“Final Portrait – L’arte di essere amici”

“Final Portrait – L’arte di essere amici” non è il primo film da sceneggiatore e regista dell’attore Stanley Tucci, ma il quinto e narra una storia – fra dramma e commedia – che lui voleva affrontare da molto tempo, perché aveva conosciuto l’arte e l’uomo Giacometti attraverso il padre pittore. Chi ama l’arte, il suo ambiente e gli artisti, ovvero genio e sregolatezza, troverà questo ritratto di un genio, suggestivo e affascinante. Gli altri, i detrattori,  probabilmente, troppo ‘parlato’ e lento, ripetitivo e addirittura noioso.

Però parallelamente, sullo schermo scorre la storia di un’amicizia tra due uomini totalmente diversi, eppure uniti da un atto creativo in costante evoluzione. L’artista (il grande Geoffrey Rush) e il modello (Armie Hammer, anche co-protagonista di “Chiamami col tuo nome”). Infatti, il film racconta anche le difficoltà del processo artistico – a tratti esaltante, a tratti esasperante e sconcertante – chiedendosi se il talento di un grande artista sia un dono o una maledizione.

Nel 1964, durante un breve viaggio a Parigi, lo scrittore americano e appassionato d’arte James Lord (il film è ispirato al suo diario) incontra il suo amico Alberto Giacometti, pittore e scultore svizzero di fama internazionale, che gli chiede di posare per lui. Le sedute, gli assicura Giacometti, dureranno solo qualche giorno. Lusingato e incuriosito, Lord accetta.

Non è solo l’inizio di un’amicizia insolita e toccante, ma anche – visto attraverso gli occhi dell’americano, bello e borghese – di un viaggio illuminante nella bellezza, la frustrazione, la profondità e, a volte, il vero e proprio caos del processo artistico. E Lord sarà costretto a restare a Parigi per oltre 15 giorni rimandando di giorno in giorno il suo ritorno a casa.

Dopo l’apprezzato esordio nella regia con “The Big Night” (1996), Tucci ha realizzato, tra alti e bassi, “Gli imbroglioni” (1998), “Il segreto di Joe Gould” (2000), il più riuscito, e “Blind Date” (2007), remake dell’omonimo film dell’olandese Theo van Gogh, ucciso da un fanatico. Quest’ultima opera va gustata e apprezzata perché, oltre alla buona fattura e l’ottimo lavoro degli attori, offre una riflessione sulla creatività e sull’ispirazione, perché il talento viene spesso influenzato – a seconda positiva o negativamente – da tutto quello che ci circonda, così come dallo stato d’animo. A maggior ragione su un pittore che affermava che l’opera d’arte non è mai compiuta e, infatti, il ritratto per lui resterà incompiuto.

Nel cast: Clémence Poésy (Caroline, l’amante), Tony Shalhaud (Diego Giacometti, il fratello), Sylvie Testud (Annette Arm, la moglie), James Faulkner (Pierre Matisse). La fotografia è firmata Danny Cohen, il montaggio Camilla Toniolo.

Nelle sale italiane dall’8 febbraio distribuito da Bim Film