore e a creare l’illusione che la libertà di stampa fosse pienamente rispettata. Lei era diventata una firma, i suoi articoli erano tra i più letti, si era talmente identificata con quella forma di fare giornalismo che ormai non le sembrava di scrivere seguendo una linea che in certo modo le veniva imposta, bensì di muoversi in completa libertà. La strada per far carriera era spianata, liscia e veloce come un’autostrada di pianura e lei era giovane e ambiziosa, il suo futuro era assicurato.

  I problemi erano iniziati quando quel margine di libertà dove depositava il suo vero pensiero, cominciò spontaneamente a ingrandire. All’inizio in modo impercettibile poi piano piano aveva continuato a crescere fino a diventare uno spazio che, nonostante fosse sempre ristretto, non passava inosservato e anche se nessuno dei colleghi sembrava notarlo, cominciò a notarlo lei. Aveva oltrepassato i limiti, tacitamente stabiliti, senza neanche accorgersene. Si era presa delle libertà naturalmente, non del tutto consapevole di ciò che stava facendo e, l’aver oltrepassato i limiti, l’aveva costretta a prendere atto della reale esistenza dei limiti stessi. Era stata una scoperta epocale, una di quelle che possono cambiare la rotta di una vita. Aveva interiorizzato la tendenza non dichiarata del giornale al punto di non riconoscere più il suo vero pensiero, la sua vera posizione davanti ai fatti di cui si occupava, sempre che ne avesse una. Tuttavia, quel margine di libertà che si allargava stava a indicare che lei ancora era in grado di pensare con la propria testa.

  Da quel momento, iniziò a scrivere consapevolmente. Nulla cambiò nei suoi articoli, il margine per dire la sua non continuò ad allargarsi, in compenso diventò più incisivo e questa novità non era passata inosservata. In redazione arrivavano lettere dei lettori che la incoraggiavano, che si complimentavano con lei, che le rivolgevano domande alle quali a volte rispondeva e a volte non ne aveva il tempo. Sorprendentemente anche il direttore appariva soddisfatto del suo lavoro e aveva cominciato a concedere ai suoi articoli ancora più spazio. Era stata quella approvazione, per nulla scontata, a insospettirla e a crearle dubbi sulla vera natura di ciò che riteneva il proprio pensiero. Il condizionamento delle sue idee le era apparso totale. Le era sembrato di non possedere nella testa neanche il margine di libertà che credeva di avere nella stesura dei suoi articoli. La crisi che aveva fatto seguito alla terribile scoperta era stata tenuta a freno dalla sua ferrea volontà. Non era il caso di coprirsi il capo di ceneri e di stracciarsi le vesti, era sì necessario aprire un’indagine su se stessa per arrivare alle radici del suo adeguamento a modelli che non le appartenevano pienamente. Retrocedere nel tempo fino a giungere al momento in cui aveva smesso di pensare liberamente. Era un compito arduo ma in compenso si sarebbe riappropriata di se stessa.

  Resilienza, era la parolina magica, scoperta da non molto dai media, e che era ormai usata e abusata perché faceva tendenza. Lei si era sempre rifiutata di impiegare parole che erano nella bocca di tutti perché di moda. Ricordava una che l’aveva divertita anziché irritarla: graffiante. Un film era graffiante, un libro era graffiante, le parole di quel tale che sbraitava nei talk show erano graffianti e lei s’immaginava i compassati individui che la usavano tutti coperti di graffi e sanguinanti, come se fossero stati assaliti da una schiera di gatti infuriati. Per non parlare delle cattedrali che spuntavano dappertutto e non solo nel deserto. E quell’orribile piuttosto che con valore disgiuntivo cui non era mai riuscita ad abituarsi, con il risultato di spesso fraintendere l’interlocutore. Il suo rifiuto di seguire le mode linguistiche che riteneva impoverissero una lingua ricca e plastica come l’italiano, che lei amava, le era valsa, in più di un’occasione, l’accusa da parte dei colleghi di utilizzare un linguaggio elitario. Andiamo bene, pensava, se il buon italiano diventa elitario. E, purtroppo, non era da meravigliarsi con il pressappochismo e l’ignoranza dilaganti. Resilienza, invece, le era sembrata la parola giusta da applicare al processo che stava vivendo. Resilienza, secondo lo Zingarelli, era “la capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi.” E non era quello che le stava succedendo? Non stava, forse, dando prova di avere la capacità di reggere all’urto improvviso della presa di coscienza della propria omologazione -che parola orribile- senza spezzarsi?  La resistenza, quasi eroica, alla minaccia di smarrirsi di fronte a una così destabilizzante scoperta, capace di mettere in discussione l’immagine che aveva di sé, come persona e come professionista, le richiedeva uno sforzo che, se da una parte arginava la disperazione e le impediva di piombarci dentro, dall’altra le impediva pure di intravedere una via di uscita. Trovare una via di uscita, rialzarsi più forti di prima dopo un colpo subito, anche questo era resilienza. Ma lei non era arrivata a quel punto, stava ancora lottando per non spezzarsi. Intanto continuava a lavorare come se nulla stesse accadendo.

  L’idea di scrivere un libro si era presentata ripensando a qualcosa che le aveva detto una scrittrice, durante un’intervista: “L’essenza di quello che sono si trova nei miei libri” Non ricordava a memoria l’intera frase e aveva cercato l’intervista nell’archivio. “L’essenza di quello che sono si trova nei miei libri e a volte rileggendo pagine che ho scritto in passato mi sorprendo perché, attraverso un personaggio, scopro parti di me stessa che mi erano sconosciute e che ora si presentano a me come l’immagine riflessa da uno specchio e mi riconosco.”  Era la risposta dell’intervistata quando le aveva chiesto: “Può dirmi chi è lei?” Si era soffermata a lungo sulla domanda e sulla risposta. Era una domanda che aveva rivolto alla scrittrice o a se stessa? La risposta ottenuta, forse, era quella che cercava. Perché no? Scrivere era la sua professione e perché no? In un libro avrebbe potuto lasciar parlare quella parte di sé che non era mai scesa a compromessi. Avrebbe potuto ritrovarsi.

  Era iniziata una febbrile ricerca di un argomento valido da trattare nel suo libro. La testa le brulicava d’idee, sempre più interessanti; non aveva finito di ponderarne una che già un’altra spuntava e subito un’altra che offuscava le precedenti. Mettere ordine in quel caos non era difficile per una giornalista abituata a raccogliere informazioni per scrivere un articolo, era semplice: bisognava prendere appunti. E così iniziò la corsa a fissare in un apposito file che chiamò “Idee” tutte le idee, appunto, che si presentavano. Nel tablet che abitualmente aveva con sé, quel file era sempre aperto per essere utilizzato rapidamente, anche nel bel mezzo di una conferenza stampa. Nel giro di poco tempo l’accumulo d’idee era talmente cospicuo da diventare ingestibile, un vero caos ordinato, per usare un ossimoro. A quel punto, Anna aveva capito che era necessario scegliere. Aveva iniziato per scartare le idee ritenute meno interessanti, troppo sfruttate o di scarso interesse per la maggioranza dei lettori; perché già pensava all’edizione ed era convinta che trovare un editore per il suo libro sarebbe stato molto più facile che trovare un argomento valido per scriverlo. Aveva trascorso la primavera impegnata in una scelta che ogni volta diventava più difficile. Se in un primo momento aveva pensato a un solo tema da sviluppare, nell’impossibilità di trovarne uno che le sembrasse più adatto degli altri, aveva cambiato parere e aveva deciso che nel suo libro poteva benissimo affrontare tematiche diverse.

  Il lavoro, gli amici, gli eventi cui doveva partecipare sì o sì, i film e le mostre impossibili da perdere, non solo per il piacere personale ma perché bisognava essere aggiornata su tutto e su tutto avere un’opinione, aveva cominciato a vederli come un ostacolo al suo progetto. Per fortuna aveva rotto con il suo ultimo ragazzo qualche mese prima e di un’altra relazione non ne voleva sapere, sarebbe stato un imperdonabile spreco di energia.

  Era arrivata alla conclusione che per dedicarsi interamente al suo scopo, la soluzione era una sola: allontanarsi per un periodo da tutto e da tutti. Aveva ricordato allora quel borgo, sperduto nel tempo e nello spazio, visitato la scorsa estate per un articolo sui mestieri tradizionali che stavano scomparendo. Fortunatamente aveva conservato il numero di telefono dell’incantevole alberghetto dove aveva dormito una notte e, senza pensarci due volte, aveva chiamato e prenotato. Le vacanze le avrebbe passate in totale solitudine, lontana dal baccano festaiolo che non risparmiava neppure le località esclusive dove di solito si recava per le ferie. Non sospettava allora che durante quelle vacanze avrebbe trovato ciò che non sapeva ancora di cercare.

  Si guardò attorno soddisfatta, tutto era come lo aveva desiderato, dall’arredo alla luce, uno studio più perfetto, più accogliente, non era immaginabile. Sarebbe stato perfetto anche nei mesi invernali, quando la neve cadeva copiosa, trasformando il paesaggio circostante in una cartolina natalizia, mentre il fuoco nel camino avrebbe aggiunto intimità e benessere alla stanza dove lavorava. E poi il silenzio, che meraviglioso silenzio. Non riusciva a capire come aveva fatto a scrivere nella redazione del giornale dove non aveva, certo, una stanza tutta per se. Aveva scritto ovunque, appoggiata a un muro per strada, con le macchine che sfrecciavano e la gente che le passava davanti, sui tavolini dei bar e, una volta, persino in un mercato rionale, seduta su uno sgabello che una fruttivendola gentile le aveva permesso di usare. Come diavolo faceva?  Un conto, però, è scrivere un articolo, scrivere un libro è un’altra storia. L’articolo è l’immediatezza, si scrive di getto, sgorga e si lancia nel fiume degli altri milioni di articoli e va; domani sarà già sorpassato da un altro di più incalzante attualità. Si soffermò su questi ricordi con una punta di nostalgia, in ogni caso, pensò, quella vita era rimasta congelata poteva riprenderla quando avrebbe voluto. Prima doveva scrivere il suo libro e poi si vedrà. Uscì sul terrazzo, l’aria fresca del primo mattino le provocò un lieve brivido tonificante, era l’ora migliore per una passeggiata, la avrebbe fatta nel pomeriggio ora doveva mettersi al lavoro. Sfiorò i petali di una peonia, quando l’aveva messa nel vaso non immaginava che sarebbe fiorita così rapidamente e quanto era bello il fiore. Le peonie sopportano il freddo, si era informata, altre piante no. Sul terrazzo e sui balconi, c’erano molte piante che non sopportavano il freddo, avrebbe dovuto costruire la serra prima dell’autunno. Lo spazio non mancava, il terreno che circondava la villetta era abbastanza ampio e in paese le avevano detto che, volendo, avrebbe potuto acquistare un altro appezzamento confinante con il suo; il proprietario era un tale che abitava in città e di quel pezzo di terra non sapeva che farsene. Tommaso insisteva perché lo comprasse, così avrebbe potuto costruire un pollaio e avere delle uova fresche, sulla carne di pollo non aveva insistito, dopo che lei si era infuriata, inorridita all’idea di ammazzare un animale. Non ci pensava proprio al pollaio, che assurdità; ma l’orto, un’altra idea su cui Tommaso martellava, era una cosa fattibile, se ne sarebbe occupato lui e avrebbero diviso la verdura raccolta. Anche l’orto aveva bisogno di una serra per l’inverno, di estate no, le piante dovevano crescere al sole: le piante cresciute al sole, sono tutt’altra cosa e non solo per il sapore. Ci doveva pensare.

  Il rumore di un motore la distolse dalle sue considerazioni e il cuore aumentò il ritmo, non aspettava nessuno.Era passato un secolo – in realtà solo un mese – dall’ultima volta che qualcuno era venuto a trovarla. Il ricordo le diede una punzecchiata in qualche organo importante, forse lo stomaco. Leonardo, il suo amico dell’infanzia, il suo caro insostituibile Leonardo era l’unico che aveva percorso trecento chilometri sull’autostrada, più cento sulla statale e, dopo aver chiesto informazioni in paese, si era arrischiato sulla stradina sterrata fino alla villetta.

  Nei tre giorni che Leonardo si era fermato, aveva voluto mostrargli tutti gli angoli più maliardi di quel grande serbatoio di vita che era il bosco. Seduti in riva al ruscello d’acqua purissima, che sgorgava da una fonte nascosta tra rocce tappezzate dal muschio, avevano parlato a lungo. Durante i tre giorni avevano parlato molto; mai, però, come quella mattina accanto al ruscello. Gli aveva raccontato la sua presa di coscienza e la conseguente crisi e il suo bisogno di voltare pagina. Lui l’aveva ascoltata con la solita attenzione, poi aveva scosso la testa prima di dirle delle parole che non si aspettava: “Nascondendoti in questo posto? Non credo che resisterai a lungo e poi, quando si ha realmente qualcosa da dire, il tempo e lo spazio prima o poi si trova, anche in mezzo a circostanze non favorevoli. Per le proprie idee si lotta, non ci si rintana nella torre d’avorio per paura delle contaminazioni. Non è cercando la situazione ideale che si fanno le cose. Ti stai ingannando, inventandoti alibi, prima o poi te ne accorgerai.” Era rimasta sconcertata, possibile che non riuscisse a comprendere la sua scelta? Proprio lui che la conosceva così profondamente? Forse era risentito perché non lo aveva consultato, ma lui era all’estero quando aveva preso la decisione e ci sono cose di cui bisogna parlare personalmente. Quell’atteggiamento le apparve di un’estrema superficialità e ne fu addolorata, può darsi che anche le amicizie finiscano, come tutto nella vita, pensò.

  Prima di avviare il motore, Leonardo l’aveva guardata con un braccio appoggiato al finestrino “se non ti fai viva tu, io non intendo cercarti; sai quanto ti voglio bene, ma se hai deciso di dedicarti alla contemplazione in questo posto, non sarò io che tenterò di farti cambiare idea. Ti auguro buona fortuna ma, soprattutto, spero che tu trovi la forza di fare un lungo esame di coscienza.” Era rimasta a guardare la macchina che si allontanava fino a quando era svoltata in direzione del borgo, poi si era incamminata lentamente verso la villetta, verso la sua scelta. Il rumore del motore ora si allontanava, qualcuno che aveva preso la stradina per sbaglio, il cuore riprese i battiti normali e lei lasciò il balcone.

  Il giorno prima era andata al borgo ed era tornata con provviste per una settimana. Sarebbe uscita soltanto per la solita passeggiata giornaliera. Nessuna perdita di tempo, si sarebbe dedicata interamente al lavoro, tuttavia, esitava a sedersi davanti al computer. Dallo zibaldone degli appunti aveva scelto due argomenti che pensava fossero i più legati all’attualità e pertanto più facile da interessare gli editori. Avrebbe scritto un saggio, era il genere che maggiormente si avvicinava alla sua esperienza di giornalista, non era il momento di affrontare un romanzo, in futuro, forse. Fino alla sera precedente non aveva dubbi sugli argomenti scelti, le offrivano una tale serie di spunti per sviluppare le sue idee che la stesura sarebbe stata una passeggiata, anche divertente. Appena sveglia, tuttavia, era stata assalita dai dubbi. Decise che quelle incertezze, erano frutto della paura di mettersi finalmente all’opera. Una sua amica attrice le aveva confidato che la sera del debutto, mentre aspettava di entrare in scena, ripeteva la prima battuta del suo personaggio e non pensava che a dir bene quella prima battuta, il resto si sarebbe organizzato da sé, era un modo di allentare la tensione e scongiurare la paura. Lei non avrebbe potuto fare altrettanto perché l’incipit del suo libro non lo aveva ancora. Alla sua amica la rassicuravano le settimane di prove, lei non aveva niente cui aggrapparsi. Si arrabbiò con se stessa perché una ricerca su internet l’aveva fatta, anche se sarebbe stato meglio farne un’altra in biblioteca, avrebbe dovuto consultare giornali e parlare con alcuni colleghi specializzati, ma niente di tutto questo era a portata di mano. Ai colleghi avrebbe potuto chiamarli, però, non le andava. Amazon le aveva inviato alcuni titoli che si occupavano di argomenti vicini, sotto certi aspetti, a quelli che intendeva trattare, della biblioteca poteva farne a meno. Ora basta indugiare, si ordinò, e sedete alla scrivania. Accese il computer e, mentre attendeva che si aprisse la pagina, si accorse del silenzio. Calma totale, niente stormire di foglie, né canto di uccelli, né batter di ali e pensare che era il mese degli amori, niente. Il silenzio tanto desiderato, in quel momento l’intimidiva, le sembrava di avere mille occhi puntati su di sé in attesa di vedere come se la sarebbe cavata. Il rumore della redazione era più rassicurante, nessuno si occupava di ciò che faceva lei. Per rilassarsi si mise a battere sulla tastiera i tasti della prima fila. QWERTYUIOP. La sequenza di lettere che non formavano alcuna parola, si ripeté fino a coprire due intere righe. Anna muoveva le dita sulla tastiera come sonnambula o come sotto ipnosi. Aveva la sensazione di trovarsi dentro un’immensa sfera vuota, dove non arrivava niente, né suoni, né parole, né pensieri, niente; poi, lentamente, il vuoto della sfera si riempì dal bagliore di una verità ormai inconfutabile: non aveva niente da dire.

Gladis Alicia Pereyra