“Downsizing – Vivere alla grande”

Anche “Downsizing – Vivere alla grande”  di Alexander Payne – come “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” – era in concorso (e in apertura) alla 74.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ma era comunque un outsider perché oltre ad affrontare un argomento di fantascienza prossima futura, non segue lo stile e la coerenza finora portati avanti dal regista e, forse, nemmeno la filosofia esistenzial-umanista dell’autore, da “Sideways” a “Paradiso amaro” e “Nebraska”.

Infatti, il suo nuovo film – da un progetto nato nel lontano 2009 -, sceneggiato con Jim Taylor, è ambientato proprio nella sua città natale, Omaha, in Nebraska (prologo e finale in Norvegia), in un futuro non molto lontano, in cui gli esseri umani sperimentano una soluzione inedita alla sovrappopolazione e all’eccessivo consumo energetico che ha impoverito e riscaldato il nostro pianeta: un sistema di rimpicciolimento all’avanguardia in grado di ridurre le dimensioni di un uomo di circa un ottavo (altezza massima 15 cm), permettendogli così di risparmiare le risorse a disposizione e di permettersi una vita da ricchi.

L’invenzione del professore norvegese Jorgen Asbjornsen (Rolf Larssgard) viene proposta in America come l’ennesimo sogno-prodotto della società dei consumi. Una coppia di sposi della middle class, Paul e Audrey Safranek (Matt Damon e Kristen Wiig), alla vigilia di un crisi coniugale a causa dei problemi economici, appunto, decide di sottoporsi al processo con la speranza di una vita migliore, ma quando sua moglie si tira indietro all’ultimissimo momento, a Paul (ridotto a 12 cm di altezza) non resta che unirsi a una piccola comunità di suoi simili e affrontare da solo le difficoltà che derivano dalle nuove misure.

All’inizio gli sembra di trovarsi in una sorta di paradiso, però man mano che passano i giorni scopre che si tratta dell’ennesima utopia perché i problemi sociali ed esistenziali si ripetono in quel ‘piccolo’ mondo ideale. E, dato che i piccoli uomini sono una minoranza nel mondo dei ‘giganti, il pianeta sarà comunque senza scampo, tra governi sempre più dittatoriali in cui oppositori politici e immigranti vengono rimpiccioliti con la forza e condannati a fare i lavori più umili per servire proprio loro, e continuare a vivere nelle periferie più inquinate al di fuori dalla loro privilegiata bolla di cristallo.

Il riferimento a Trump e C., ci è sembrato non casuale, in un ambizioso mix non proprio equilibrato fra commedia, fantascienza e dramma contemporaneo, anzi su un imminente, catastrofico, futuro in cui, fortunatamente, trionfano ancora speranza e sentimenti. Peccato che la sceneggiatura metta troppa carne sul fuoco – incluso il riferimento alla setta-comunità in fuga verso ‘l’ennesimo mondo ideale’ – rischiando di bruciare il tutto, anche perché la durata eccessiva (2 ore e 15) non sempre è giustificata.

Affiancano Damon, la rivelazione Hong Chau, nel ruolo dell’attivista vietnamita finita nel mondo dei piccoli come donna delle pulizie e protettrice dei poveri, nomination al Golden Globe – e a tutti i premi americani – per la Miglior attrice non protagonista; Christoph Waltz (Dusan Mirkovic, contrabbandiere fra i due mondi), Neil Patrick Harris (Jeff Lonowski), Laura Dern (Laura Lonowski), Udo Kier (Konrad), Jason Sudeikis (Dave Johnson), James Van Der Beek (anestesista), Maribeth Monroe (Carol Johnson), Kerri Kenney (madre single), Phil Reeves (Larry, padre di Audrey) e, in ruolo cameo, Margo Martindale (donna sullo shuttle).

Nelle sale italiane dal 25 gennaio distribuito da 20th Century Fox Italia