“La parola del padre – Caravaggio e l’Inquisitore”

Nato come testo teatrale, il monologo inventato, ma ispirato a fatti storici, “La parola del padre – Caravaggio e l’Inquisitore” di Ermanno Rea (Manni editore, Pretesti), racconta il celebre pittore attraverso le parole e le espressioni degli occhi e della voce dell’Inquisitore, un uomo a un passo dalla morte. Una riflessione sull’autorità e sul potere attraverso le opere di un artista libero e inimitabile che diventa attuale e universale.

L’arringa di un potere ottuso che pretende un’obbedienza assoluta, nonostante riconosca il talento di Michelangelo Merisi da Caravaggio e ne lasci trapelare una certa ammirazione, ma che non può accettare la sua ribellione e la sua arte rivoluzionaria. Tanto meno le sue Madonne popolane e i santi rappresentati come “uomini e donne di basso rango”. E’ insieme il richiamo all’obbedienza di un padre che è Dio, che è il Papa, che è Cesare, che è genitore.

Infatti, l’Inquisitore accusa Caravaggio di non ubbidire a Santa Romana Chiesa, di essere un ribelle, un seguace dell’eretico Giordano Bruno, di dipingere prostitute, ubriaconi, bari e tavernieri nella convinzione che Dio va cercato proprio fra loro.

Questo testo doveva prima diventare uno spettacolo teatrale dei Teatri Uniti a Napoli nel 2015 – mai portato in scena -, in cui Caravaggio era una presenza muta che si limitava ad ascoltare il monologo dell’Inquisitore, reagendo ad affermazioni e accuse solo con lievi movimenti del corpo e gesti nervosi della faccia.

Poi, Lino Fiorito (autore delle illustrazioni, che si divide fra teatro, cinema e arti visive) aveva pensato di realizzare un video (“Elogio dell’obbedienza”) in cui l’inquisitore era soltanto una voce (dello stesso Rea), semplicemente immaginato da Caravaggio, e aveva già fatto uno storyboard, quando lo stesso autore, appena prima dell’estate 2016, gli telefonò per dirgli che aveva deciso di pubblicarlo e che avrebbe avuto piacere di inserire anche i suoi disegni, che sono stati pubblicati ora nel libro.

Purtroppo, Rea – partigiano, reporter, giornalista e scrittore nato a Napoli il 28 luglio 1927 – morì poco dopo e non ha visto il libro di cui gli aveva raccomandato di seguire la pubblicazione. Ed è così che il volume “è la testimonianza di un lavoro di collaborazione, intreccio possibile di saggio storico e finzione letteraria e visiva”, dice Fiorito nella sua nota.

“Caravaggio e l’Inquisitore è anche un documento che si legge in un fiato perché carico di tensione civile e di riferimenti storici, di riflessioni e confronti.

“Quanto durò l’euforia rinascimentale? – si chiede l’autore – Non molto. La reazione di Santa Romana Chiesa fu brutale e implacabile. Al punto che, per sfuggire ai roghi, il cittadino responsabile fu costretto a riparare all’estero, facendo posto, in Italia, al suddito de-responsabilizzato”.

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