Intelligenza artificiale: opportunità o pericolo?

  L’intelligenza artificiale sta diventando un nuovo paradigma della scienza. Oggi, immersi nella società della conoscenza, stiamo attraversando la terza fase di una rivoluzione tecnologica iniziata nei primi del ‘900. Il dibattito è aperto sull’opportunità di crescita e il rischio di nuove tecnologie sempre più invadenti. 

  «Credo che l’intelligenza artificiale debba essere di supporto agli esseri umani», così Jack Ma, fondatore del colosso Alibaba, ha aperto il World Economic Forum di Davos (Svizzera). «Persone come noi, che hanno soldi e risorse, devono usarle affinché la tecnologia aiuti le persone, non le distrugga». A fare l’eco all’appello del magnate cinese è Microsoft con il progetto Microsoft Healthcare NExt, che mira a utilizzare le tecnologie d’intelligenza artificiale come Adaptive. La novità sta nella possibilità di utilizzare sequenziamenti genetici di prossima generazione per leggere i geni e creare un profillo del paziente. Uno studio commissionato da Red Hat (Linux), inoltre, ha rilevato che molte aziende stanno investendo nelle nuove intelligenze artificiali in ragione del 25% del proprio budget. Il vantaggio, a quanto emerge dal World Economic Forum di Davos, è la semplificazione dei processi lavorativi gravosi del 40% e il miglioramento del servizio clienti per un 37%.

  Tutti questi scenari applicativi devono aprire dibattiti pubblici tra la società scientifica, il mondo dell’industria e gli utilizzatori finali, i lavoratori, sulle enormi possibilità di crescita. Escono molti articoli scientifici e divulgativi sui robot: più questi somigliano all’uomo, più accendono la fantasia e l’interesse del pubblico, anche se c’è chi contesta la tendenza verso gli “umanoidi” e l’intelligenza artificiale. Il punto non è la competizione tra noi e “loro”, per esempio il timore di essere soppiantati sui posti di lavoro, ma la capacità di costruire un futuro dove la collaborazione tra automi e umani diventi una realtà, per esempio in alcune attività quotidiane o nel care giving.

  Dall’inizio del ventesimo secolo la società civile e la comunità scientifica sono profondamente cambiate, la seconda si è aperta al grande pubblico che a sua volta appare sempre più interessato alla scienza. Oggi, come un po’ agli inizi del ‘900, sembra di vivere in un momento ideale per sviluppare le nuove tecnologie a supporto dell’uomo, e ovviamente i timori di un utilizzo sbagliato corrono parallele al progresso. La filmografia sul dilemma della convivenza tra uomini e robot o sulle derive dell’intelligenza artificiale è praticamente infinita. A partire dal cult di questo genere, ‘2001 Odissea nello spazio’, fino a ‘L’Uomo bicentenario’, dove Andrew, l’automa acquistato come domestico, comincia a sperimentare le emozioni e il pensiero creativo (in versione molto più farsesca, persino Alberto Sordi si era cimentato in una trama simile con ‘Io e Caterina’).

  Ma l’intelligenza artificiale sta diventando una realtà sempre più tangibile: lo sviluppo del self driving car delle auto che si guidano da sole, e delle armi programmate per “decidere quando sparare” sono solo due esempi: porsi il problema di come disciplinare queste nuove “forme di vita” è dunque un’esigenza indubbia. I grandi guru, da Stephen Hawking a Elon Musk, sembrano concordi uniti nel mettere in guardia da un uso scorretto della scienza. Bill Gates nel 2016 esprimeva così le sue preoccupazioni: «Inizialmente le macchine faranno un sacco di lavoro per noi e non saranno super intelligenti, sarà positivo se saremo capaci di maneggiarle bene. Un paio di decenni più tardi penso che questa intelligenza diventerà un problema».

  La storia ha insegnato che avanzamento tecnologico, finalità scientifiche, progresso dell’umanità, e utilizzo delle innovazioni nelle guerre sono legati indissolubilmente. La prima Guerra Mondiale, di cui ricorre il centenario, cominciò con gli eserciti sui campi di battaglia a cavallo e armati di vecchi fucili. Pochi anni dopo, alla fine del conflitto, carri armati, mitragliatrici, cannoni con gittate di decine di chilometri, armi chimiche e sistemi di comunicazione via radio erano parte fondamentale dell’equipaggiamento e dell’armamento dei soldati. Prima dell’avvento dei radar, la scoperta di aerei nemici era lasciata agli occhi e alle orecchie dei militari. Oggi dobbiamo combattere «sì una terza guerra mondiale ma contro malattie, inquinamento e povertà», come dice Jack Ma.

Elio Nello Meucci

 

Elio Nello Meucci

  Laurea in biologia ambientale all’università Roma Tre con specializzazione in Cartografia satellitare e pianificazione territoriale,  perfezionamento in  Igiene industriale, Master di comunicazione scientifica all’università La Sapienza di Roma in “La scienza nella pratica giornalistica”. È stato docente di sicurezza alimentare presso il Ministero della Difesa, stagista presso l’Ufficio stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche e ha scritto per l’Almanacco della scienza del CNR.