Un’anima bella

  Quando qualcuno leggerà questo diario, io sarò morta… Già mi sembra di vedere le vostre facce afflitte e sgomente, ma voglio dirvi: non piangete per me. Arriva il momento in  cui tutti dobbiamo dire addio alla vita, e la mia, grazie alle premurose cure di un’anima bella di cui non mi stancherò di tessere le lodi, si è prolungata per un tempo infinitamente superiore di quanto non consenta l’età biologica. Questo diario, infatti, non si propone di portare a conoscenza della posterità il mio percorso terreno, del tutto privo di fatti di rilievo, ma di raccontare le circostanze in cui il caso mi fece incontrare la mia benefattrice.

  Ero ancora giovane e spensierata quando, dopo un’estate dolcissima, d’improvviso arrivò il freddo. Mi trovavo in aperta campagna, lontana dai centri abitati. Se non mi fossi messa subito al coperto, sarei  morta di sicuro. Dopo aver girovagato qua e là, finalmente avvistai una buffa casetta isolata, la cui porta in quel momento era aperta. Mi ci infilati stremata, sperando che nessuno mi notasse. Invece Angela – così si chiamava quell’anima bella – mi vide subito e, invece di scacciarmi come avrebbe fatto la maggior parte delle persone, si affrettò a chiudere la porta per impedire che il risucchio della tramontana mi riportasse fuori, al gelo.

  “La mia casa è abbastanza grande perché ci possiamo vivere in due senza darci fastidio”, disse Angela. Io, che ero al limite delle forze, mi sentii rivivere: avevo trovato dove trascorrere l’inverno, al caldo e in compagnia di una persona come meglio non avrei potuto desiderare.  Mi sistemai in un angoletto dove a mio giudizio non le avrei recato disturbo, e lei fu così buona da procurarmi subito del cibo: briciole di pane, zucchero e acqua in piccoli recipienti, quotidianamente rinnovati. Lo zucchero lo gradivo molto, il pane un po’ meno, ma non potevo pretendere che fosse al corrente della dieta che meglio mi si confaceva. Angela fu così scrupolosa da informarsi presso un esperto sulla durata della mia esistenza.

  La sentii dire, naturalmente dopo che l’esperto si fu allontanato: “Peccato che abbia così poco tempo da vivere. Io mi affeziono sempre a tutti: il giorno in cui non la vedrò più, sicuramente proverò un gran dispiacere”. E raddoppiava le sue cure.

  Non appena  superai il limite massimo che la natura mi concedeva, vidi il viso di Angela illuminarsi di gioia. Quando i giorni diventarono settimane e poi mesi, la gioia di Angela divenne esultanza: era convinta che la mia longevità dipendesse dalle attenzioni che aveva nei miei confronti. Cara Angela! Ma in effetti, era proprio così.

  Di me Angela non aveva fatto parola con alcuno: credo che della sua generosità un po’ si vergognasse. Quando i conoscenti andavano a trovarla, non faceva che raccomandare: “Presto! Fate presto  a chiudere la porta”. Oppure: “Attenzione, non aprite le finestre”. Temeva che una ventata mi portasse via. Per fortuna i visitatori non facevano domande: si limitavamo a  pensare che Angela, con l’età, fosse diventata freddolosa.

  Così serenamente trascorse l’inverno. Arrivarono i primi tepori primaverili, ma Angela continuava a tener chiuse porte e finestre. Consapevole che la mia fine era ormai vicina, quell’anima delicata non voleva che terminassi i miei giorni in mezzo ad una strada.

  Anch’io però sento di essere arrivata al termine della mia esistenza, e mi affretto a mettere la parola fine a questo diario che ho  iniziato, come  ho già detto, per far conoscere al mondo quest’anima bella e generosa che risponde al nome di Angela, nella speranza che chi lo leggerà voglia unirsi a me nel cantarne le lodi.

   Un giorno Angela, spostando il comò, vide per terra una mosca morta sopra un pezzetto di carta fittamente ricoperto di minuscoli segni neri. “Poveretta, me l’aspettavo: era già da un po’ che non la vedevo, ma mi fa dispiacere lo stesso. Mi ero abituata a lei, mi teneva compagnia”, disse andando a prendere scopa e paletta, ma quando fece per spazzar via la mosca, rimase con la scopa a mezz’aria: non ne aveva il coraggio.

   “Non posso gettarla nella spazzatura, era diventata un’amica”,  disse tra sé Angela, mentre sollevava delicatamente   la carta su cui era andata a morire la mosca. Uscì in giardino e, guardandosi in continuazione alle spalle per essere sicura che nessuno la vedesse, la seppellì.

Mamma Oca

L’autrice dichiara trattarsi di storia vera